Un disastro illuminante
Note polemiche a margine di un assemblea politicaSono reduce di una confusa, a volte dozzinale, concitata ma illuminante assemblea sui temi della generalizzazione dello sciopero e del reddito di cittadinanza. Illuminante perché sullo scorrere di un finale caotico e rissoso sono emersi limiti e contraddizioni tutt'altro che superflui.
Andando con ordine partirò dai protagonisti: Fiom, disobbedienti, giuristi del lavoro, alcuni delegati sindacali, qualche precario, studenti. La miscela, nelle premesse seducente, si è tradotta in un guazzabuglio difficile da districare, in parte ideologico se non folcloristico. In verità ad emergere, con una certa forza, sono stati elementi di fragilità, di debolezza ma anche di rigida incompatibilità.
La Fiom con grande determinazione presenta una piattaforma alternativa a Fim e Uim, discute appassionatamente con gli studenti e i centri sociali, riapre assieme alla Cgil tutta un poderoso conflitto sociale ma non mostra particolare interesse per l'innovazione dei contenuti e delle pratiche. Provo a spiegarmi: quando si parla di reddito fa riemergere con una certa durezza la compostezza lavorista, quando si parla di lavoro autonomo e di crisi della subordinazione non fa che ridurre le qualità ontologiche e di immaginario del nuovo lavoro a puro sbilanciamento perdente dei rapporti di forza o alla mannaia inesorabile della cattiva coscienza.
I disobbedienti da parte loro colgono la centralità della molecolarizzazione estensiva dei conflitti sociali, tentano di ragionare sui processi di produzione di soggettività a mezzo di comunicazione, ridislocano l'agenda di movimento sulla questione del reddito: ma in che modo? Mescolando in termini confusi soggettivismo e contaminazione, volontà e ricombinazione. Non è un caso che quei pochi precari che si organizzano al di fuori del sindacato confederale mettono in mostra, con una sorta di rancorosa arroganza, il fatto che, di fronte all'elaborazione teorica, loro sì sono i soggetti in carne ed ossa e, credendo di farla in barba alla Cgil con la pura rivendicazione politicista di autonomia, ribadiscono che anche loro sono lavoratori come gli altri, che vogliono gli stessi diritti, che la subordinazione contrattuale è uno straordinario traguardo.
I disobbedienti inchiesta non né fanno, poche sono le relazioni ed evidente il rischio di volontarismo solidale. La sperimentazione sulle pratiche convince ma finisce, a volte, per far rientrare dalla finestra quell'elemento di purezza estetica che si era accuratamente cacciato dalla porta. Non basta più assumere il ruolo di un'avanguardia post-moderna evocativa e generosa. Non basta più assumere il dato che grande fette di lavoro giovanile cognitivo, relazionale si appassionano al movimento e alla sua capacità di produrre evento.
Il problema è capire come ridislocare la capacità autorganizzativa e diffusa di produrre eventi, come costruire relazioni virali con quelle figure nuove del lavoro che simpatia per il movimento ne provano ma difficilmente territorializzano le pratiche di conflitto nei non-luoghi della produzione, per non parlare poi della diffusa insofferenza di quest'ultimi nei confronti delle militanze tradizionali.
Il problema è anche spiegare al sindacato che quell'oggettivismo prepotente che ci rovesciano addosso, non per problematizzare nodi irrisolti, ma per stabilizzare un terreno pesante, anche se in parziale esaurimento (l'asse tradizionale del conflitto sul lavoro), su di un piano in formazione, molteplice, sfuggente (relazione tra vecchi e nuovi soggetti del lavoro), può produrre in parte egemonia, quantitativamente qualificata, ma non un consolante orizzonte di vittorie. Anzi il fatto è, molto brutalmente, che tre milioni non bastano e non basta neanche pensare che la potente ed ambigua irrapresentabilità del lavoro atipico si risolva con una maggiore penetrazione della forma sindacato. Quando si sperimenta, l'ostinata convinzione di avere la soluzione giusta agitando la concretezza della continuità, laddove quest'ultima dimostra inadeguatezza e meglio non vince, risulta a mio avviso una sterile e nostalgica riterritorializzazione del moderno.
Per fare tutto questo però c'è bisogno di relazione, di ricerca comune, c'è bisogno di sottoporre alla verifica sul campo le intuizioni e le innovazioni di lettura, c'è bisogno di assumere la propria non autosufficienza non solo rispetto agli altri pezzi di movimento ma anche rispetto ai processi di soggettivazione, alle forme di vita e di lavoro, non solo di militanza. Questo non significa abbandonare lo spazio globale o rinunciare alle strategie comunicative ma cominciare a declinare materialmente il primo e a diffondere viralmente il secondo elemento. Significa ancora dispiegare l'identità tra i conflitti sulla determinazione formale dei processi di comando imperiale con quelli che producono esodo dentro la crisi del valore-lavoro e della cittadinanza.
Se non riusciamo a far questo non solo è perdente la prospettiva sindacale, che stoltamente continua a desiderare un "gruppo di sostegno", ma risulterebbe ancora più debole il respiro del movimento dei movimenti che continua ad annidare, sempre più frequentemente, elementi di testimonianza vittimistica.
F.R.10.10.2002