Tra sì e no: evidenti contraddizioni

 

 

Lo strano caso del professor Ichino, di Emiliano Brancaccio - economista, responsabile economico del comitato nazionale promotore del referendum sull'art. 18.


La risposta di Pietro Ichino


La replica di Emiliano Brancaccio

 

 

 

Lo strano caso del professor Ichino

Martedì sera (29 aprile, ndr), nel corso di una puntata di "Otto e mezzo" dedicata al referendum sull'articolo 18, il Prof. Pietro Ichino si è cimentato in una fenomenale trasformazione, quella del dottor Jekyll in Mr. Hyde. Bisogna ammettere che l'esperimento è perfettamente riuscito. Vediamo come.

A un certo punto della trasmissione Giuliano Ferrara si è smarcato dallo scomodo ruolo di conduttore per riesumare il vecchio slogan radicale secondo cui libertà di licenziare significa anche libertà di assumere. Egli infatti ha affermato: "negli Stati Uniti, e in tutti i paesi in cui c'è meno tutela contro i licenziamenti, si registrano tassi di disoccupazione più bassi che altrove". Insomma, secondo Ferrara negli Stati Uniti i lavoratori sarebbero pressoché indifesi ma pare che un posto riescano sempre a trovarlo. Ferrara ha quindi chiamato in causa Pietro Ichino in qualità di "super-esperto" di diritto del lavoro, chiedendogli se effettivamente la libertà di licenziamento determini una crescita dell'occupazione. E il Prof. Ichino, notoriamente ostile non solo all'estensione ma persino al mantenimento dell'art.18, ha categoricamente confermato.

La conferma di Ichino (prontamente qualificata da Ferrara come "un dato oggettivo e incontrovertibile") è davvero sbalorditiva. Con essa, infatti, il Prof. Ichino ha smentito sé stesso, dal momento che appena pochi mesi fa egli scriveva: "i risultati della ricerca economica non consentono di affermare che a un aumento della libertà di licenziamento corrisponderebbe una riduzione del nostro tasso di disoccupazione o un aumento della competitività delle nostre imprese".

Possiamo parlare dunque di vera e propria trasformazione, che naturalmente induce a domandarsi quale tra i due Ichino sia il dottor Jeckyll e quale sia mister Hyde. All'interrogativo è facile rispondere prendendo spunto dalle numerose ricerche cui lo stesso Ichino (lontano dalle incensate a base di assenzio di Ferrara), ha fatto riferimento in molti suoi scritti.

Nell'ultimo decennio i principali istituti di analisi economica hanno infatti dedicato pagine e pagine di indagini all'individuazione di possibili legami tra la libertà di licenziamento da un lato, e la crescita della dimensione delle imprese, dell'occupazione e dell'innovazione tecnologica dall'altro. Le conclusioni alle quali le ricerche sono giunte possono riassumersi nella seguente affermazione: la libertà di licenziamento genera effetti risibili sulla crescita dimensionale delle imprese, non produce aumenti dell'occupazione e può persino causare effetti perversi sull'innovazione tecnica! Questi risultati sono tanto più significativi se si considera che, in molte circostanze, gli studi che li hanno prodotti erano stati avviati con la dichiarata speranza di confermare e non certo di smentire le virtù della panacea liberista. E' il caso questo delle analisi dell'Ocse, un'istituzione da tempo orientata a favore dello smantellamento delle tutele contro i licenziamenti. Ebbene, nonostante le intenzioni iniziali, nell'Employment Outlook del 1999 gli esperti dell'Ocse hanno dovuto ammettere l'impossibilità di stabilire rigide relazioni causali tra le norme sul licenziamento e i livelli di occupazione. La ragione è alquanto ovvia: l'unico effetto certo e immediato dei licenziamenti facili è la crescita dei disoccupati, mentre il possibile stimolo degli stessi alle assunzioni è molto più dubbio e controverso.

Ma le sorprese dall'Ocse non finiscono qui. Nell'Economic Outlook del 2002 si dichiara che le norme di tutela contro i licenziamenti non solo non sembrano essere un ostacolo allo sviluppo tecnologico, ma potrebbero addirittura favorirlo. E la spiegazione è che solo in un contesto di relativa sicurezza sul futuro i lavoratori si rendono disponibili ad acquisire le competenze necessarie alla realizzazione di innovazioni tecniche. Riguardo infine alle ricerche nostrane, dagli studi di alcuni ricercatori della Fondazione Debenedetti è emerso che il contributo allo sviluppo dimensionale delle imprese che deriverebbe dalla rimozione delle tutele previste dall'art 18 è praticamente nullo, nell'ordine dell'1,5% di probabilità in più di crescere.

