Un pianeta da disinfestare
Ma quando si fa di un uomo (ebreo, pellerossa, musulmano) un pidocchio, non c'è più diritto che tenga. Che diritti ha un prigioniero-pidocchio? Va ridotto a neonato, accecato e umiliato, vanno distrutte le sue lendini, i figli
di Marco D'Eramo" Un americano s'inoltrava nelle profondità di un complesso di caverne nelle montagne dell'Afghanistan, a un grilletto di distanza dal vendicare le morti di migliaia di americani uccisi negli attacchi terroristi dell'11 settembre. Puntando il suo M-16 d'assalto su un arabo dalla lunga barba che fuggiva facendo svolazzare la sua lunga veste bianca, l'americano sparò, uccidendo Osama bin Laden. Uno fiotto di sangue schizzò dalla testa del sigignor bin Laden ormai attorniato da una squadra delle Forze Speciali di élite che torreggiava sulla preda abbattuta".
In questi termini (si noti che bin Laden è pur sempre un "Mr.", un "signor", per quanto quarry, "selvaggina" abbattuta), il New York Times descrive il videogioco "Operation Just Reward" (Operazione giusta remunerazione) sviluppato da un ventottenne della Florida, tal Andrew Baye. Il quotidiano newyorkese elenca molti altri giochi aggiornati in fretta e furia dopo l'11 settembre. In particolare, sono stati adattati alla nuova situazione i giochi tratti dai romanzi di Tom Clance, come Rogue Spear e Ghost Recon, tutti basati sulla lotta dell'impero contro il male. Non c'è stato tempo infatti per creare giochi interamente nuovi: passano mesi e mesi dall'ideazione di un videogioco al suo lancio sul mercato. Così sono stati presi giochi esistenti e adattati alla nuova situazione. Per far questo si creano dei mod, cioè dei files scaricabili che interagiscono con la programmazione di videogiochi già esistenti e permettono ai giocatori di cambiare le impostazioni geografiche, di armi, di missione, come pure delle personalità e dei tratti fisici. Al livello più semplice, ci sono le "pelli" scaricabili, cioè maschere digitali per personalizzare un personaggio, e naturalmente la "pelle" di bin Laden è diventata subito popolarissima. Così, racconta il Nyt, subito dopo l'11 settembre un sito web che permette di scaricare gratis pelli tratte da foto, Cyberextruder.com, lanciò la "pelle di bin Laden" da poter usare con giochi come Unreal Tournament, Epic Games e Quake III Arena.
Quel che attira i giocatori in questi aggiornamenti è il realismo estremo con cui sono realizzati: per esempio Andrew Baye ha associato alla sua impresa un artista digitale di 3-D, che aveva già lavorato a tracciare mappe militari, per sviluppare un nuovo gioco, "Operazione tana del gatto" (Operation Cat's Lair). "Basandosi su notizie stampa, fotografie e diagrammi, il gruppo ha cercato di ricreare i montagnosi paesaggi afghani, i complessi di grotte, le architetture, la vegetazione. Ha cercato di dare un aspetto più realistico ai combattenti taleban e di Al Qaeda (nel gioco precedente, Baye aveva semplicemente appioppato barbe e turbanti a personaggi già esistenti)" (Nyt).E' proprio questo "realismo estremo" a porre un problema. D'altronde, se fosse vivo, Erich Auerbach dovrebbe forse aggiornare il suo Mimesis: il realismo nella lettura occidentale alla nuova situazione creatasi con la simulazione virtuale. E' noto infatti che i videogiochi sono nati dai simulatori usati dall'aviazione americana per addestrare i propri piloti senza affidargli di punto in bianco gioielli tecnologici del valore di miliardi e miliardi di lire. Non per nulla, gli sticks dei videogiochi sono fatti a immagine delle cloches dei piloti. Col passare del tempo, la simulazione è diventata sempre più realistica, mentre le operazioni di guida reale dei reattori richiedevano sempre più l'ausilio dei sensori elettronici e sempre meno erano basate sull'esperienza sensoriale diretta del pilota. Il risultato è che, mentre gli apprendisti piloti si addestravano su simulatori di volo per imparare a guidare un aereo reale, i piloti reali guidavano sempre più il proprio aereo in base alle simulazioni del computer di bordo. Soprattutto da alta quota, da 20.000 metri e passa, da dove sarebbe impossibile un "lancio a mano" e a vista, il procedimento si è ripetuto nei bombardamenti veri e propri che vengono eseguiti triangolando la propria posizione ottenuta dal satellite con la definizione degli obiettivi sul terreno su mappe virtuali costruite dalle foto dei satelliti: il pilota non vola nel cielo, ma in una mappa satellitare.
Da qui la confusione tra realtà e realtà virtuale, per cui non si sa più se è il videogioco a imitare la guerra reale o la guerra a essere combattuta come un videogioco. Prima infatti di andare a intervistare Andrew Baye, il giornalista del Nyt avrebbe dovuto parlare con la propria direzione: nelle lunghe settimane in cui le forze speciali Usa hanno setacciato - invano - le grotte di Tora Bora alla ricerca di bin Laden, il sito internet del prestigioso quotidiano newyorkese ha messo a disposizione dei suoi lettori una "mappa interattiva delle grotte di Tora Bora" (la stessa iniziativa era presente sul sito della Cnn): era possibile dal proprio computer "entrare" nelle grotte, "esplorarle", vedere i dispositivi di difesa di Al Qaeda. Non era già un videogioco, solo a scopo educativo, organizzato da un serio organo di stampa?
