L'economia dell'ingiustizia
Selezione ragionata di articoli e notizie sui tre Nobel 2001 per l'Economia
I tre Nobel per l'economia del 2001
E' andato a tre americani il premio Nobel 2001 per l'economia: George Akerlof, Michael Spence e Joseph Stiglitz riceveranno così oltre due miliardi di lire, oltre che uno dei riconoscimenti più prestigiosi al mondo. I tre economisti americani sono stati premiati per il loro lavoro sui mercati "con asimmetria d'informazione". Il fenomeno dell'"informazione asimmetrica" riguarda le differenze di informazione tra i diversi attori economici (creditori e debitori, produttori e consumatori ecc.) che possono causare distorsioni nel funzionamento dei mercati.
Akerlof, nato nel Connecticut 61 anni fa e laureatosi al Mit, ha insegnato all'Indian Statistical Institute e alla London School of Economics, e si trova oggi all'Università di Berkeley; nel libro "Il mercato dei limoni", Akerlof spiega il concetto di "selezione avversa", di come cioè una cattiva informazione possa influenzare pesantemente il mercato. (NB in gergo americano economico finanziario i limoni sono le auto di seconda mano.) (Acquirenti e venditori)
Spence, nato nel New Jersey nel 1943, e laureatosi ad Harvard, ha insegnato alla Graduate School of Business di Stanford, e nella stessa Harvard, divenendo in seguito preside di entrambe le università. Oggi si trova a Stanford.
( teorie riguardanti i Finanziatori e finanziati, assicuratori e assicurati. Ecc ecc)
Ma la figura più interessante è Joseph Stiglitz. Nato nell'Indiana nel 1943 e laureatosi anche lui al Mit, ha insegnato nelle prestigiose università di Yale, Princeton, Oxford e Stanford. Oggi si trova alla Columbia University di New York. In passato fu anche vice-presidente della Banca Mondiale, ma rassegnò le dimissioni nell'aprile 2000. In quell'occasione Stiglitz pubblicò un articolo molto polemico con l'Fmi, in cui accusava l'organismo finanziario internazionale di non aver saputo gestire la crisi asiatica e la transizione della Russia.
Da il Manifesto Marina Forti 16 aprile 2000
L'argomento di Walden Bello è una delle più potenti critiche rivolte al Fondo monetario internazionale di questi tempi, e del resto argomenti simili rimbalzano in ambienti ben lontani da quello dei critici della globalizzazione. Basti leggere cosa scrive Joseph Stiglitz, già economista capo della Banca Mondiale, che in novembre ha presentato le sue dimissioni, lanciando accuse pesantissime al Fmi e alla sua gestione della crisi asiatica. Stiglitz (in un lungo articolo su The New Republic) accusa il Fmi di aver "seminato distruzione" raccomandando negli anni '90 ai paesi emergenti dell'Asia l'apertura del mercato dei capitali, e di aver cronicizzato poi la crisi raccomandando a tutti una medicina a base di restrizioni monetarie e tagli alla spesa pubblica. Il risultato è quello che gli attivisti di ogni parte sono venuti a denunciare a Washington in questi giorni: "Nel Sud-Est asiatico 200 milioni di persone sono scivolate sotto la soglia di povertà in pochi mesi", fa notare Bello.
Stiglitz accusa il Fmi anche di agire nella segretezza, di prendere le decisioni in accordo con il ministero del tesoro degli Stati uniti ma al di fuori da qualunque discussione pubblica. E sono proprio le accuse che i manifestanti di Washington rivolgono al Fmi e alla sua istituzione sorella, la Banca mondiale. "Il Fondo monetario serve gli interessi dei paesi ricchi e di Wall Street", leggiamo nell'opuscolo preparato dalla "Alleanza per la giustizia economica", la coalizione di gruppi che coordina la mobilitazione di questi giorni. Ecco dunque "le prime 10 ragioni per opporsi al Fondo monetario internazionale": il potere di voto è proporzionale ai soldi versati, dunque gli Usa sono il maggiore "azionista" con il 18; Usa, Germania, Francia, Giappone e Gran Bretagna insieme fanno il 38. Il Fondo è un'istituzione segreta che non rende conto pubblicamente del suo operato. Le sue politiche sono sbagliate, "obbligano i paesi del Sud a dare priorità all'export a scapito della diversificazione delle economie" e della "produzione per il consumo locale". Le sue politiche promuovono il benessere delle grandi aziende transnazionali, non quello dei paesi che assiste. Danneggiano i lavoratori e l'ambiente. E i "salvataggi" del Fmi accentuano, non risolvono, le crisi economiche.
