Dopo il 23 marzo

C'è più di un motivo per essere soddisfatti della giornata del 23 marzo, nonostante essa offra sollecitazioni forti alla riflessione, da non ignorare e meritevoli di essere elaborate da qui in avanti. Queste due considerazioni non si eludono tra loro, anzi, se lette nella loro complementarietà, offrono probabilmente una chiave di lettura più efficace di una partita ancora tutta da giocare.

La scelta di forzare, con la piazza, le politiche concertative e le spinte di "chiusura al ribasso" del conflitto sul lavoro di CISL e UIL, ha pagato; in misura straordinaria nei numeri della partecipazione alla manifestazione, in misura sostanziale per le prospettive che essa può dischiudere sul piano di quel protagonismo sociale che, con continuità e rotture, va ritrovando una sua centralità sulle rovine del dopo Ulivo. In questo, la CGIL ha capitalizzato molto più di quanto abbia effettivamente investito ma ha giocato con indubbia perizia le sue carte, offrendo una sponda autorevole e rassicurante, sul piano identitario, alla diaspora del "popolo della sinistra", riscattandolo dal limbo ectoplasmatico cui l'avevano ridotto l'imbarazzante subalternità e la balbuzie progettuale dei suoi dirigenti e ricollocandolo, pur senza "emanciparlo" sul piano dei contenuti, al centro della scena politica di questo paese. Può essere una tutela, alla lunga, asfissiante, ma è indubbio che abbia comunque contribuito a rimettere in moto energie altrimenti difficilmente raggiungibili.

Il 23 marzo segna la definitiva scesa in campo di Cofferati in seno allo scontro politico in cui da tempo agonizza l'Ulivo. E' del tutto secondario se e quando egli decida o meno di candidarsi a guida dei DS: di fatto è l'unica figura oggi in grado di riscuotere suffragi quasi plebiscitari dalla base ex-picista, di intrattenere relazioni proficue con l'anima giustizialista del Palavobis, di rappresentare adeguatamente certe sclerosi operaiste che pure pulsano in Rifondazione, di colloquiare, per la verità a monosillabi, con i movimenti. Su quest'ultimo piano occorrerà procedere con il massimo disincanto e vedendo le carte di volta in volta, senza concedere aperture di credito non suffragate da fatti concreti, senza ricercare convergenze impossibili, preservando soprattutto quel formidabile intreccio di storie, identità, linguaggi, soggetti e comportamenti che fibrilla nei reseaux del movimento e che si sforza di costruire un'alternativa non all'Ulivo ma a questo pianeta morente.
Pur nella sua imponenza, la giornata del 23 non è che un preludio della partita vera che si giocherà con lo sciopero generale e si capirà quanto essa sia stata determinante non solo dalla riuscita o meno dello sciopero stesso ma da quanti e quali soggetti sociali esso sarà riuscito a mobilitare, quali forme di lotta sarà stato capace di inventare, quali istanze, ben oltre il lavoro, sarà stato capace di sollecitare e mettere in comunicazione tra loro.

La battaglia sull'articolo 18, in altri termini, può essere una delle precondizioni per mettere in campo rivendicazioni più mature e articolate, può essere un utensile per contestualizzare il tema del lavoro - e del non lavoro - in uno scenario più vasto e complesso, che raccordi il reddito sociale di cittadinanza alla titolarità universale dei diritti, la cooperazione sociale all' autoproduzione, la sperimentazione di nuove forme di autogoverno e di partecipazione alla distribuzione e amministrazione della ricchezza. E su questi terreni sarà opportuno misurare la potenza della rete, le sue capacità di interlocuzione, di contaminazione, di farsi società altrove. Fuori da questa prospettiva la battaglia sull'art.18, oltre ad essere residuale e paradossalmente discriminante, è già persa.

Tuttavia la giornata del 23 ha mostrato segnali confortanti anche su questo versante: nella piattaforma sindacale ha trovato spazio - non sappiamo se solo formale - l'estensione delle garanzie a tutte le figure del lavoro, la necessità di arginare la deregulation selvaggia della flessibilità, l'attenzione ai nuovi lavori, al precariato e alle condizioni dei migranti. E' un lessico, questo, sulla base del quale è possibile sperimentare un ordine del discorso diverso, condiviso, estensibile e generalizzabile nelle forme e nei modi che il movimento sarà capace di mettere in campo. Ma soprattutto si percepiva una generale consapevolezza, tra la gente che ha invaso Roma, che la valenza simbolica della difesa dell'art. 18 non dovesse essere solo un'icona resistenziale ma potesse alludere alla riemersione sulla scena del conflitto di vasti settori di società civile. Non è poco, considerando che su questa manifestazione era stata accesa un'ipoteca di piombo.

La gente del 23, in altri termini, ha decisamente voltato le spalle all'immaginario dell'union sacreè evocato dalle pallottole di Bologna, non si è consegnata al logoro vocabolario emergenzialista, ma si è presa cura di sé, dei propri bisogni e del proprio futuro, ha in qualche modo disertato una scena scritta da altri.
In questo paese, da Genova in poi, il potere è ricorso compulsivamente all'arma della provocazione politica, spesso rozzamente, senza badare troppo alla verosimiglianza dello story board, ma facendo capire che questo esecutivo si sarebbe congedato definitivamente dal welfare per intrupparsi nel warfare, uniformandosi a quanto le ricette imperiali prescrivono in tutto il mondo e, per molti versi, prestandosi come laboratorio politico avanzato per la loro attuazione. Alla prima voce della sua agenda di guerra c'è, da mesi, un'offensiva a tutto campo contro i diritti civili e le libertà soggettive avente come obiettivo la blindatura disciplinare della società.

Dopo le Twin Towers è questo, in ogni angolo del pianeta, l'unico linguaggio con il quale il potere è capace di esprimersi: un lugubre monologo senza auditorio e, nelle sue aspettative, senza critici. Nel far questo esso si sottrae preventivamente a ogni forma di mediazione, persino istituzionale, e disegna attorno a sé un vuoto pneumatico. Non ha più nulla da scambiare ma solo da prendere. Ciò vale massimamente per il lavoro, sul quale non può che esercitare puro comando. Lo straordinario movimento nato in seno alla globalizzazione ha colto l'ineluttabilità di questa tendenza e ha scelto di costituirsi altrove, di emancipare la sua nemicità in alterità, ha deciso da tempo di rompere i confini e varcare le frontiere, come è accaduto, ancora una volta, il 23 marzo, quando ha deciso di misurarsi con la moltitudine che ha occupato Roma. Con questa gente, e non con le sigle che pretendono di rappresentarla, ha l'occasione in aprile di fare un altro, importantissimo, passo.

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24.03.2002