Un dato che ha dell'incredibile per la sua irrilevanza, soprattutto se si rammenta che proprio l'obiettivo della crescita dimensionale delle imprese fu la giustificazione con cui il governo Berlusconi tentò l'anno scorso di introdurre una deroga all'articolo 18, e che a causa di quella deroga l'esecutivo vacillò pericolosamente sotto i colpi di milioni di persone scese in piazza a contestarla.

Con buona pace di Giuliano Ferrara, dunque, l'unico dato oggettivo e incontrovertibile di fronte al quale ci troviamo è che, nonostante gli sforzi, i tentativi di dimostrare che le tutele contro i licenziamenti pregiudicherebbero l'occupazione e più in generale la crescita del sistema economico si sono rivelati impossibili. Simili risultati rappresentano in un certo senso un antidoto, perché ci salvaguardano dallo "strano caso del Prof. Ichino" e dai molti altri che sicuramente verranno nel corso della campagna referendaria. Ma soprattutto, i risultati delle ricerche ci suggeriscono di interpretare il referendum per l'estensione dell'art.18 non solo come una sacrosanta battaglia di civiltà, ma anche e soprattutto come il primo passo verso una credibile svolta negli indirizzi generali di politica economica. Una svolta peraltro impegnativa, dal momento che si tratterà di costruire sulle macerie economiche e sociali prodotte dal ventennio liberista. Il referendum, evidentemente, non è lo strumento più adatto a una simile, ambiziosa opera di ricostruzione. Esso tuttavia rappresenta un mezzo efficacissimo per chiarire che esiste una maggioranza di cittadini desiderosa di disfarsi, una volta per tutte, delle vecchie, false litanie degli apologeti del libero mercato, e disposta a sostenere una valida alternativa agli attuali, funesti orientamenti di politica economica.

Quanto al Prof. Ichino, saremmo tutti ansiosi di conoscere la sua opinione sulla faccenda. Un'opinione definitiva, se possibile.

1 maggio 2003

Emiliano Brancaccio - Comitato promotore nazionale del Referendum per l'estensione dell'art.18


*******************************************************************************************

 

 

Da: PIETRO ICHINO - Milano, 2 maggio 2003

Ill.mo Sig. Direttore di LIBERAZIONE

Caro Direttore,

su Liberazione del 1° maggio, sotto il titolo "Lo strano caso del professor Ichino", Emiliano Brancaccio mi imputa una incoerenza tra quanto detto nella trasmissione televisiva "otto e mezzo" del 29 aprile e quanto da me scritto in diverse occasioni, circa gli effetti prodotti dalla disciplina dei licenziamenti sui tassi di occupazione e disoccupazione; e conclude: "saremmo ansiosi di conoscere la sua opinione sulla faccenda".

Brancaccio e gli altri lettori di Liberazione avrebbero potuto conoscere la mia opinione fin dal 18 marzo scorso, se fossero state pubblicate le mie risposte all'intervista della vostra giornalista Gemma Contin; quell'intervista è invece stata annullata con una motivazione che, a dire il vero, non manifestava grande ansietà di conoscere le mie idee: "ho ricevuto le sue risposte, che spostano abbastanza il 'timbro' dell'intervista. Ritengo che così com'è non possa andare sul nostro giornale ... La prego di scusarmi per averLe sottratto del tempo, che so esserle rezioso. Spero che avremo migliore fortuna e occasione di ospitare la Sua opinione in circostanze meno divaricate".

Né in quell'intervista né altrove ho mai affermato - e non l'ho fatto neppure nella trasmissione del 29 aprile - che ci sia una correlazione tra la rigidità della disciplina dei licenziamenti e il tasso di disoccupazione; ma lo stesso studio dell'Ocse citato da Brancaccio individua invece una correlazione tra quella rigidità e il tasso di occupazione (particolarmente quello femminile, giovanile e degli anziani), che è concetto economico ben diverso. Credo che Rifondazione comunista sbagli nel sottovalutare questo problema.