Dal sito di Attac 2000
L'ex economista capo della Banca Mondiale, Joseph Stiglitz, sul ruolo del FMI nella crisi asiatica, ha scritto:
"La cattiva gestione economica è stata solo un sintomo del reale problema: la segretezza. Le persone intelligenti sono molto più inclini a fare cose stupide quando si chiudono ad ogni critica e ad ogni suggerimento esterno. Ma, con il FMI che insiste sul fatto che le sue politiche erano al di là di ogni critica - e senza nessuna istituzione che lo costringe a farci attenzione - le nostre critiche sono state di poco aiuto. Ancora più spaventoso, anche i critici interni erano tenuti all'oscuro, in particolare coloro con diretta responsabilità democratica.
Il FMI è come un armadillo, che si sotterra profondamente nella propria realtà e strizza gli occhi quando esce alla luce del dibattito pubblico, ma che possiede anche la corazza solida e impenetrabile. Nulla mostra che la "cultura di riforma" si sia radicata nel Fondo, e sarà necessario molto più dello zelo di Köhler per introdurre un po' di umiltà nell'istituzione e rimuovere gli interessi dei maggiori azionisti.
La Banca Mondiale, dall'altro lato, è un camaleonte, maestra nell'arte di acquisire il colore dell'ambiente in cui si trova.
Le monde diplomatique settembre 2000 I giorni di Praga
L'ex vice-presidente della Banca mondiale, Joseph Stiglitz, ha preferito dimettersi piuttosto che dare il proprio contributo a politiche che non soltanto non erano il risultato di un dibattito democratico all'interno del paese interessato, ma che si ponevano addirittura al di sopra del dibattito scientifico tra gli economisti
Da il manifesto ottobre 2000
EDUARDO GALEANO
I gemelli non hanno bisogno di specchio. Ogni gemello serve di specchio a suo fratello: quando uno guarda all'altro, si vede.
Joseph Stiglitz è stato vicepresidente della Banca Mondiale fino all'inizio di quest'anno. In aprile, a mo' di saluto, ha publicato sulla rivista The New Republic un articolo che descrive, senza pietà, una organizzazione potente: non la Banca Mondiale, sulle cui più alte poltrone è stato seduto, ma il Fondo Monetario Internazionale. Ma il ritratto si è trasformato, anche, in un involontario autoritratto. Se Dio vuole e la Madonna, il vicepresidente del Fondo Monetario Internazionale ci offrirà, quando andrà in pensione, la vera fotografia di fronte e di profilo della Banca Mondiale, identica a quella del suo fratello gemello. "Perché lo stesso è lo stesso, e per di più è uguale", come dice un anonimo filosofo che girovaga per i caffè del mio quartiere; e perché la dittatura finanaziaria universale si esercita a due, ma i due sono uno, secondo il mistero del Santissimo Duo.Un disegno di Plantu, pubblicato su Le Monde, mostra un tassista con gli occhi a mandorla che trasporta un passeggero. Il passeggero è un esperto del Fondo Monetario. Il tassista chiede:
- Lei viene in Asia spesso?
- No. Ma ti dirò io dove andare.Stiglitz lo dice in un altro modo: "Quando il Fmi decide aiutare a un paese, invia una "missione" di economisti. Spesso questi economisti non hanno esperienza nel paese; conoscono meglio gli alberghi a cinque stelle che i villaggi della campagna. E racconta: "Ho sentito il racconto di uno sfortunato incidente. Uno di questi gruppi di esperti ha copiato una vasta parte del rapporto su un paese e lo ha riversato, tal quale, nel rapporto su un altro paese. Tutto sarebbe andato liscio se il correttore non avesse funzionato come doveva: ha lasciato infatti il nome del paese originale in alcuni paragrafi". E comenta: "Aiha!!!".
Oltre a detenere, appena un attimino fa, la vicepresidenza della Banca Mondiale, Stiglitz è stato anche capo dei suoi economisti. Evidentemente è stato più attento con i computer al momento di fare correzioni, per ogni paese, sui progetti fabbricati in serie
L'Egitto ha sofferto di ben sette piaghe, ma questo è successo molto prima della globalizzazione. Le calamità di questi tempi si programmano e si applicano su scala universale.Scrive Stiglitz: "Al Fmi non piace che gli vengano fatte domande. In teoria, aiuta le istituzioni democratiche nei paesi dove lavora. In pratica, scalza il processo democratico con l'imporre le sue politiche".
E prevede le esplosioni di protesta: "Diranno che il Fmi è arrogante. Diranno che il Fmi non ascolta i paesi in sviluppo che, si suppone, aiuta. Diranno che il Fmi funziona senza trasparenza e senza contabilità democratica. Diranno che i "rimedi" del Fmi spesso peggiorano le cose... E non avranno tutti i torti".
Esattamente lo stesso diranno della Banca Mondiale, e ancora non avranno tutti i torti.
