Contagio in America Latina
Tom Lewis *24 Luglio 2002
Quando in autunno il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ed il governo Bush hanno deciso di lasciare che l'economia argentina andasse a rotoli, avevano calcolato che un crollo dell'Argentina potesse essere contenuto senza troppi danni.
Si sono spinti al punto da vaccinare il Brasile - la maggiore economia latino-americana - incrementando un prestito già dell'ordine di diversi miliardi. Non era la prima volta che George W. ed il FMI prendevano una cantonata.Le ultime settimane hanno visto diffondersi drammaticamente non soltanto la crisi economica, ma anche la protesta popolare ai vicini Uruguay, Paraguay, Perù e Brasile. Inoltre l'instabilità politica di Bolivia, Ecuador e Venezuela ha dato un nuovo impeto ai movimenti sociali. L'America Latina sta attualmente ribollendo di rabbia contro la propria classe dirigente e di odio nei confronti dell'imperialismo statunitense.
Le vittorie contro le privatizzazioni
Sin dalla fine della dittatura militare nel 1985, l'Uruguay ha rappresentato una delle società più stabili dell'America Latina. Gran parte della sua prosperità era dovuta al cosiddetto "miracolo" argentino della prima metà degli anni '90. Ma a giugno di quest'anno nel paese ribollivano le proteste. Gli stretti legami con l'Argentina, che un tempo avevano beneficiato l'Uruguay stanno adesso cominciando ad avvelenare la sua economia.
La confisca in Argentina dei conti in dollari ha gravemente danneggiato questa estate (inverno negli USA) l'industria turistica uruguayana, al punto che il prodotto interno lordo dell'Uruguay si è ridotto del 10 per cento tra il gennaio ed il marzo 2002. La fiducia degli investitori si è inoltre dissolta. L'indicatore di Moody's per il rischio-paese dell'Uruguay era rimasto stabile a 200 per tutta la durata della rivolta argentina a dicembre. La fiducia è adesso così bassa che il rischio-paese dell'Uruguay è balzato a 1250 punti.
Il 20 giugno il governo uruguayano è stato costretto ad abbandonare il tasso di cambio fisso ed a lasciare fluttuare il peso - che in quell'occasione perse il 10 per cento in due giorni. Il danno economico ha scatenato diversi giorni di protesta, in cui decine di migliaia di persone hanno preso parte a cacerolazos contro il governo (proteste a base di percussioni di pentole e tegami), simili a quelli visti in Argentina.
Dalla metà di maggio ai primi di giugno, mobilitazioni di massa hanno paralizzato il Paraguay e la sua capitale, Asunción. Il Congreso Democrático del Pueblo (Congresso Democratico del Popolo) - costituito da 1500 rappresentanti delle principali organizzazioni contadine, sindacati, partiti di sinistra, gruppi femministi e di senza tetto - ha invocato il 15 maggio una mobilitazione di massa ad oltranza contro i piani di privatizzazione di diverse banche e servizi pubblici, imposti dal FMI. La mobilitazione è anche diretta a bloccare la nuova legge "anti-terrorismo" proposta dal governo. Dopo 3 settimane di duri confronti, il governo si è arreso ed ha fatto marcia indietro sia sulle privatizzazioni che sulla nuova legislazione repressiva.
Una seconda spettacolare vittoria contro le privatizzazioni si è avuta ad Arequipa, in Perù, alla metà di giugno. Il presidente Aljandro Toledo, la cui elezione lo scorso anno era stato il risultato di sentimenti anti-neoliberisti presenti in tutto il paese, si è tuttavia dimostrato senza midollo nelle negoziazioni con il FMI.
Ma quando Toledo ha cercato di recente di concludere la privatizzazione del settore energetico ad Arequipa, come richiesto dal FMI, si è trovato ad affrontare uno dei più grandi movimenti di massa visti in Perù da anni. Organizzata dal Frente Amplio Cívico di Arequipa (il Fronte Civile Allargato di Arequipa) la mobilitazione è cominciata il 13 giugno, estendendosi rapidamente alle città di Puno, Tacna, Cuzco e Moquega.
