La Fiat in crisi: una sconfitta o un'occasione?

Due opinioni molto diverse nelle parole di Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom e di Marco Revelli, docente di Teoria dell'organizzazione e profondo conoscitore della storia e delle vicende della fabbrica torinese.

Giorgio Cremaschi, segretario nazionale FIOM

altremappe: La crisi della Fiat pone il problema di una ricaduta occupazionale gigantesca. Si parla di cifre astronomiche di 40.000 persone, compreso l'indotto, che andrà a ricadere nuovamente sulla fiscalità generale. Quali sono le responsabilità della dirigenza Fiat nell'epilogo di questa annosa 'questione auto' in Italia?

Cremaschi: Le responsabilità sono enormi e derivano da una scelta che è stata fatta di distogliere fondi dall'auto per intervenire in tutt'altri posti, anche spesso con alterne fortune -penso alla vicenda Telecom, dove sono entrati e usciti- o alle assicurazioni, i supermercati -Auchan-, le attività finanziarie. La situazione paradossale che stiamo vivendo è che mentre la Fiat sta precipitando nel nulla la finanziaria Ifi va sostanzialmente bene, anzi sta facendo le sue operazioni come se niente fosse, quindi siamo di fronte a un venir meno dell'unica ragione che, almeno secondo l'etica capitalistica, giustifica il profitto e cioè che questo dia lavoro.

Le altre responsabilità sono anche interne alla gestione Fiat, cioè nel fatto che è stato scelto un managment di basso profilo -Cantarella e anche Fresco- che non è stato in grado di fare nessuna vera innovazione, che ha seguito le mode comprando qua e là: una delle ragioni dell'indebitamento Fiat è l'acquisto di aziende in altri settori, nella componentistica, nella meccanica di precisione in giro per il mondo che sono costate moltissimo e che non sono servite per il gruppo. E poi un difetto strutturale che la Fiat ha sempre, che nel passato ha superato con un po' di fortuna ma che prima o poi doveva venire al pettine, e cioè un'idea del lavoro che è l'opposto di quella che hanno altre aziende, ossia un'idea sabauda, burocratica, priva di quella capacità di innovazione che si fonda anche sul rispetto e sulla valorizzazione del lavoro. Tutti questi meccanismi assieme hanno costituito una crisi che viene da lontano di cui noi sentivamo almeno da 2 anni l'avvicinarsi e che è precipitata adesso, ma assolutamente non inaspettata.

Anche per questo noi a luglio ci siamo rifiutati di firmare l'accordo che altre organizzazioni hanno sottoscritto, perché quell'accordo definiva un piano industriale che portava a questi tagli.

altremappe: Questa grande ondata di licenziamenti che si prevedono riporta la memoria all'autunno '80, in cui anche lì la Fiat in un contesto di grandi ristrutturazioni industriali, impose decine di migliaia di licenziamenti. Quali sono, secondo te, le analogie e le differenze fra questi due momenti?

Cremaschi: Io credo che sia molto differente la situazione. Peggiore oggi.
Nell''80 c'era uno scontro sociale e politico di cui paghiamo ancora le conseguenze, fatto da un padronato che decideva di seguire la linea liberista -quello scontro era l'equivalente della vittoria della Tatcher o di Reagan, cioè cambiava il quadro di riferimento- di crescita dell'impresa. Questa di oggi è una smobilitazione, è un saldo di fine stagione di un'azienda che si prepara a liquidare cercando di fare il minor danno possibile per gli azionisti e per le banche. Là c'era un progetto capitalistico reazionario che noi non condividevamo, ma c'era un progetto, questi sono solo saldi.

altremappe: La perdita del lavoro di così tante persone ripropone fortemente la questione della mancanza in Italia di ammortizzatori sociali adeguati. A parte la cassa integrazione o l'assegno di disoccupazione, manca uno strumento come un reddito sociale che possa sostenere le persone anche e oltre questi momenti, facendo sì che queste evenienze non abbiano la drammaticità che hanno nelle condizioni attuali. Lavoratori licenziati a Termini Imerese a 50 anni, dopo un anno di CI, cosa faranno? Non pensi che questo evento possa essere lo spunto per riaprire una discussione sul reddito di cittadinanza nel nostro paese?