Questa confusione tra geografia reale e cyberspazio spiega forse l'ossessiva testardaggine con cui il Pentagono riteneva che bin Laden dovesse trovarsi in quelle grotte. Perché rappresentano un ambiente virtuale ideale, perché è il luogo più consono a un videogioco di caccia al terrorista.
Naturalmente vi erano altre ragioni per questa fissa delle caverne, e la prima è l'immagine dei terroristi di Al Qaeda che ha poco a poco si è cristallizzata nell'immaginario collettivo Usa, di barbuti sporchi, primitivi, pidocchiosi, selvaggi e crudeli (poco importa che l'11 settembre cinque di loro avessero pilotato jumbo, e si fossero rivelati assai tecnologici). Dei cavernicoli insomma, a cui si potrebbe applicare la definizione che nel Leviatano Hobbes dà dello "stato di natura": "domina un continuo timore, e il pericolo di una morte violenta; e la vita dell'uomo è solitaria, povera, lurida, brutale e corta".
La seconda ragione è che le grotte sono letteralmente il sottosuolo, con tutto il suo carico metaforico, dalle Memorie del sottosuolo di Dostoevski, al subconscio, all'idea di sottosuolo sociale e di criminalità. Ma c'è dietro un qualcosa di più profondo che traspariva dall'immortale frase di George Bush il giovane quando, parlando delle grotte di Tora Bora e di Al Qaida, ha detto: "We'll smoke them out", "Li affumichiamo, li staniamo col fuoco". Quasi i terroristi fossero topi da derattizzare o vespe da affumicare o insetti da disinfestare. Quest'idea della disinfestazione - o derattizzazione che dir si voglia - era già latente nella nuova missione che il vicepresidente Cheney aveva affidato agli Stati uniti quando aveva detto che la guerra "contro il male" non cesserà fino a quando ci sarà un solo terrorista al mondo. Una disinfestazione planetaria dunque. Solo che estirpare il terrorismo dal mondo non è come liberare una scuola dai pidocchi, è una missione quasi impossibile. Si capisce quindi perché Cheney dicesse che "la guerra durerà molto più delle nostre vite".D'altronde quest'idea di disinfestare il mondo ha alcuni gloriosi precedenti. Heinrich Himmler definì lo sterminio degli ebrei "simile alla disinfestazione dai pidocchi". Ma neanche il capo delle Ss può attribuirsi la paternità di questa luminosa metafora. Il primo a usarla fu in California un certo signor L. Hall il cui unico scopo nella vita era uccidere gli indiani d'America e che rifiutava di portare con sé a questi massacri quei bianchi che non erano disposti a uccidere anche donne e bambini perché, come amava dire un po' prima del 1860, "da una lendine sarebbe nato un pidocchio". Nel 1864 quest'immagine fu ripresa in Colorado dal colonnello John Chivington che si era candidato al Congresso annunciando che la sua politica era "uccidere tutti gli indiani e raccogliere gli scalpi di tutti, piccoli e grandi". "Le lendini fanno pidocchi" era la sua espressione preferita, come riferisce David E. Stannard nell'impressionante volume Olocausto americano da poco tradotto da Bollati Boringhieri. Stannard aggiunge che questa frase "divenne l'urlo di raccolta delle sue truppe: gli indiani erano i pidocchi e i loro figli le lendini, e l'unico modo di liberarsi dai pidocchi era uccidere anche le lendini". Il 29 novembre 1864 colonnello John Chivington guidò i suoi 700 soldati armati di cannoni contro un inerme villaggio cheyenne a Sand Creek dove massacrò 500 indiani, donne, bambini, con i soldati che dopo la carneficina andavano a sventrare bambini, a tagliare scalpi, genitali, seni dai cadaveri degli indiani e delle indiane.
Come si vede, il pidocchio è un gioco di ruolo in cui questo interessante personaggio può essere di volta in volta affidato a un ebreo, a un pellerossa, a un musulmano. E una volta che uno è un pidocchio, non ha senso rispettare la convenzione di Ginevra. Quali sono i diritti di un detenuto pidocchio?
Forse arriverà un giorno in cui, infine liberi dal fariseismo che ci opprime, potremo discutere sul serio della nozione di terrorista, di "colui che incute il terrore", soprattutto in un mondo in cui la superiorità tecnologia dell'impero è tale che esso non può mai venire sfidato in guerra aperta da nessuno, e in cui a incutere il terrore - tra i campesinos del Guatemala, come negli stadi cileni o nelle risaie vietnamite - è piuttosto, e più spesso, l'impero stesso, attraverso i suoi solerti discepoli che hanno studiato a Fort Bragg a Langley, quando non con le sue bombe intelligenti e umanitarie.P.S. Il libro di Stannard evoca un altro paragone, quando racconta come nell'800 la politica statunitense verso le nazioni indiane consistesse nel far firmare loro trattati di pace che poi però gli Stati uniti infrangevano mandando coloni a colonizzare le terre già garantite agli indiani, in modo che costoro dovevano firmare nuovi trattati - più sfavorevoli - che concedevano terre meno estese e meno fertili, e così, via via fino all'estinzione. Non viene con prepotenza alla mente lo scrupoloso rispetto con cui lo stato d'Israele si attiene alle clausole firmate nel trattato di pace di Oslo verso i palestinesi?
da ilmanifesto 16 gennaio 2002