La posta in gioco ? Elevata
di Andrea Fumagalli *
Il referendum relativo all'estensione dell'art. 18 anche ai dipendenti di imprese con meno di 15 addetti riguarda un tema rilevante che va ben al di là della tematica direttamente trattata (la disciplina del licenziamento). In secondo luogo, nonostante si dica spesso il contrario, cade in un momento opportuno.
Il principio di fondo dei fautori del referendum ? Eliminare una discriminazione tra i lavoratori dipendenti: perché, infatti, si può arbitrariamente licenziare un lavoratore in un'impresa che ha 14 dipendenti senza fornire nessuna giustificazione mentre non è possibile farlo per chi lavora in un'impresa con 16 addetti, a meno che non ci sia una giusta causa?
E' evidente che la disparità non è giustificabile sul piano del diritto, dell'etica e dell'equità.Coloro che si oppongono all'idea referendaria non mettono infatti in discussione il merito del referendum (tranne pochi), bensì affermano che le conseguenze del referendum possano avere effetti negativi sul piano economico e sul piano della sostenibilità occupazionale. Tale supposti esiti negativi (che ora discuteremo) hanno un peso decisamente superiore al merito del referendum (l'eliminazione di discriminazione) non solo perché il motivo economico è prevalente su quello giuridico ed etico, ma soprattutto perché l'art. 18 nella realtà vede pochissime trasgressioni (non più di un centinaio all'anno su un numero di cause nel mercato del lavoro incommensurabilmente superiore), e conseguentemente, non è tramite l'art. 18 che si evita il licenziamento.
A sostegno di quest'ultima tesi, si afferma (vedi ad esempio le argomentazioni di Pietro Ichino) che il divieto del licenziamento arbitrario è più protetto da altri articoli dello Statuto dei Lavoratori che vietano comportamenti discriminatori nei confronti dei lavoratori/trici e che l'oggetto vero dell'art. 18 è piuttosto l'obbligo alla reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato. Secondo questa tesi, è proprio tale obbligo a innescare conseguenze negative sul piano economico, impedendo, soprattutto nelle piccole imprese, di assumere lavoratori a tempo indeterminato favorendo così l'occupazione precaria. Sarebbe quindi auspicabile togliere l'obbligo alla reintegrazione e sostituirlo con un adeguato indennizzo economico.
Riteniamo che questo modo di ragionare non solo non sia corrispondente alla realtà ma che si basi su una logica errata.In primo luogo, occorre ricordare che proprio l'obbligo alla reintegrazione del posto di lavoro in caso di licenziamento giudicato non per giusta causa svolge il ruolo di deterrente all'azione discriminatoria che il datore di lavoro intenderebbe mettere in opera. Se infatti il datore di lavoro vuole liberarsi di un lavoratore/trice per fattori non riconducibili alla giusta causa, sa già a priori che tale sua intenzione non potrà tradursi in pratica, proprio per l'obbligo alla reintegrazione (mentre pagando l'indennizzo, otterrebbe l'obiettivo, seppur a caro prezzo). Ciò non significa che il datore di lavoro non possa licenziare. In Italia il licenziamento collettivo è permesso dalla legge 223 del 1991 e quello individuale può essere consentito anche per ragioni economiche (difficoltà dell'impresa) oltre che per comportamento lesivo del lavoratore/trice (furto, danneggiamento, scarsa produttività, ritardi, ecc.).
Il fatto che l'art. 18 funzioni (il che è dimostrato proprio dallo scarso numero di casi) deriva proprio dal fatto che l'obbligo di reintegrazione svolge opera di deterrente ed inibisce a priori un eventuale comportamento vessatorio del datore di lavoro. Inoltre, a sostegno di quanto detto, occorre sottolineare - come chiunque giudice del lavoro ben sa - che le cause di attrito tra dipendente e datore di lavoro riguardano per il 99% lavoratori/trici che operano in imprese con più di 15 dipendenti, tutelati dall'art. 18. Quasi nessun lavoratore/trice, infatti, che non sia tutelato dal ricatto del licenziamento, osa far valere i propri diritti (in termini di orario, mansioni, e via dicendo) anche per via giudiziaria. Da questo punto di vista, l'art. 18 svolge la funzione di difendere il lavoratore da eventuali rappresaglie nel caso voglia far valere i propri diritti. In altre parole, il licenziamento solo per giusta causa (almeno sulla carta) è il "diritto ad avere diritti" sui luoghi di lavoro. Ed è tanto più efficace quanto più è accompagnato dall'obbligo di reintegrazione. Per questo dovrebbe essere un diritto universale.Riguardo alla presunta sostenibilità economica e agli effetti sull'occupazione, autorevoli esponenti della maggioranza hanno fatto dichiarazioni al limite del terrorismo informativo. Formigoni ha detto che un eventuale vittoria dei Sì al referendum sarebbe controproducente per gli stessi lavoratori/trici, Albertini, sindaco di Milano, ha paventato il rischio di un blocco delle piccole imprese e quindi dell'attività produttiva, Billè, padre-padrone della Confcommercio, si è spinto ad affermare che il primo effetto sarebbe stato un calo dell'occupazione di ben 170.000 unità! Anche giornali che passano come progressisti (ad esempio La Repubblica), come esponenti del Centro-Sinistra (vedi D'Alema) fanno terrorismo informativo: ad esempio, sostenendo (in malafede) che, se passasse il referendum sull'estensione dell'articolo 18, anche il proprietario di un chiosco di fiori si troverebbe nell'impossibilità di licenziare l'unico dipendente (nella fattispecie, con pessimo gusto, si tratterebbe della moglie, dando per scontato che è sempre l'uomo a detenere la proprietà economica).