Cremaschi: Io penso che il problema non è questo. La questione del reddito sociale secondo me non tocca queste condizioni. Tocca forse la condizione dei giovani, dei precari, di coloro che sono ai margini del sistema industriale tradizionale o è in altri settori. Qui il problema non è di ammortizzatori sociali: io credo che ci saranno per i lavoratori Fiat, almeno per alcuni anni. Si parla persino di prepensionamenti o misure del genere.
Il problema è il lavoro, è la distruzione di ricchezza comune: anzi noi respingiamo l'idea che la soluzione sia in misure di assistenza. Qui c'è un gruppo industriale che sta andando a rotoli e c'è il fatto che l'Italia si svaluta, cioè noi diventiamo l'unico grande paese industriale che non ha una propria industria automobilistica. Questa è una svalutazione complessiva del paese, cioè il paese vale meno, valiamo meno tutti noi…

altremappe: … perché quale peso pensi che abbiamo fattori come l'esistenza di un 'capitalismo italiano' nel processo di globalizzazione che investe l'intero pianeta?

Cremaschi
: Un peso importante. Il fatto che in Italia si facciano o non si facciano automobili, nel senso che si facciano o no la produzione e la progettazione, questo conta. C'è una gerarchia, mica tutti i paesi sono uguali nella globalizzazione. La globalizzazione non eguaglia i paesi, anzi esalta le differenze.
La globalizzazione vede un paese al comando di tutti -che sono gli Stati Uniti- poi vede una seconda fascia di paesi più avanzati e sviluppati che sono Germania, Francia, Giappone e Inghilterra e poi vede noi che stiamo sotto: bisogna sapere che se noi diventiamo come la Corea del Sud, avremo anche quelle condizioni sociali. Questo bisogna saperlo perché l'operazione che si sta facendo sulla Fiat è la stessa che è stata fatta dalla General Motors sulla Daewoo.

altremappe: Si avvicina la data dello sciopero generale. Sciopero generale, generalizzato, di cittadinanza. Quale di queste definizioni pensi di condividere di più?

Cremaschi: Questa definizione di sciopero generalizzato mi piace molto, anche se mi rendo conto che purtroppo non si riuscirà dappertutto a realizzarlo. Questa idea dello sciopero come un movimento in cui ci sono le mobilitazioni delle forze più organizzate nei sindacati, ma dove si organizzano anche forze nuove, forze autorganizzate, forze che non hanno il tradizionale rapporto di lavoro, mi pare molto importante perché per me questo sciopero generale non è la conclusione di una fase di lotta per difendere i diritti che ha visto la Cgil, una parte del movimento sindacale, i movimenti, i Cobas opporsi alla politica del governo e di Confindustria: questo sciopero deve dare l'avvio ad una fase, perché non è abbiamo concluso.

Siamo di fronte ad una offensiva che avanza, abbiamo visto che la situazione complessiva del paese peggiora, siamo di fronte al fatto che l'economia del paese subisce tutti i danni del liberismo e non ne esce fuori. Lo voglio dire in questi termini: noi ci stiamo avvicinando ad una situazione che -anche se teoricamente siamo sufficientemente ricchi per evitarlo- si avvicina a quella dell'Argentina. Dobbiamo costruire un movimento di lotta che pretenda un radicale cambiamento delle politiche economiche e sociali. Un processo come questo lo sciopero lo avvia e non lo conclude.

11.10.2002



Marco Revelli, docente di Scienza della politica e di Teoria dell'organizzazione all'Università del Piemonte orientale. Tra i suoi libri: 'Lavorare in Fiat' (1989), 'Oltre il Novecento' (2001). (per una sintesi del confronto Bertinotti-Revelli al Cs Corto Circuito di Roma l'11.4.2001 su questo testo vedi ()

altremappe: Quali sono secondo te le responsabilità della dirigenza Fiat nella crisi attuale?

Revelli: Quello che si profila è un disastro. Un disastro in primo luogo sociale e umano, ma direi un disastro annunciato perché nonostante i toni di meraviglia degli amministratori locali, dei politici e dei massmedia, questo crollo era già iscritto in un percorso di lunga durata della Fiat, perlomeno dell'ultimo quinquennio. Se vogliamo guardare i numeri è un processo che ha lavorato almeno negli ultimi 15 anni: in questo periodo la Fiat auto, solo a Torino, ha perso 100.000 posti di lavoro, 130.000 dipendenti a poco più di 20.000; ha perso l'equivalente di una medio-grande città italiana in termini di posti di lavoro.
Se guardiamo le percentuali di vendite sul mercato italiano vediamo che c'è una ritirata costante e una caduta di quasi 10 punti di quote di mercato.

