I fondi sfuggenti di Al Qaeda
Leggi speciali e alleanze, ma nella guerra al portafoglio colpite solo le "hawala"

Angela Pascucci

All'inizio di quest'anno, Osama bin Laden dichiarava a un quotidiano pakistano che di Al Qaeda fanno parte anche "giovani istruiti e moderni che conoscono le falle del sistema finanziario occidentale come le linee delle proprie mani". Inevitabile ripensare a queste parole quando martedì scorso George Bush, affiancato da Colin Powell e dal ministro del Tesoro Paul O'Neill, ha annunciato solennemente che un colpo decisivo era stato inferto alla finanza terrorista, con un'operazione concertata tra Stati uniti ed Europa. Quel giorno, il 7 novembre, gli agenti della task force anti terrorismo del Tesoro e della Cia e le autorità investigative di Italia, Olanda, Svizzera, Canada, Austria, Lichtenstein, Bahamas ed Emirati arabi uniti avevano lanciato un attacco sincronizzato contro gli uffici e i dirigenti di due network finanziari islamici, al Taqwa e al Barakat, accusati di avere avuto un ruolo chiave nel sostegno a bin Laden.
La messinscena dell'annuncio, presso il centro dell'intelligence finanziario del dipartimento del Tesoro Usa, in Virginia, è stata volutamente molto forte. In questa guerra dove la propaganda è in prima linea, come non pensare che a tanta retorica corrisponda in realtà una esiguità di risultati che, se riconosciuta, getterebbe nello sconforto. Di fatto, stando ai risultati annunciati dalle autorità americane, i fondi bloccati effettivamente ammonterebbero finora a 43 milioni di dollari, mentre 150 tra persone e organizzazioni sono state progressivamente incluse, in quattro fasi diverse, nelle liste nere. Per essere uno sforzo condotto da 112 paesi nell'universo mondo i risultati paiono grami.
Del primo dato colpisce l'esiguità. Data pure per scontata la modestia della vita condotta dai "martiri della jihad", 43 milioni di dollari non proiettano neppure l'ombra dell'impero affaristico costruito da bin Laden con l'accortezza di un vero capitalista. Quanto al secondo, oltre ad associazioni caritatevoli del mondo islamico vi compaiono molti nomi da tempo nel mirino, dagli islamisti filippini di Abu Sayyaf, passando per i giapponesi di Aum Shinrikyo, Sendero luminoso, le Farc colombiane, l'Ira, fino ai gruppi palestinesi del Fronte popolare di liberazione e di Hezbollah. Un allargamento "ecumenico", attuato per gradi sotto le diverse pressioni del variegato fronte alleato e che la Casa bianca ha giustificato con la sua determinazione a far capire che la guerra sarà totale.
Tuttavia, le ultime retate segnalano un salto di qualità nella guerra finanziaria, indotto da due eventi pressoché contemporanei: il passaggio al Congresso Usa di una legge anti terrorismo che ha messo nelle mani degli inquirenti strumenti eccezionali di indagine. Parallelo a questo, l'inizio di una vera cooperazione da parte degli Emirati arabi che, oltre a "istruire" l'intelligence americana sui segreti delle "hawala" (le reti tradizionali di spostamento del denaro, basate sulla fiducia), hanno cominciato a segnalare nomi. Il risultato è stato quasi immediato: al Taqwa (la devozione) e al Barakat (la fortuna), due vaste reti di società finanziarie con centri operativi a Dubai e Mogadiscio e ramificazioni in 55 paesi. Solo al Barakat ha 187 uffici, 60 dei quali in Somalia, paese base. L'organizzazione è nata lì, è proprietà di 600 somali e sposta la maggior parte delle rimesse degli emigrati di quel paese.
Il colpo è dunque alle hawala, sistema informale utilizzato dai migranti del Golfo e dell'Asia meridionale che lo preferiscono per ovvi motivi: è assai più a buon mercato di ogni altro circuito finanziario ufficiale. Un sistema forte e ramificato, e con ogni probabilità usato anche per traffici loschi, ma che in primo luogo serve a milioni di emigrati in tutto il mondo. I risvolti, in termini di effetti, non aiuteranno la popolarità di questa guerra e alimenteranno la convinzione che, quando si tratta di far volare gli stracci, l'azione è assai rapida.
Perché vero è che, sin dall'inizio, si era lamentata l'imprendibilità di questa rete. I fatti dimostrano che così non era. Ma sarebbe certo curioso, e sospetto, che indagini e azioni si fermassero qui, o restassero confinate a questo mondo nascosto ma scoperchiabile come un formicaio, senza che i circuiti delle grande finanza internazionale, ivi compresi i paradisi fiscali, fossero neppure sfiorati. E va qui ricordata l'azione di pressione condotta sotto banco dalla American Bankers Association presso il Congresso americano perché dalla speciale legislazione anti terrorismo venissero separati i provvedimenti contro il riciclaggio di denaro sporco, per "poi rinviarli fino a farli morire" (parole del New York Times del 22 ottobre). La Camera dei rappresentanti aveva generosamente accolto i timori dei banchieri. Il Senato non ne ha voluto sapere. Adesso certo qualcuno continua a tremare, anche se le leggi sono un conto, e la loro applicazione è un altro, come dimostra il fatto che sono vent'anni almeno che si dichiara guerra al denaro criminale senza ottenere nulla.
Bin Laden, accorto uomo d'affari, lo sa benissimo, come dimostra l'intervista citata sopra e come conferma il manuale distribuito ai suoi affiliati nel quale si legge: "Dividete i fondi operativi in due parti: una dovrà essere investita in progetti che offrono un ritorno finanziario...".
Ed è proprio questo il punto. Un rapporto Onu del 1998 stimava in 5mila miliardi di dollari gli attivi depositati nei centri off-shore, definiti nel medesimo rapporto "un triangolo delle Bermude per le inchieste finanziarie". Come meravigliarsi. Con l'avanzare della deregulation finanziaria, si sono raffinate le tecniche di ripulitura: società schermo, prestanome, trust. C'è solo l'imbarazzo della scelta. Anche perché gli off shore sono molto spesso solo l'ombra proiettata dai grandi centri finanziari di Londra, Parigi, New York, sempre in cerca di luoghi compiacenti per mettere al sicuro e far fruttare i capitali dei loro clienti, spesso frutto di evasione fiscale. Peccato considerato dai più veniale, cosicché si tollera l'opacità e il segreto di questi enormi circuiti dove nascondersi è facilissimo. In realtà, non ci sarebbe che una soluzione per mettere in scacco qualunque criminale: colpire duramente i paradisi fiscali, interdire le società off-shore e i conti anonimi. O almeno permettere agli stati di conoscerne facilmente i titolari. Chissà se Silvio Berlusconi sarebbe pronto a sventolare anche questa bandiera, insieme a quella americana.

11.11.2001

da il manifesto