Il camaleonte talebano, messo all'angolo, sta rapidamente cambiando colore
Robert Fisk
Si direbbe di sentire odore di resa: i Mullah parlano di compromessi, i giovani guerrieri talebani cercano asilo invano, mentre il vento li investe con la polvere e gli escrementi di questa lercia strada di confine. Ma io credo piuttosto che il camaleonte stia cambiando colore sotto i nostri occhi, secondo lo stile dei Talebani. Un turbante in cambio di un altro, capite.
Prendiamo il Mullah Najibullah, quando l'altro ieri fece la sua comparsa in questo sudicio posto di confine. "Non consegneremo Spin Boldak" annunciò (e queste parole vengono dall'uomo che solo 24 ore prima, proprio a Spin Boldak, mi confidò che i Talebani gli avevano consigliato di lasciare la città immediatamente). "Abbiamo interrotto i negoziati per la resa perché i comandanti Pashtun pretendono troppo. Vogliono una resa completa dei Talebani e le nostre armi pesanti, e questo è inaccettabile."Uno spirito ben diverso da quello di Kandahar, che, secondo le parole dei Talebani, non verrà mai consegnata all'Alleanza del Nord o ai Marines USA, atterrati ieri al centro sportivo della provincia, dove non molto tempo fa arrivavano i principi sauditi per battute di caccia con i Talebani. Arrivano ancora notizie di un un ultimo avamposto sulla strada per Kandahar, a circa 100 km da qui. E secondo i camionisti con i quali abbiamo parlato oggi, è ancora saldamente in mano alla milizia più oscurantista del mondo.
Ma i Pakistani del posto, di etnia Pashtun come i Talebani, lasciano intendere che il Mullah Najbullah sta giocando la sua partita senza mostrare le carte. Un funzionario pakistano dichiarò apertamente che ci sono negoziati in corso tra gli uomini del Mullah e i comandanti delle tribù pashtun, a quanto pare la stessa masnada di signori della guerra e assassini che dirigevano questo posto prima che i Talebani, anche loro degli esperti nell'uccidere, lo "rilevassero" nel 1996. Inoltre, accennò che la consegna delle armi pesanti potrebbe bastare per assicurare il trasferimento di Spin Boldak ai nuovi padroni, consentendo ai Talebani di scambiare i propri turbanti neri con quelli marroni dei Pashtun, a la Kunduz, e di tenersi i propri Kalashnikov, a condizione che tornassero ai propri villaggi d'origine.
Kandahar cadrà? In perfetta tradizione afgana, le persone del posto ieri si sono aperte una strada da quella città fino al confine con il Pakistan, facendo un lungo e faticoso giro attraverso la sabbia e la fanghiglia vicino a Takhta-Pul ed evitando i miliziani dell'Alleanza del Nord, che nelle ultime 48 ore continuarono a sparare sulla città, assieme ai loro amici dell'US Air Force. Quando comparvero qui al confine, portarono notizie deludenti per la stampa a caccia di una nuova Stalingrado. Sì, quella che era stata la prima capitale dello Shah Durani era ancora sotto il controllo dei Talebani. Sì, i Talebani presidiavano sempre l'aeroporto di Kandahar (questo mostra quanto fossero affidabili quelle prime relazioni del Pentagono) e uomini e donne tutt'ora fanno la spesa al mercato di Kandahar. E questo, ricordiamolo, in una città che si credeva provasse i tormenti della carestia.
Ma in Afghanistan le cose non sono mai come sembrano. Ieri, dal ciglio della strada su in alto nelle montagne Koja, era possibile spaziare con lo sguardo dalle piane di Kandahar fino alle sue montagne che si confondevano nel calore grigio del mezzogiorno, vedere le sue strade che scomparivano nella sabbia bianca e marrone, un quadro incontaminato dal fumo o dal suono degli spari. Naturalmente aveva questo aspetto anche all'inizio degli anni '80, quando i Russi uccidevano i "terroristi" e i civili afgani. E sono sicuro che avesse questo aspetto anche quando le armate di Alessandro Magno marciarono attraverso questo paese. Chi avrebbe potuto credere che, mentre una calda brezza saliva da quel paesaggio antico, pure gli americani stavano uccidendo i "terroristi" e i civili afgani, oggi.
Più tardi avemmo un assaggio di realtà, quando sette giovani talebani -- disarmati, naturalmente -- arrivarono a Chaman per passare il confine e supplicarono di poter entrare in Pakistan. Dissero che avevano bisogno di cibo e cure mediche. Le loro facce erano emaciato e pallide, era assai verosimile che fossero affamati, ma i Pakistani non si bevvero le "cure mediche". I ragazzi talebani non avevano i documenti giusti, qualsiasi cosa si intenda per "documenti giusti", e furono respinti. Al Mullah Najibullah, per inciso, venne accordato il permesso di passare il confine. Proprio come domenica [25/11, ndt] il comandante militare locale, Mullah Haqquani, venne ricevuto e mandato avanti verso Quetta.
Da cosa stavano fuggendo? Dalla resa? Dall'ignominia? O forse avevano sentito le novità trasmesse dai media statunitensi sul massacro nella prigione di Mazar-i-Sharif, dove i prigionieri talebani sono stati "giustiziati" (per usare il termine disinvolto di un canale satellitare USA)? Nella nostra guerra per la civiltà, ormai a quanto pare è normale "giustiziare" le persone mentre tentano di fuggire. Crimini di guerra? Atrocità? Non ci pensate. Ma scommetto che ci pensa il Mullah Najibullah.
27 November 2001 da Chaman, sul confine con l'Afghanistan
Fonte: ZnetGiornalista inglese, dal 1976 in poi è stato corrispondente dal Medio Oriente, attualmente per The Independent, quotidiano londinese. Nei suoi reportage da questa regione ha documentato l'invasione del Libano da parte di Israele (1978-82), la rivoluzione in Iran (1979), la guerra tra Iran e Iraq (1980-88), l'invasione sovietica dell'Afghanistan (1980), la guerra del Golfo (1991), la guerra in Bosnia (1992-96) e il conflitto in Algeria (dal 1992 in poi).