Cosa c'è dietro questa crisi che viene da lontano, anche se tutti facevano finta di non vedere credendo alle 'panzane' che venivano raccontate dai manager Fiat e dalla famiglia Agnelli?
Alle radici più lontane c'è sicuramente la sconfitta operaia dell'autunno '80, quella terribile sconfitta che cancellò ogni forma di presenza antagonistica operaia dentro le fabbriche Fiat, non solo a Torino, e che allora fu salutata come una grande vittoria del capitale e del gruppo dirigente Fiat, ma che tutto sommato si è rivelata una vittoria di Pirro, perché ha preparato una sconfitta strategica, ha fatto venir meno una delle molle dell'innovazione attraverso il conflitto all'interno della Fiat stessa, ha provocato un delirio di onnipotenza nel suo gruppo dirigente, ha fatto pensare a questi che eliminata la resistenza operaia avessero risolto tutti i problemi.

C'è poi la gestione Romiti, il grande vincitore dell'autunno '80, quello che è stato indicato come il capofila del capitalismo italiano, che ha preparato la rovina, liquidando la vocazione industriale rappresentata da Ghidella -che era uno che di auto se ne intendeva- e che ha avviato un processo di finanziarizzazione della Fiat e quindi ha spostato l'asse portante del gruppo dal terreno industriale al terreno finanziario aprendo un vuoto di innovazione tecnologica dentro la Fiat. E poi c'è la fase finale, quella che decolla verso la metà degli anni '90, che porta la firma dell'ing. Cantarella, la fase della cosiddetta 'globalizzazione della Fiat'.
La Fiat è arrivata tardi alla globalizzazione e, come spesso accade nella storia della Fiat, ha realizzato un processo tardivo, ma intenso e violento, tentando di realizzarlo in maniera radicale, facendo esplodere l'epicentro delle proprie produzioni in Italia e in particolare nel Piemonte, delocalizzandole in giro per il mondo e sognando un processo simile a quello realizzato in Italia negli anni '50 e '60 e cioè la 'motorizzazione delle semiperiferie'. E qui entra in campo la famiglia Agnelli, che ha rappresentato - almeno negli ultimi 20 anni- un tappo alla possibilità di sviluppo dell'impresa, un collo di bottiglia, un'ipoteca, un laccio che ha reso impossibile l'adeguamento della Fiat auto alle esigenze del mercato a partire dagli anni '90.

Dico questo perché sono convinto che l'industria dell'auto è diventata incompatibile con il capitalismo familiare e perché il capitalismo delle grandi famiglie ha reso estremamente rarefatte le risorse finanziarie. La famiglia Agnelli deve pensare al sostentamento di più di 120 membri: 120 persone che non fanno un tubo, che vivono di rendita e che hanno livelli di vita spaventosamente elevati e costosi. Hanno bisogno di denaro contante, quindi di un polmone finanziario che non permette di destinare alle attività industriali quella quantità di risorse che sarebbero necessarie per resistere. La globalizzazione della Fiat è stata fatta in modo sparagnino dalla proverbiale famiglia di avari che è la famiglia Agnelli, fatta cioè lesinando le risorse e quindi quella che è stata inventata è stata una globalizzazione stracciona.
Sapendo di non poter competere sui mercati forti dove occorrono grandi capitali, grande innovazione tecnologica, forza organizzativa e buoni modelli, la Fiat ha scelto -a partire dalla metà degli anni '90- di globalizzarsi nelle periferie, cioè di produrre l'utilitaria globale, ripetendo su scala internazionale quello che aveva fatto in Italia nella fase della motorizzazione di massa, puntando insomma a motorizzare le semiperiferie, l'America Latina, i paesi dell'est a partire dalla Polonia, il medio oriente a partire dalla Turchia, mettere un piede in India e magari spingersi fino alla Cina. Tutto questo con un prodotto povero, per clienti senza grandi pretese, che era esattamente quello che sapeva fare e inventandosi la cosiddetta 'fabbrica modulare', cioè la fabbrica nella quale la Fiat metteva un quarto del capitale e gli altri tre quarti li faceva mettere da partners locali che poi chiamava a produrre nei suoi stabilimenti.

