Riforme e lavoro
Intervista a Luciano Gallino

Febbraio 2002
da www.casadellacultura.it

d: Dagli ultimi dati Istat, pare che i nuovi lavori siano soprattutto a tempo indeterminato. La tanto attesa ripresa, per quanto lieve, sarebbe accompagnata da lavori stabili. Ma c'è bisogno o no di flessibilità? Se non è così, perché, allora, viene richiesta a gran voce?

Gallino: La richiesta d'una maggior flessibilità della forza lavoro - poiché di questa si tratta - è una componente standard della richiesta di de-regolamentazione del mercato del lavoro che da circa 25 anni caratterizza la globalizzazione nella maggior parte dei paesi. Le imprese scorgono nella flessibilità così intesa la possibilità di adeguare costantemente l'impiego della forza lavoro, e quindi il suo costo, alle variazioni della produzione indotte dai mercati. Variazioni che al presente sono più improvvise, e più profonde, di quanto non fossero sino agli anni '70. In realtà ciò che sarebbe necessaria è la flessibilità dell'impresa come un tutto. Essa si potrebbe ottenere per molte altre vie: ricerca e sviluppo, innovazione dei prodotti, piani industriali meglio congegnati, formazione permanente dei lavoratori di tutti i livelli. Purtroppo sono vie che comportano investimenti e innovazione organizzativa, che richiedono ampiezza di orizzonti culturali e politici, più un senso di responsabilità per gli effetti sociali delle proprie azioni. Sono caratteristiche non molto diffuse tra gli imprenditori italiani di oggi. Perciò una gran parte di essi - non tutti, vorrei dire - si concentra sulla riduzione del costo del lavoro ottenibile con la flessibilità.

d: Stiamo conducendo una piccola inchiesta sui lavoratori atipici: dalle nostre interviste, risulta però che i giovani sono per lo più ottimisti sul futuro e contenti del fatto di avere contratti flessibili, che consentano più libertà, più possibilità di crescita personale, di cambiare. Quello del cartellino, della sedentarietà è per loro un incubo. Cosa ne pensa?

Gallino: A vent'anni i contratti flessibili attirano; a trenta preoccupano; a quaranta diventano un fattore permanente di ansiosa insicurezza. In specie quando non si ha una qualificazione elevata, e non soggetta all'erosione da parte della tecnologia. Questo per quanto riguarda il lavoro alle dipendenze. Invece per i giovani che desiderano non avere nessuno cui dover rispondere, che vogliono riservarsi la possibilità di cambiare lavoro quando vogliono, o la sede, o magari l'identità professionale, è sempre aperta la grande porta del lavoro autonomo. Professionisti, artigiani, imprenditori singoli hanno fatto precisamente tale scelta. In Italia rappresentano oltre il 27% degli occupati rilevati dall'Istat. Una quota più che doppia rispetto agli altri paesi europei (esclusa la Spagna).

d: In un intervento che abbiamo ospitato sul sito, Aldo Bonomi sostiene che in realtà queste persone chiedono solo il diritto ad autotutelarsi, ad autoregolamentarsi perché si tratta di una composizione sociale matura, estremamente diversificata.

Gallino: L'unica forma di autotutela che riesco a intravvedere, nel lavoro dipendente, è quella di chi avendo una specializzazione elevata e rara sul mercato riesce a spuntare ad personam condizioni di particolare favore - almeno per qualche tempo. Per la gran maggioranza dei lavoratori, in presenza di quel patto tra soggetti fortemente disuguali che è il contratto di lavoro dipendente, le uniche forme di tutela efficaci e durevoli sono quelle giuridiche e sindacali. Sono appunto queste che il culto della flessibilità vuole ridurre.

d: Lei tratteggia nel suo libro alcuni scenari possibili, per i lavoratori soggetti a questa "flessibilizzazione del lavoro", dai caratteri davvero inquietanti: invecchiamento professionale velocissimo, progressiva diminuzione del reddito nel passaggio da un lavoro all'altro, impossibilità di crearsi e mantenere una vita sociale o famigliare...