Anche il chiosco del fioraio è quindi una piccola impresa e il fioraio (maschio) un piccolo imprenditore.Credo che al riguardo ci sia, come minimo, un po' di disinformazione.
Innanzitutto, coloro che non hanno un contratto di lavoro subordinato, non sono tutti piccoli imprenditori indipendenti. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, i lavoratori indipendenti sono circa 6.500.000, di cui 2.130.000 con contratto di co.co.co (ben 470.000 nella sola Lombardia, dati 31.10.2002 dell'Inps), dei quali circa il 12-13% sono amministratori (di condominio, di proprietà, ecc.). Dei restanti 4.200.000, un milione circa sono liberi professionisti, iscritti ad un ordine professionale (avvocati, notai, ingegneri, dentisti, giornalisti, ecc.), 700.000 sono coadiuvanti (ovvero familiari di titolari di ditte e attività prevalentemente agricole e di piccolo commercio, figura prefordista in via di estinzione - erano quasi 4 milioni negli anni '50), 500-600.000 sono soci di cooperative e solo 440.000 sono considerati dall'Istat imprenditori (sulla base della definizione giuridica dell'art. 2082 del cod.civ., secondo il quale è imprenditore chi organizza lavoro altrui con libertà di decidere quanto produrre, come produrre e il prezzo a cui produrre). Infine ci sono 1.700.000 di "lavoratori per conto terzi", una categoria che per l'Istat è residuale.
La tediosità dei dati è utile per rilevare che dei sei milioni e mezzo di lavoratori indipendenti e parasubordinati, in teoria solo 3.100.000 (meno del 50% del totale dei lavoratori indipendenti) potrebbero assumere una persona a tempo indeterminato, a cui potrebbe essere applicata l'estensione dell'art.18: ovvero la totalità degli imprenditori, dei liberi professionisti e dei "lavoratori per conto terzi". Mai poiché circa il 40% di costoro lavora individualmente, solo 1.800.000 hanno almeno un dipendente. La maggior parte di costoro ha addetti alle dipendenze con contrattazione atipica (quindi fuori dall'estensione art. 18). Questo è il caso, ad esempio, della maggior parte degli studi professionali (contratti di apprendistato, co.co.co, tempo determinato, stage, borse lavoro, ecc.). Difficilmente la moglie del fioraio, citata da D'Alema, ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato, a prescindere dall'esistenza o meno dell'art. 18. Solo le imprese manifatturiere e terziarie con più di 8-10 dipendenti possono essere quindi soggette all'estensione dell'art. 18, non più di 450.000-480.000 unità complessivamente.E' quindi demagogico oltre che falso affermare che un'eventuale applicazione dell'art. 18 a tutti i lavoratori/trici dipendenti a tempo indeterminato comporti effetti disastrosi per l'insieme del lavoro indipendente. Si tratta della stessa disinformazione, propagandata ad arte dai mass-media, all'epoca della revisione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, secondo la quale la soglia dei 15 dipendenti impedirebbe alle piccole imprese di crescere: se si vedono i dati statistici, si scopre che le imprese subito sopra i 15 dipendenti sono più numerose di quelle con 13-14 dipendenti.
Diverso è invece il numero dei lavoratori/trici dipendenti che sono interessati all'eventuale estensione dell'art. 18. Secondo i dati Istat rilevabili dalle Indagini trimestrali sulla forza lavoro e del censimento economico del 1996 (non sono ancora disponibili i dati dell'ultimo censimento) , si tratterebbe di poco più di 5 milioni di cittadini. Una cifra ragguardevole, che spiega la paura che un'eventuale vittoria del Sì potrebbe fomentare.Il problema, piuttosto, è che il referendum lascia del tutto insoluta la questione del precariato. Infatti, anche se i Si al referendum vincessero, nulla cambia per chi ha non dispone di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. La vera bomba sociale per "caporali", imprenditori e capitalisti vari sarebbe la libera estensione di tutele e garanzie (dal posto di lavoro, alla previdenza, salute, ferie, malattie, al reddito, ecc.) a tutto coloro che oggi sono precari, parasubordinati, eterodiretti, ecc..
Quindi l'importanza del referendum e della sperabile vittoria del Sì, sta anche nella sua valenza simbolica e politica. Una vittoria di questo referendum, infatti, oltre a essere per la prima volta dalla sconfitta operaia del 1980 non solo un fenomeno di resistenza ma anche di contrattacco, potrebbe innescare positive ricadute anche sulla lotta del precariato sociale, per un reddito e una vita dignitosa. E ciò si verifica in un contesto dove la conflittualità sociale è in fase di crescita e le nefaste politiche di concertazione e cogestione sindacale sono messe in discussioni da settori importanti dello stesso sindacato confederale. E' quindi il momento più opportuno non solo per ricominciare a vincere socialmente, ma anche per scoprire chi è a favore dei diritti e delle garanzie "senza se e senza ma" non solo a parole ma nei fatti.
Come ha fatto la Cgil dopo la rottura sul "Patto per l'Italia". I diritti, si dice con ragione, non si contrattano.* Andrea Fumagalli, Professore Associato in Economia Politica presso il Dipartimento di Economia Politica e Metodi Quantitativi, Facoltà di Economia e Commercio, Università di Pavia.
11 Maggio 2003