È questa una innovazione appunto da capitalismo straccione che si illude su quello che la stessa ideologia neoliberista andava dicendo della globalizzazione e cioè prendeva sul serio la propria stessa mistificazione, credendo insomma che la globalizzazione fosse anche un meccanismo di redistribuzione del reddito su scala globale, e che per questo facesse affluire dai paesi centrali ricchi ai paesi poveri un velo di ricchezza che producesse una -seppur sottile-borghesia compradora locale. Amavano dire che se anche solo un 5% del quasi miliardo di indiani si fosse minimamente arricchito, avrebbe costituito un mercato di 50 milioni di persone superiore a quello italiano.
L'idea era che la globalizzazione attraverso il meccanismo della finanza e della borsa ridistribuisce ricchezza, cosa che non è avvenuta. Dalla metà degli anni '90 in poi si sono succedute una serie di crisi continentali -la Russia, il Brasile, l'estremo oriente asiatico- che hanno scavato sotto i piedi a questo modello che era povero e insieme megalomane, perché puntava a raggiungere un volume altissimo di vendite: il sogno di Cantarella era quello di riuscire a vendere ogni anno 4 milioni di autoveicoli e quindi a misurarsi con i colossi globali: megalomania e scarsità di risorse hanno fatto questo buco abissale dentro una logica nella quale la famiglia Agnelli ha praticato la tecnica del 'prendi i soldi e scappa', trasferendo nelle proprie cassaforti di famiglia Ifi, Ifil, telecomunicazioni, energia, le risorse che drenava dal settore industriale.

altremappe: Ma questo meccanismo di delocalizzazione, che è perseguito da molti altri grandi gruppi industriali mondiali, soprattutto alla ricerca di luoghi dove il costo del lavoro sia più basso, perché è stato perdente per la Fiat, mentre appare una grande occasione per altre imprese multinazionali?

Revelli: Perché gli altri gruppi in genere mantengono posizioni solide nei mercati centrali, che sono quelli nei quali si guadagna, e delocalizzano alcune produzioni abbassando il costo del lavoro in periferia senza affidarsi per la propria sopravvivenza ai mercati periferici.
La Fiat ha fatto un'operazione inversa, ha rinunciato a competere sulle fasce alte nei mercati centrali -i segmenti alti di mercato sono quelli su cui si guadagna- e in questi mercati è rimasta con i prodotti di fascia più bassa nei quali si rischia di perdere perché la competizione è durissima e il valore aggiunto è basso, e in parte ha delocalizzato in funzione di creare prodotti a costo minore per i mercati centrali, ma erano prodotti poveri -la 600 ad esempio-. Ma soprattutto i mercati periferici non sono decollati come mercati di vendita: la Fiat ha investito per produrre 4 milioni di auto, in realtà ne produceva e ne vendeva poco più di 2 milioni e quindi si è scavata la fossa.

altremappe: Nel dibattito di questi giorni, ma è un pensiero che ricorre sempre quando si parla di crisi della Fiat, emerge un punto di vista che vede la chiusura di stabilimenti Fiat come una 'sconfitta' generale. Ma per chi non si identifica con la classe imprenditoriale, e tantomento con la Fiat, che significa dire -come sostengono anche esponenti del mondo sindacale- che 'si perde tutti se perdiamo la Fiat'?

Revelli: In questa affermazione c'è del vero e c'è del falso. Sicuramente questa è una crisi terminale e questo è l'elemento che differenzia la fase attuale dall'autunno '80 ad esempio: quella fu una grande catastrofe operaia, una terribile sconfitta operaia, che però nell'immediato fu una vittoria capitalistica. Fu il modo in cui quel modello industriale fordista tentava di conquistarsi margini di sopravvivenza, attraverso un corpo a corpo feroce con la propria classe operaia e la sua eliminazione come soggetto all'interno della produzione.

Quella di oggi è un'altra cosa perché è la fine di un modello: la fine del fordismo in Italia ha la sua sanzione nello stato di crisi della Fiat e quel modello industriale incentrato sul capitale delle grandi famiglie, sul gigantismo industriale, sui grandi stabilimenti, sulla catena di montaggio, sulla massificazione del lavoro e così via.
Davvero quel modello è finito: è finita l'epoca dei grandi gruppi fordisti produttivi nazionali. Certo che continuano ad esistere grandi gruppi automobilistici nel mondo, ma sono gruppi ormai compiutamente transnazionali, sono quelli che hanno realizzato il salto, sono quelli che hanno realizzato non la globalizzazione stracciona, ma la transnazionalizzazione forte e che quindi sono in grado di giocare su molti tavoli. Il modello Fiat segna la fine del fordismo in Italia e di questo credo che dobbiamo prendere atto con tutto quello che significa, perché significa anche la fine di quel modello di conflitto, conflitto massificato, capitale/lavoro che si confrontano fronte a fronte e apre un processo che è indubbiamente di decomposizione, di frammentazione e sfarinamento anche sociale.

