La Jornada - Messico
Editoriale 20 dicembre 2001

La crisi argentina

Molti uccisi e ancor più feriti, centinaia di esercizi commerciali distrutti, sospensione delle libertà civili, il governo praticamente in fuga, sono i fatti principali del disastro provocato dall’attuale governo argentino, il fondamentalismo neoliberale del ministro uscente dell’economia – il pessimo Domingo Cavallo – l’intransigenza delle istituzioni finanziarie internazionali e l’eredità del memenismo, orchestrate con la violenza.

A differenza di ciò che si potrebbe pensare, la generalizzata distruzione degli esercizi commerciali non è stata la dimostrazione di scontento politico, ma di fame: la cattiva amministrazione economica ha messo larga parte dei 2 milioni e mezzo di disoccupati e dei 12 milioni di poveri di questo paesi di fronte alla scelta tra saccheggiare un supermercato o morire di fame. In una prospettiva globale, è chiaro che la squadra, ora allo sbando, del presidente Fernando de la Rua si è trovata di fronte al dilemma se rompere con l’IMF, la Banca Mondiale e la comunità internazionale degli speculatori finanziari, o pagare il debito estero del paese ammontante a 132 miliardi di dollari – la qual ultima cosa avrebbe richiesto un aumento delle tasse, un taglio brutale (del 20%) delle spese pubbliche, dei salari, delle pensioni di anzianità, tra altre cose disastrose. La storia non è del tutto ignota ai paesi dell’America Latina ed è possibile che la distruzione dei livelli di vita della maggioranza in nome dei mercati internazionali avrebbe potuto essere percorribile – come è stato in molti paesi, incluso il nostro [il Messico, ndt] per decenni – se solo non fosse stato per l’arresto della crescita economica negli ultime tre anni. L’Argentina è un chiaro esempio dei limiti e delle conseguenze dei dogmi economici regnanti. Una di queste conseguenze è che l’imposizione della disciplina fiscale imposta dalle istituzioni finanziarie internazionali ed adottata entusiasticamente dai governi della regione, rende alla lunga ingovernabile il paese e impossibile la democrazia. L’attuale governo messicano, il cui primo anno al governo ha coinciso con un periodo di crescita economica nulla, dovrebbe osservarsi nello specchio argentino. È certo che la stagnazione attuale trova le sue radici in fattori esterni, ma non esiste alcuna scusa per non adottare misure urgenti all’interno: riattivare il mercato locale, adottare misure d’emergenza per ridurre la disoccupazione, rafforzare i salari e rallentare l’impoverimento di larghi settori della popolazione, e ricostruire le capacità produttive che sono state distrutte dai tre passati regimi neoliberali. L’alternativa è che in breve anche il Messico viva una destabilizzazione della stessa proporzione di quella che sta soffrendo l’Argentina.