Ma il presidente della banca Mondiale, James Wolfensohn, è un incompreso: "E' demoralizzante vedere tutta questa mobilitazione per la giustizia sociale, quando noi la mettiamo in pratica ogni giorno. Nessuno sta facendo tanto per i poveri come noi", dice. E come esprime la Banca Mondiale quell'amore per i poveri? Come il suo gemello: moltiplicandoli.
La rivista del Manifesto marzo 2000
Scambio di cortesie
Se la stampa dei paesi in via di sviluppo pubblica spesso virulente denunce del consenso di Washington, i media americani e britannici si rendono spesso portavoce di regolamenti di conti altrettanti virulenti fra economisti adepti del medesimo consenso. Così Joseph Stiglitz, economista capo della Banca mondiale (alla quale ha appena presentato le sue dimissioni per ritrovare la propria libertà di parola) ha regolarmente criticato con vigore il modo in cui il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha gestito la crisi asiatica e la transizione in Russia. Le sue asserzioni hanno portato Anders Aslund, esperto di politica ed economia russe alla Fondazione Carnegie per la pace internazionale, a dichiarare a The Economist che "senza capirne nulla, Stiglitz proferisce la prima stupidaggine che gli passa per la mente".
Paul Krugman, docente al Massachusetts Institute of Technology (Mit) si è anche domandato ad alta voce come mai gli economisti del Fmi abbiano scelto, in occasione della crisi asiatica, di "fregarsene dei manuali di economia" e di prescrivere misure di austerità che hanno aggravato la situazione. In risposta Michel Moussa, economista capo del Fmi, ha dichiarato semplicemente che quelli che credono che una politica monetaria lassista avrebbe alleviato le sofferenze dei paesi in questione "stanno fumando qualcosa di non completamente legale".
Dal suo studio al Mit, posto di fronte a quello di Krugman, Rudiger Dornbusch ha aperto il fuoco su Stiglitz dicendo che "se c'è un'istituzione colpevole di prassi errate quella è proprio la Banca mondiale". E questo nel momento in cui James Wolfensohn, presidente della Banca, e Stiglitz, presentavano un "quadro globale di sviluppo" fondato su un approccio "olistico". Questo annuncio ha spinto Jagdish Bhagwati, economista alla Columbia University, a domandarsi sulle colonne del Financial Times quali fossero le ragioni che potevano spiegare i postulati fallaci e i grossolani errori sui quali Wolfensohn e Stiglitz fondavano le loro proposte, concludendo che forse esse erano solo il risultato di una "ignoranza crassa". Il giorno successivo T.N.
Srinavasan, dell'Università di Yale, ha qualificato le idee di Wolfensohn e Stiglitz come "banali e zeppe di luoghi comuni".
Precisiamo che questi economisti sono annoverati fra i più influenti e rispettati negli Stati uniti e che condividono una predisposizione ideologica favorevole riguardo ai mercati, al capitale privato e alla libertà di commercio e di investimento. M.N.
Da Economia Politica Gennaio 99
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia e vice-presidente della Banca mondiale - ha recentemente proposto una revisione della politica di aggiustamento strutturale delle istituzioni finanziarie internazionali, definita "Consenso di Washington" negli ambienti della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. La nuova ricetta conferma gli strumenti fallimentari già teorizzati - il mercato, il "libero" commercio e le privatizzazioni -, temperati da maggiore visibilità e titolarità dei Governi locali in materia di investimenti pubblici nella formazione e altre spese sociali.
In una relazione presentata lo scorso anno ad Helsinki, Stiglitz sostiene: "Abbiamo raggiunto una migliore comprensione del funzionamento mercati", e questa affermazione è incredibile nel 1998, nel pieno della crisi di Thailandia, Malaysia, Indonesia e Russia. E' la riprova - se ancora ce ne fosse bisogno - che il collegamento fra gli economisti e la realtà è a dir poco blando. Quel che sta succedendo in questi mesi con la crisi brasiliana, accentua la stranezza dell'affermazione: non solo i mercati sono sempre meno comprensibili, ma i mezzi proposti per "eliminarne il caos" sono sempre più aleatori e inefficaci.
D'altra parte Stiglitz - con il suo ottimismo panglossiano - è in buona compagnia visto che ancora nel settembre 1997 la Banca mondiale diceva, "E' probabile che la crescita nei paesi del Sudest asiatico rallenti nel breve periodo, ma. è improbabile che si verifichi una crisi esplosiva sul genere di quella del Messico nel 1994". La 'saggezza convenzionale' - direbbe Galbraith - è sempre più lontana dalla realtà, mentre aleggia sul mondo lo spettro di una crisi drammatica quanto quella del 1929.