Quanto alle mie opinioni sul referendum, l'intervista non pubblicata da Liberazione è stata pubblicata dal Riformista il giorno dopo. Le stesse opinioni ho, comunque, cercato di argomentare nei miei articoli sul Corriere della Sera fin dal maggio dell'anno scorso, quando ancora del referendum nessuno parlava. Ho sempre sostenuto - e Fausto Bertinotti me ne ha dato pubblicamente atto di recente - che l'iniziativa referendaria mette il dito nella piaga di un diritto del lavoro che, ingiustamente, protegge soltanto metà dei lavoratori; e che questa iniziativa è figlia legittima e coerente della battaglia dello scorso anno per la difesa a oltranza dell'articolo 18. Ma ho anche sempre sostenuto che, sulla distanza, quella trincea si sarebbe rivelata indifendibile, proprio per l'improponibilità dell'estensione dell'articolo 18 alle piccole imprese, nonché a tutta la vasta area del precariato variamente denominato; e che pertanto la sinistra avrebbe fatto meglio a battersi fin da allora per una riforma che potesse davvero applicarsi a tutti i lavoratori.

Con i più cordiali saluti

PIETRO ICHINO

via Pallavicino 21, 20145 Milano - tel. 02 48193228 fax 02 4819119


*****************************************************************************************

 

 

Da Emiliano Brancaccio

Con una lettera pubblicata sabato su Liberazione il Prof. Ichino ha cortesemente replicato ad un mio articolo del 1° maggio scorso. Nella lettera Ichino sostiene di non avere mai dichiarato che ci sia una correlazione tra le tutele contro i licenziamenti e il tasso di disoccupazione. Devo dire che il comportamento del Prof. Ichino lascia sempre più interdetti dal momento che, sollecitato da Giuliano Ferrara nella puntata di Otto e mezzo di martedì scorso, egli aveva chiaramente confermato proprio la correlazione che adesso si affretta a smentire. Se il Professore si ostina a negarlo sarò lieto di visionare con lui le registrazioni della trasmissione. Ad ogni modo, piuttosto che puntare il dito sull'incoerenza nella quale egli è caduto, credo che ai fini del buon andamento della campagna referendaria sia più utile accettare la sua (pur implicita) rettifica. L'auspicio è che, dopo "lo strano caso del Prof. Ichino", da qui al 15 giugno nessun altro super-esperto cada nell'imperizia di trascurare le doverose, innumerevoli qualificazioni che ogni studioso che si rispetti dovrebbe pronunciare prima di discutere dei possibili legami tra la libertà di licenziamento e gli andamenti dell'occupazione.

Tutta questa prudenza si rende indispensabile a causa di un fatto tanto noto agli addetti ai lavori quanto pressoché sconosciuto al grande pubblico. Il fatto è che, nonostante gli sforzi compiuti da numerosi economisti di orientamento liberista, nessuno è finora riuscito a dimostrare che la libertà di licenziamento implichi un abbattimento della disoccupazione. Un tentativo, in questo senso, era stato compiuto dall'OCSE, in uno studio del 1999 dedicato alle rigidità del mercato del lavoro. Ma contrariamente alle attese di molti apologeti della flessibilità, quello studio rivelò la sostanziale assenza di legami tra i vincoli ai licenziamenti e il tasso di disoccupazione.

 

Si osservi a tal proposito il grafico qui a fianco, estratto proprio dalla suddetta indagine dell'OCSE e riferito agli anni '90.

 

Sull'asse orizzontale è riportato un indice di protezione dell'impiego nei vari paesi esaminati, vale a dire una misura complessiva dell'entità dei vincoli ai licenziamenti, alle assunzioni a tempo determinato e ad altre possibili iniziative degli imprenditori. Più alto è l'indice maggiori sono i vincoli per le imprese e le tutele per i lavoratori. Sull'asse verticale è invece riportato il tasso di disoccupazione. Ebbene, il grafico chiarisce che non vi è la benché minima possibilità di affermare che vincoli più stringenti comportino una più elevata disoccupazione. Basti notare in proposito come l'Australia, il Canada, la Nuova Zelanda e l'Irlanda, paesi caratterizzati da bassissimi livelli di protezione dei lavoratori, abbiano fatto registrare negli anni '90 dei tassi di disoccupazione elevatissimi, superiori all'8% e con punte del 13-14%. Al contrario, paesi come la Germania, la Svezia, la Norvegia o il Portogallo, caratterizzati da regimi di protezione dell'impiego molto più favorevoli ai lavoratori, hanno generato dei risultati decisamente migliori sul piano della disoccupazione, con tassi ben al di sotto dell'8%.