Non c'è dubbio che il venir meno di quel modello che aggregava e produceva un conflitto intorno a grandi identità contrapposte, comporta l'apertura di uno scenario da capitalismo reticolare, molecolare, con una moltiplicazione delle figure del lavoro, con una crisi del confine fra lavoro dipendente e lavoro autonomo, nel quale non ci sono più le grandi aree di condensazione nelle quali si giocavano partite esemplari e decisive.

Io credo che questo elemento lo vedremo anche in relazione dello sciopero generale del 18 prossimo, se il meccanismo funzionerà sarà giustamente uno sciopero generalizzato di tipo nuovo nel quale avranno occasione di incontrarsi e di confrontarsi figure molto diverse ed eterogenee del lavoro.
La caduta della Fiat è la fine di quel modello, è la fine di quel tipo di conflitto epico che ci ha tutti coinvolti ed entusiasmati, ma può anche essere letta come una liberazione, per certi versi, nel senso che quel modello era diventato in parte anche una gabbia nella quale il lavoro dipendente rimaneva chiuso in eterno nel suo destino di dipendenza, passando da momenti entusiasmanti di conflitto per poi ricadere nella dimensione del lavoro dipendente. Oggi si pone direttamente la questione di immaginare figure del lavoro indipendenti, o conquistarsi una nuova indipendenza: è certo che l'epoca attuale ci pone dinnanzi ad una alternativa secca, il rischio è il trasformarsi della classe in plebe. Il fordismo aveva elevato il popolo a classe, la decomposizione del fordismo rischia di declassare la classe in plebe…

altremappe: … creando nuove forme di subordinazione ancora più sottili forse…

Revelli: … e di figure del lavoro incapaci di confrontarsi da pari a pari con le nuove forme del capitale.

altremappe: Ma il considerare -come fa il sindacato- questa crisi come una sconfitta, allora non svela forse un estremo meccanismo di difesa che non vuole vedere una realtà che cambia implacabilmente?

Revelli: Sì, e non solo. Io lo vedo qui a Torino, lo si percepisce: in quello che rimane dei lavoratori Fiat sono in molti che sperano nella sopravvivenza del padrone buono, del Gianni Agnelli che era identificato con quello che non voleva vendere e voleva 'morire meccanico'.
20 anni fa i cortei uscivano dai cancelli Fiat gridando 'Agnelli Pirelli ladri gemelli', chiedendo metaforicamente la pelle del padrone, mentre oggi escono augurandosi che il padrone buono duri e augurandosi che venga perpetuata la loro condizione di lavoratori dipendenti.

Questo è un brutto nodo, perché è chiaro che io capisco anche i migliori dei compagni della Fiom che hanno il problema di mantenere coeso il proprio fronte e i propri lavoratori e la battaglia per la difesa della fabbrica appare necessaria, ma credo anche che sia il momento di avere coraggio mentale e di immaginare la transizione attuale come un'occasione di liberazione, per certi versi, una liberazione anche mentale, in cui cominciare a reimmaginare il corpo del lavoro come un corpo di 'liberi cooperatori indipendenti'.

altremappe: Mi sembra che questo passaggio non sia concepito in questo modo…

Revelli: No, infatti, non c'è nel dibattito.

altremappe: E al contrario non pensi che questa occasione potrebbe essere utile a riproporre il tema di un ridisegno complessivo del sistema degli ammortizzatori sociali nel nostro paese e soprattutto a riporre al centro un tema come quello del reddito di cittadinanza che -a differenza della CI o dell'assegno di disoccupazione- si pone come uno strumento di garanzia di diritti per tutti, sottintendendo proprio quella nuova accezione del lavoro di cui parlavi? È anche questo quell'atto di coraggio che forse ancora manca?

Revelli: Sicuramente. Se guardiamo il panorama delle proposte e delle risposte a questa situazione abbiamo diversi fronti. Da un lato abbiamo la posizione di coloro -e sono prevalenti nell'ambito degli amministratori a Torino- i quali chiedono esclusivamente un sostegno alla Fiat: da parte del governo, delle banche, della società. Aiutare la Fiat a sopravvivere riversando enormi energie finanziarie dentro un buco nero nel quale queste risorse non produrranno nuovi investimenti, nuovi posti di lavoro, ma semplicemente andranno ad aumentare la rendita finanziaria degli Agnelli. E questa mi pare una proposta folle.
Poi abbiamo posizioni diciamo 'antagonistiche', come la posizione di Rifondazione Comunista, che dice nazionalizziamo la Fiat, e la proposta della Fiom che dice innestiamo un meccanismo a capitale misto con controllo pubblico in modo tale che non sia possibile agli Agnelli prendere i soldi e scappare, e nello stesso tempo sia possibile rilanciare la vocazione industriale della Fiat.

