I TALEBANI SONO UN COMPLESSO ROCK: del deperimento della politica


Roma 24/09/01

Meno di un anno fa, durante la campagna elettorale per l'elezione a presidente degli Stati Uniti d'America, George W. Bush fu intervistato da una giornalista sulla questione degli studenti coranici afghani, i Talebani. Scena muta. Scattò l'aiutino del'intervistatrice: "La repressione delle donne, l' Afghanistan...". Ed ecco che il futuro presidente: "Credevo che parlassi di un gruppo rock! I Talebani dell'Afghanistan! Assolutamente! Repressivi!".
Questo è il genio della politica internazionale cui l'Europa sta dando carta bianca, che ha promesso una guerra permanente, "infinita", globale. Lo stesso genio che in un dibattito confuse la Slovacchia per la Slovenia e chiamò i greci "greciani": un uomo che non inviteresti a casa tua a giocare a Risiko.
Niente di meglio degli accadimenti dell'11 settembre poteva servire a Mr.Bush, per riconquistare quella credibilità che un presidente eletto con la minoranza dei voti (magie del presidenzialismo!) non aveva nè a casa sua nè a livello internazionale, per riaffermare un ruolo posticcio e puramente di facciata che lui stesso aveva implicitamente riconosciuto come tale prendendosi durante l'estate due mesi di vacanza nella sua tenuta texana: un altro episodio emblematico. "A che servo, la baracca funziona benissimo anche senza di me", sembrava dirci il nostro Figlio d'arte appoggiato alla staccionata del suo ranch in stivaloni, cappello da cow boy e camicia a quadri.
Insieme Bush, tra i miracolati da bin Laden (che Allah esista?) c'è il sindaco di New York, quel Rudolph Giuliani inventore della "tolleranza zero" macabro modello di "sicurezza" per i sindaci nostrani. Nessuno si ricorda più delle denuncie di Amnesty International sulle pratiche violente e razziste della polizia della Grande Mela, dei tanti Amadou Diallou (ucciso con quarantuno colpi di pistola da solerti agenti mentre metteva la mano in tasca per estrarre il portafoglio), dei più di 70.000 detenuti (in stragrande maggioranza neri) nelle galere dello stato di New York. Recenti sondaggi danno il sindaco Giuliani all'80% della popolarità.
Per qualcuno, insomma, la follia degli aerei proiettati sulle Twin Towers e sul Pentagono l'11 settembre, ha rappresentato la manna che viene dal cielo.

Bush e Giuliani sono due simboli (come Berlusconi, del resto) del ruolo che gioca la politica nello scenario mutato dell'Impero. Il "potere assoluto dell'Amministrazione" si pone come mera registrazione di decisioni che spettano agli automatismi finanziari, ai "tecnici" degli apparati militari, è ,come ha scritto Paolo Virno, è l'apoteosi della"ragione di stato", il ribaltamento del rapporto tra razionalità e Stato: non è la prima che influenza il secondo ma è lo Stato che si pone come dominio della razionalità. Si badi bene: l'Amministrazione e non la "Politica", che non è più adeguata a dominare le innumerevoli contraddizioni del neoliberismo.
A Durban, ad esempio, le organizzazioni non governative di tutto il mondo avevano cercato di discutere di Politica, e infatti gli U.S.A. hanno minacciato la fuga soccorsi dall'Europa, promotrice di una ridicola ricomposizione.
E' il passaggio che Massimo Cacciari, uno dei più lucidi osservatori degli accadimenti di questi giorni, ha definito dal "government" alla "governance". Un passaggio che sta avvenendo in maniera conflittuale e turbolento ma che subisce un'ulteriore, brusca accelerazione.
Se accettiamo, come ci suggeriscono Negri e Hardt, di definire la forma della sovranità imperiale come una costituzione mista in cui convivono le forme della democrazia, dell'aristocrazia e della monarchia allora non possiamo fare a meno notare che in questa fase (grazie a quello che è avvenuto) è quest'ultima forma che prende il sopravvento: a livello politico-militare attraverso il comando incondizionato, ironia del destino, del Pentagono, a livello sociale attraverso una sorta di maccartismo di ritorno contro chiunque disobbedisca che rafforza il controllo, a livello mediatico attraverso il ritorno della propaganda di guerra e la cancellazione del dissenso.
E in quest'ottica il ruolo del "movimento dei movimenti", della grande ondata di contestazione al dominio del mercato che si è dispiegata in questi anni va ben oltre la stanca ripetizione del triste (se non altro perché richiama il periodo della sconfitta definitiva di un altro movimento) e piatto: "Ne con gli U.S.A. nè con bin Laden". Bisogna occupare i territori (fisici e metaforici) abbandonati dai sovrani e dai loro sgherri, costruire i forum sociali come spazi pubblici in cui ridare senso alla "politica", intensificare le contraddizioni che la nuova forma di dominio ha al suo interno: usiamo come ipotesi di lavoro l'Impero come costituzione mista.
Le urla paranoiche contro il Potere monolitico mondiale lasciamole allo sconfittismo emmellista.

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