Per quanto riguarda l'Italia, bisogna dire che il grafico evidenzia l'elevata disoccupazione che ha caratterizzato il nostro paese nell'ultimo decennio, ma esclude al tempo stesso in modo categorico che essa sia potuta dipendere dalle tutele contro i licenziamenti. Un risultato, questo, che agli occhi del Prof. Ichino e di molti altri meticolosi analisti del mercato del lavoro potrà apparire sconcertante, ma che da un punto di vista macroeconomico dovrebbe risultare pressoché ovvio. La macroeconomia infatti ci insegna che i tassi di disoccupazione dipendono da un'infinità di fattori, tra i quali le norme che regolano il mercato del lavoro non rivestono affatto un ruolo predominante. L'analisi macroeconomica ci ricorderebbe, piuttosto, che negli anni '90 sulla nostra penisola il "ciclone Maastricht" si è scatenato con una violenza molto maggiore che altrove, generando fortissimi effetti depressivi sulla produzione e quindi sull'occupazione.

Il Prof. Ichino e gli altri avversari del referendum per l'estensione dell'art.18 potrebbero tuttavia prendere spunto dal grafico dell'OCSE per farci notare che l'Italia presenta comunque un indice di protezione dei lavoratori molto alto rispetto agli altri paesi. Essi potrebbero quindi affermare che non si può pretendere di accrescere ulteriormente quell'indice attraverso l'estensione dell'articolo 18, ma occorrerebbe piuttosto ridurlo al fine di uniformarlo alla media europea. Di fronte a un simile suggerimento si potrebbe semplicemente obiettare che, nella totale assenza di motivazioni, non si vede perché non si possa auspicare una tendenza della media europea verso indici di protezione più elevati anziché imporre all'Italia una convergenza al ribasso. Ma l'intera discussione risulterebbe immediatamente superata se si desse anche solo un'occhiata all'ultima relazione annuale della Banca d'Italia. Gli economisti di via Nazionale hanno infatti notato una vistosa incongruenza nell'indicatore di protezione dei lavoratori che l'OCSE ha assegnato all'Italia. In quell'indicatore, infatti, è incluso il TFR come costo del licenziamento, laddove anche i non addetti sanno che in realtà le somme dovute ai lavoratori per il trattamento di fine rapporto rappresentano un salario differito che va pagato sempre, sia che il lavoratore venga licenziato sia che si dimetta o che vada in pensione. Inoltre, tutto si può dire eccetto che il TFR rappresenti una penale per le imprese, dal momento che queste lo considerano un vantaggiosissimo finanziamento agevolato.

Seguendo dunque la critica rivolta all'OCSE dagli economisti di Bankitalia si giungerebbe a modificare radicalmente la posizione dell'Italia sul grafico. Infatti, rimuovendo il TFR dall'indicatore, il nostro paese scenderebbe nella classifica della rigidità dal 5° al 18° posto assoluto !

Verrebbe a questo punto da chiedersi perché mai gli economisti italiani dell'OCSE non si siano accorti di un errore così madornale. Tuttavia le nostre congetture ci porterebbero troppo lontano, e ci impedirebbero di rispondere all'ultima sollecitazione del Prof. Ichino. Questi infatti ha tenuto a precisare che nei suoi interventi egli ha sempre e solo fatto riferimento all'impatto dei vincoli ai licenziamenti sul tasso di occupazione (ossia sul rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro) e non sul tasso di disoccupazione (cioè sul rapporto tra disoccupati e forza lavoro). Mi riprometto di mostrare in futuro ai lettori di Liberazione quanto poco convincente risulti essere un simile spostamento di attenzione da un indicatore all'altro. Per il momento mi limito a pregare il Prof. Ichino di non dimenticarsi della puntualizzazione la prossima volta che gli capiterà di finire in tv in qualità di super- esperto. Ma soprattutto, gli ricordo che nell'ormai ben noto studio dell'OCSE del 1999 si afferma effettivamente che la libertà di licenziamento produce aumenti marginali del tasso di occupazione delle donne e dei giovani, ma si aggiunge pure che li produce a scapito degli uomini adulti !

A quanto pare, dunque, il Prof. Ichino e gli altri esperti della sinistra liberal non hanno di meglio da proporci che un triste "riformismo a somma zero", in cui la torta spettante ai lavoratori è data (o magari sempre più piccola e variabile) e si tratta solo di ripartirla in modo un po' più uniforme tra i sessi e le generazioni. Noi invece riteniamo che sia giunto il momento di far crescere la torta a favore di tutti i lavoratori, ed è proprio per questo che il 15 giugno voteremo sì all'estensione dell'art.18.

Emiliano Brancaccio - Comitato promotore nazionale del referendum per l'estensione dell'art.18

5 maggio 2003