Gallino: Questi scenari sgraditi io li traggo principalmente da ricerche su lavoratori coinvolti in vari tipi di flessibilizzazione del lavoro che sono state compiute in diversi paesi europei, oltre che in Italia. Mi riferisco a ricerche sul campo condotte da specialisti con i metodi rigorosi della ricerca sociale. Un dato emerge tra gli altri: per quanto gradita da alcuni, e subita da altri come una necessità, la flessibilità del lavoro comporta in ogni caso dei costi personali, famigliari e collettivi. Nel dibattito corrente sulla flessibilità questi vengono in genere ignorati.

d: Che cosa pensa dell'iniziativa di Confindustria che ha convinto gli imprenditori a mandare una lettera al presidente del Consiglio perché tenesse fede alla delega sul mercato del lavoro?

Gallino: L'attuale dirigenza della Confindustria appare impersonare, in un modo che a volte appare quasi caricaturale, le istanze internazionali a favore della de-regolamentazione del mercato del lavoro che da decenni accompagnano la globalizzazione neo-liberale. Suppongo che nella delega chiesta dal governo essa scorga uno strumento efficace a tale fine.

d: Eppure anche il fronte industriale sembra spaccarsi su questo problema… È paura dello scontro sociale o un reale disaccordo con la linea di Confindustria?

Gallino: Credo siano ormai operanti ambedue i motivi. In gran parte del paese la manodopera qualificata è sempre più scarsa. Un esito, sia detto tra parentesi, di un'organizzazione del lavoro sviluppata per decenni allo scopo di occupare lavoratori poco qualificati; da sostituire con dei giovani non appena superano i 40-45 anni; nonché degli esigui investimenti in formazione che le imprese italiane han sempre fatto. Di fronte a tale situazione il rischio di avere contro tutto il sindacato spaventa non pochi imprenditori. E un certo numero di essi appaiono sentirsi ormai poco rappresentati dall'oltranzismo dell'attuale linea confindustriale. Essi sanno benissimo che l'abolizione dell'art. 18, mentre costituisce per tutti i lavoratori un fondato motivo di preoccupazione per il futuro, non interessa direttamente che un numero esiguo di aziende. Ovvero le poche migliaia che sono a ridosso della soglia del quindicesimo dipendente, oltre il quale scattano le maggiori tutele dello Statuto dei lavoratori, compreso l'art. 18 che sancisce il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.

d: Spesso viene detto che il governo Berlusconi non fa che portare al suo inevitabile compimento processi già avviati dal precedente governo. Quali responsabilità possono essere attribuite al governo di centro-sinistra in questo caso?

Gallino: In effetti negli anni '90 una quota di politici del centro-sinistra finì con il fare propri alcuni principi della globalizzazione neo-liberale. Tra di essi vi fu anche la legalizzazione e la moltiplicazione della tipologia dei contratti atipici. Il tutto per rincorrere il totem della flessibilità. Bisogna però dire che queste innovazioni furono a lungo discusse con il sindacato, fatto che quanto meno migliorò le tutele da inserire in tali contratti, a cominciare da quelle previdenziali. Il governo Berlusconi appare voler proseguire ad oltranza la liberalizzazione del mercato del lavoro ignorando, se non anzi trattando con disprezzo, le istanze sindacali.

d: Secondo lei istituire il reddito di cittadinanza, a prescindere quindi dalla questione lavoro per riorganizzare lo stato sociale, può essere una soluzione adeguata?

Gallino: Potrebbe forse essere un elemento da considerare per una soluzione. Ma per questa ci vorrebbe ben altro. Mi riferisco a una limitazione per legge sia della tipologia dei lavori flessibili, sia della quota di essi impiegabili contemporaneamente in un'azienda. Allo sviluppo di un'organizzazione del lavoro che sviluppi quotidianamente le competenze professionali d'una persona anziché limitarsi a consumarle. Alla ricerca di formule della flessibilità che riguardino tutta l'impresa e non solo il fattore lavoro. Alla formazione permanente per tutti, per tutto l'arco vita. E, nel fondo, al rifiuto culturale del lavoro "usa e getta" come destino ineludibile del lavoro dipendente.