I soldati e la pace
Ma l'Italia è in guerra?
Quanti se lo sono chiesto in questi giorni viaggiando in metropolitana, al lavoro, al supermercato?
Si può provare a guardare le facce, gli sguardi, gli occhi della gente per carpire un'emozione, una impressione, un'idea.
Sembra di cogliere solo sgomento, paura, soprattutto silenzio.
E' emblematico.
Il silenzio sbigottito di chi non si aspettava niente del genere.
Eppure quei 18 morti ci hanno scaraventato in faccia una realtà che solo la rimozione collettiva aveva collocato, ancora una volta, in un angolo perché non ci si pensasse.
Un mondo dell'oblio che la favola del 'soldato di pace' ha nutrito, che l'ambigua gestione della partecipazione italiana alla guerra ha alimentato.
Ma il nostro governo è stato uno snodo dell'attacco anglo-americano. Di appoggio logistico, di sostegno tecnico, di spalla politica quanto si vuole, ma lo è stato, anzi lo è.
E ora che l'ipocrisia più rivoltante e la retorica hanno la meglio, in pochi hanno il coraggio di dire parole chiare, cristalline, oneste. Ora, di fronte allo strazio di quelle morti, di quel modo di morire, indigna lo spettacolo di una classe politica che intona il coro del cordoglio nazionale, che furbescamente sollecita la sospensione del giudizio politico nel momento del dolore.
Come se il dolore in sé cancellasse le ragioni e le responsabilità, come se tutti fossimo quei familiari che davvero hanno solo il cuore spezzato ora, come se ai politici non fosse richiesto proprio uno "sforzo politico", uno slancio di dignità, soprattutto nei momenti più difficili.
È il momento della riflessione, ci si dice.
Ma su cosa sta riflettendo il ministro Martino quando davanti alle macerie fumanti, ripete che non è cambiato niente, che il contingente non si muoverà, che le intenzioni del governo non si modificheranno? Perché tutti sono invitati a riflettere in silenzio e lui no?
È vero, in certi momenti si ripetono ossessivamente le formule solo perché non si sa cos'altro dire.
La verità è che si continuano a trattare i cittadini di questo paese come gli spettatori di uno sceneggiato che si svolge da un'altra parte, anche ora che la guerra ci è piombata addosso in tutta la sua brutalità.
È una guerra, appunto. Un contingente che è arrivato in Iraq nel pieno di un conflitto solo formalmente dichiarato finito, un contingente partito da un paese che all'80% non voleva questa guerra e che ora conta anche i suoi morti. Un contingente che ha compiti di polizia, di pattugliamento, di addestramento: questi non sono compiti 'umanitari'.
Il cinico Luttwak, l'onnipresente politologo americano, parlando di un incidente prevedibile, una verità l'ha detta, tutto sommato: ricordando che le guerre comportano sangue, morti e feriti, ha lugubremente gridato semplicemente una consequenzialità.
Il fatto è che questi morti non sono inevitabili, che è cinico e miope non modulare le decisioni su quello che accade intorno, che ritirare il contingente ora sarebbe solo un atto di seria, profonda, semplice responsabilità.altremappe
14.11.2003