Anche se queste posizioni mi piacciono perché mi piace quello che rompe il coretto stucchevole degli apologeti della famiglia Agnelli e mette un po' di bastoni fra le ruote di queste posizioni, allo stesso tempo mi lasciano un po' freddo, perché mi sembrano tutte rivolte all'indietro, a un'epoca che è in qualche misura finita e perché continuerebbero a confinare quel settore di classe operaia nella dimensione del lavoro dipendente.

E poi c'è un'altra possibile uscita, a mio avviso in avanti, la quale potrebbe immaginare ammortizzatori sociali diversi, non legati cioè alla prestazione lavorativa -come il reddito di sopravvivenza, di cittadinanza-, la possibilità insomma della sopravvivenza ai lavoratori della Fiat a prescindere della prosecuzione del rapporto di lavoro, che costituirebbe un'occasione di sganciamento dalla dipendenza e contemporaneamente la finalizzazione di una quantità di risorse pubbliche -penso soprattutto alle banche che fino ad oggi hanno gettato migliaia di miliardi nell'impresa disperata di salvare una Fiat non salvabile- e soprattutto un'attività culturale e organizzativa, perché i lavoratori Fiat -così liberati dalla loro dipendenza- si possano autorganizzare cooperativisticamente in proprie imprese finalizzate a lavori socialmente utili, come la bonifica dei territori, la produzione di servizi in città, ma come liberi produttori indipendenti, non come lavoratori salariati della Fiat.

Un'occasione, insomma, di traghettarli fuori dall'universo del lavoro dipendente e favorirne il processo di autorganizzazione, garantito da una rete di reddito sicuro.
Questa a me sembrerebbe una proposta adeguata ai tempi e non meno irrealistica delle altre, perché la prima è masochistica e le altre due mi sembrano quantomeno improbabili.
E questa potrebbe essere la condizione per affrontare la transizione dal fordismo al postfordismo in forma non catastrofica, positiva.

altremappe: Poco prima che esplodesse la questione Fiat abbiamo assistito ad una certa contrapposizione della Confindustria verso la finanziaria del governo. D'Amato ha bollato questa finanziaria come la peggiore mai vista: ma allora quali interessi rappresenta in questo passaggio Berlusconi, criticato così aspramente dai suoi stessi più prossimi alleati?

Revelli: Al di là di un certo gioco delle parti, in cui la Confindustria fa la voce grossa per ottenere di più, io credo che davvero nella congiuntura attuale stiano arrivando al pettine alcuni nodi anche sul versante della destra.
Nodi che sono dentro la crisi del modello fordista e nella complessità della transizione in corso. In particolare mi sembra che stia incontrando grandi difficoltà il progetto sociale di questa destra, che è nato come l'alternativa strategica al blocco dei produttori -sostenuta dai governi di centro sinistra-: a quel blocco fordista o tardo fordista il centro destra aveva contrapposto il blocco degli esclusi da quel patto, quindi delle figure periferiche massificate del lavoro da una parte e della piccola e media impresa dall'altra.

In realtà in quel progetto, per il modo con cui la decomposizione degli aggregati sociali in Italia è avvenuta, c'era un profilo di tipo peronista, cioè c'era la realtà di una possibile alleanza tra popolo decomposto in plebe, precipitato in plebe e nuovi ricchi. Un altro blocco sociale tipicamente di tipo latinoamericano, peronista. Là alcuni grandi latifondisti, qua gli avventurieri del capitalismo di rapina degli anni '80 e '90 e la plebe, non più capace di organizzazione e di protagonismo e chiamata ad identificarsi con i propri signori.
Quel progetto urtava con un mucchio di spigoli, non solo costituiti dai residui della grande industria, ma da una parte del capitalismo italiano: e questo sta emergendo nella reazione a questa finanziaria che deve comunque dare qualcosa agli 'avventurieri' e quindi deve togliere qualcosa a quella parte di ceti produttivi degradati che hanno espresso la Confindustria di D'Amato.

11.10.2002