La mobilitazione peruviana è consistita in blocchi stradali, barricate urbane, e battaglie con la polizia che hanno causato un morto e 152 feriti soltanto ad Arequipa. Dopo che neppure l'introduzione della legge marziale era riuscita a contenere la protesta, il governo di Toledo si è finalmente convinto a rimandare la privatizzazione a data da destinarsi.
Brasile: il giorno del giudizio
Una crisi di proporzioni potenzialmente simili a quella che ha colpito quest'anno l'Argentina si staglia minacciosamente all'orizzonte per il Brasile.
Il debito nazionale ed internazionale del Brasile ha raggiunto il 55 per cento del PIL. I suoi tanti debitori domestici ed internazionali, contrariamente al caso argentino, sono istituzioni brasiliane. Negli ultimi due mesi, il tasso di interesse combinato sul debito pubblico complessivo è salito a 18,5 per cento, nonostante un tasso di inflazione inferiore al 6 per cento.
Questo significa che il governo sta pagando un tasso di interesse reale del 12 per cento, mentre in paesi come il Messico ed il Cile l'interesse reale è inferiore al 3 per cento. Una larga fetta del debito brasiliano è indicizzato al dollaro, rendendo più concreto lo spettro di elevati tassi di interessi e di un più elevato rapporto tra debito e PIL. Ci si aspetta che entro il primo trimestre del 2003 il Brasile si dichiari inadempiente relativamente ad una o entrambe le componenti del suo debito pubblico.
Il real è scivolato al suo minimo contro il dollaro dalla sua istituzione nel 1994. Anche gli investimenti dall'estero stanno rallentando, dal momento che il rischio-paese del Brasile è oggi secondo solo a quello dell'Argentina e pari a quello della Nigeria. Lo scenario che si profila è familiare: fughe di capitali, valuta in caduta libera, ed il collasso del sistema bancario - il tutto scatenato dalle aspettative di ripudio del debito.
Ritorno al terrorismo di stato?
In Argentina gli eventi hanno preso una piega mortale. Il governo del Presidente Eduardo Duhalde, estremamente impopolare, ha fatto ricorso all'omicidio il 26 giugno scorso per spaventare i manifestanti e garantire il ripristino dell' "ordine pubblico" nel paese. Due morti, 90 feriti, e quasi 200 arrestati sono il bilancio del terrorismo di stato dopo un'intensa giornata di lotta tra i piqueteros (lavoratori disoccupati) e la polizia.
La caratteristica tattica dei piqueteros di bloccare le strade è nota per il suo carattere pacifico. Ma quando 1000 piqueteros hanno cercato di bloccare un ponte in un quartiere popolare di Buenos Aires, la polizia ha sparato a freddo sulla folla. Il bollettino di guerra è salito a 37 morti da quando i dimostranti hanno rovesciato il governo dell'ex-presidente de la Rúa lo scorso dicembre.
Il giorno dopo il massacro l'indignazione ha portato 40.000 persone a protestare davanti alla casa presidenziale a Plaza de Mayo. La pressione esercitata dai dimostranti, e la minaccia di reazioni popolari ancora più estese, hanno costretto Duhalde a rimuovere il capo della polizia di Buenos Aires.
Eppure il capo della polizia non aveva fatto altro che eseguire degli ordini. Ai primi di giugno, Duhalde aveva dichiarato che avrebbe risposto con una repressione sempre più forte alle manifestazioni ed alle marce di protesta che pressoché quotidianamente denunciano la capitolazione del governo al Fondo Monetario Internazionale. Il FMI ha richiesto che vengano attuate nuove e più severe misure di austerità economica come condizione per la ripresa dei prestiti all'Argentina, proprio nel momento in cui l'economia si sta disintegrando.
Duhalde, che non ha mantenuto la promessa di resistere alle pressioni del FMI e delle banche statunitensi, ha però mantenuto un'altra promessa - quella di usare il pugno di ferro con i manifestanti. Ironia della sorte, lo stesso giorno che la polizia di Duhalde ha ferito ed ucciso i manifestanti, il ministro dell'economia, Roberto Lavagna, era Washington, D.C. ad inchinarsi davanti ai funzionari del FMI.
