Perche' il mio film e' sotto accusa

John Pilger *

La lobby filo-israeliana intimidisce i giornalisti per assicurarsi che la "copertura" da parte dei media rimanga a suo favore

Una minaccia mai vista prima alla liberta' di espressione e' emersa la settimana scorsa nei media britannici. Essa e' stata scatenata dal mio documentario, "La Palestina e' ancora l'argomento", sulla ITV. Il film raccontava una verita' basilare che viene nascosta di routine, e persino soppressa - cioe' che il popolo palestinese e' vittima di una ingiustizia storica e finche' non sara' messa fine alla brutale ed illegale occupazione israeliana, non potra' esservi pace per nessuno, Israele incluso. In gran parte del film la gente, sia palestinesi che israeliani, racconta le sue testimonianze. Cio' che e' insolito e' che il film mostra senza veli le umiliazioni quotidiane e la repressione culturale subite dai palestinesi, inclusa una sequenza che mostra gli escrementi lasciati dai soldati israeliani in una stanza di disegni di bambini. Il film e' accurato, obiettivo e giusto. L'intervista piu' lunga e' con un portavoce del governo israeliano. Ogni parola e' stata minuziosamente esaminata per garantirne l'accuratezza legale e per assicurarci di rispettare in pieno le regole del Broadcasting Act. Il nostro consigliere storico, il professor Ilan Pappe', e' un rinomato storico israeliano. Egli ha scritto che il documentario e' "integro nella sua descrizione storica e pungente nel suo messaggio". Cio' non ha impedito al direttore della Carlton Television, Michael Green, un supporter delle politiche israeliane, di denigrare il programma nello "Jewish Chronicle", dichiarandolo "inaccurato", "storicamente non corretto" e "una tragedia per Israele". Nessuna di queste accuse e', ne' potra' essere, dimostrata. Il professor Pappe' ha definito l'attacco "un tentativo di delegittimare ogni critica a Israele". Cio' che e' piu' sorprendente e' il fatto che Green, in realta', ha visto il film prima che esso fosse trasmesso e non ha allertato nessuno dei produttori del programma, aspettando prima che la Jewish Board of Deputies, gli Amici Conservatori di Israele e l'ambasciata israeliana esprimessero il loro "oltraggio" per un film trasmesso ad un'ora in cui gran parte della gente era a letto. Green e questa gente adesso chiede un film "pro-Israele". Questo che significa? Il mio film non era pro-palestinesi, era pro-giustizia. Molti degli intervistati erano israeliani, incluso un veterano padre di una ragazza perita in un attentato. Tutti gli intervistati sottolineano la falsita' della pretesa sionista secondo cui ogni critica ad Israele e' segno di anti-semitismo, un'affermazione che e' un insulto per tutti coloro, ebrei e non, che rifiutano le azioni di Sharon e dei suoi pari. In questo caso cosa significa "bilanciamento"? Un film che sia approvato dalla lobby ebraica? Questa lobby sta attualmente orchestrando una campagna e-mail contro il mio film; una curiosita': gran parte delle e-mail arrivano dall'America, dove, in realta', il film non e' stato trasmesso. Al centro di tutto cio' vi e' il mancato riconoscimento di quanto, in realta', i media britannici siano sbilanciati a favore di Israele. Bisogna dare atto all'ITV di aver avuto coraggio a trasmettere il mio film. La BBC non avrebbe mai osato incorrere nelle ire della piu' influente lobby del paese, come Tim Llewellyn, corrispondente della BBC dal Medioriente per molti anni, ha sottolineato in una lettera scritta oggi sul Guardian. Tim accusa la BBC di "continuare a tradire" il suo dovere di servizio pubblico evitando di spiegare "la vera natura del disastro [dell'occupazione] e la terribile responsabilita' di Israele in tutto cio' ". Questo sbilanciamento generale e' stato verificato da un importante studio riguardo la copertura delle notizie dal Medioriente in televisione, condotto lo scorso maggio dal Glasgow University Media Group. Le conclusioni dovrebbero far vergognare i direttori dei media. La ricerca mostra che il pubblico non conosce le cause e l'origine del conflitto a causa delle omissioni dei media. Gli spettatori non vengono a conoscenza del fatto che i palestinesi sono vittime di una occupazione militare illegale. Il termine "territori occupati" viene sottaciuto. Solo il 9% dei giovani intervistati sapevano che gli israeliani sono sia gli occupanti che i coloni illegali. L'uso selettivo del linguaggio e' terrificante, spiega lo studio. Termini come "assassinio", "atrocita' " e "terrorismo" sono usati esclusivamente in relazione alle morti di israeliani. Lo scopo per il quale i giornalisti assumono la prospettiva israeliana, dice il professor Greg Philo, "puo' essere ben chiaro se le frasi vengono invertite ... Non troviamo mai nessuna notizia che ci dica che "Gli attacchi palestinesi sono la risposta per l'assassinio di coloro che resistono contro l'illegale occupazione israeliana". Da anni i giornalisti soffrono a causa delle mail di odio inviate dai sionisti e delle pressioni di "regolari chiamate da parte delle ambasciate israeliane" agli editori. Cio' puo' prendere delle forme sottili: la pressione viene esercitata, ad esempio, sui corrispondenti da Gerusalemme, i quali devono dare le notizie secondo gli interessi di cio' che gli viene detto sia "equilibrato", ma questo e', in effetti, una censura per omissione. Se Michael Green ed i suoi vocianti amici riusciranno ad intimidire l'ITV e la Commissione Televisiva Indipendente, la liberta' dei direttori TV di essere qualcosa in piu' di semplici veicoli della "verita' ufficiale" sara' distrutta, come pure la possibilita' di offrire agli ascoltatori una vera diversita' di prospettiva e di far loro conoscere fatti che vengono solitamente tenuti nascosti. Non importa quanto grandi, forti e potenti siano le corporazioni dei media: i giornalisti ed i direttori dei media hanno il dovere di resistere per l'interesse di quel pubblico che dovrebbero servire.

23.9. 2002
The Guardian

www.johnpilger.com
traduzione a cura di www.arabcomint.com

* John Pilger è è un giornalista militante, vincitore di numerosi riconoscimenti, che gira anche documentari per la televisione. I suoi articoli vengono pubblicati in molti giornali e riviste come il Daily Mirror, The Guardian, The Independent, New Statesman, The New York Times, The Los Angeles Times, The Nation: New York, The Age: Melbourne, The Sydney Morning Herald, The Bulletin: Sydney, oltre a giornali e periodici francesi, italiani, scandinavi, canadesi e giapponesi. Il suo libro più recente è "Hidden Agendas" (1998).

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