Poco dopo il ritorno di Lavagna, Duhalde ha indetto le elezioni presidenziali per il marzo 2003 - sei mesi in anticipo rispetto al programma. Questo probabilmente sta ad indicare che il FMI ha promesso di fornire fondi sufficienti per tenere a bada i creditori dell'Argentina, ma molti meno di quanto sarebbero necessari per porre rimedio all'inedia ed alla disoccupazione di massa.
Gli assassini del 26 giugno sono solo l'inizio di una spirale crescente di violenza. Non contenti di far morire di fame la popolazione, i dirigenti dell'Argentina non hanno dubbio alcuno che si spingeranno ad uccidere coloro che tentano di sfidare il regime.
Il processo di polarizzazione delle classi sociali e lo sviluppo di una sollevazione potenzialmente rivoluzionaria continuano nonostante la repressione. La prima settimana di luglio si è tenuta una seconda manifestazione di massa contro gli omicidi di stato. Già a fine giugno, l'ex presidente argentino - convinto sostenitore della dollarizzazione dell'economia argentina - ha detto alla stampa che "le strade dell'Argentina sono piene di Marxisti."
Anche l'attuale ministro degli esteri di Duhalde, Carlos Ruckhauf, ha pronunciato alla fine di giugno un discorso da brivido davanti agli ufficiali dell'aeronautica militare. Ha ricordato di essere lui il ministro che durante la metà degli anni '70 aveva firmato la legge che divenne la base della "guerra sporca" dell'Argentina e della "campagna contro il terrorismo. Più di 30.000 militanti di sinistra vennero uccisi o fatti sparire durante la guerra sporca. Ruckhauf ha rassicurato gli ufficiali dell'aeronautica che firmerebbe nuovamente "senza esitazioni" una legge simile qualora si presentassero nuovamente "tempi difficili".
In questo clima, assume particolare importanza la coesione delle forze di opposizione al governo di Duhalde ed alle politiche imperialiste di Duhalde. La lotta per rovesciare Duhalde e liberare l'Argentina dal FMI può solo intensificarsi. Dovrebbe includere però anche dei piani per organizzare qualche forma di autodifesa.
Barometro elettorale
Duhalde non prenderà parte alle elezioni presidenziali di marzo - senza dubbio una decisione saggia, visto che il suo indice di gradimento è sceso all'8 per cento ai primi di luglio. Secondo i sondaggi di opinione, Elisa Carrió, una parlamentare progressista, e Luis Zamora, un parlamentare di sinistra ed ex-leader dell'un tempo influente Movimento verso il Socialismo (di ispirazione Trotskysta) sarebbero i candidati di maggior successo se le elezioni si tenessero questa estate.
Menem, l'ex presidente che ha fatto di tutto pur di implementare le distruttive politiche economiche neoliberiste all'inizio degli anni '90, e Carlos Reutemann, un ex corridore di Formula Uno e attuale governatore dello stato di Santa Fe, seguirebbero di pari passo ad una notevole distanza, con il 7 per cento ciascuno. Reutemann è il candidato preferito dagli USA.
In Bolivia, le recenti elezioni presidenziali hanno portato ad uno stupefacente passo in avanti per Evo Morales, leader dei contadini e dei cocaleros (coltivatori di coca), e del suo Movimento verso il Socialismo. Il neo-eletto parlamento boliviano dovrà scegliere il nuovo presidente ad agosto, ed è dunque improbabile che Morales possa andare al potere attraverso il parlamento. Ciò nonostante, il gran numero di voti ricevuti da Morales sono il segnale di una chiara radicalizzazione della politica boliviana.
Il notevole vantaggio elettorale di Luis Inácio Lula da Silva, il candidato presidenziale del Partido dos Trabalhadores (PT, il Partito dei Lavoratori), sta gettando benzina sul fuoco dell'incertezza economica in Brasile. Wall Street ed il FMI percepiscono Lula come un leader propenso ad aumentare e spese governative. Per calmare la paura degli investitori, Lula ha promesso alla comunità finanziaria internazionale che onorerà il debito ed osserverà una politica fiscale responsabile.
Lula ed il PT sono anche favorevoli alla partecipazione del Brasile all'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), voluta dagli Stati Uniti. Tuttavia si pensa che una grossa campagna brasiliana contro l'ALCA potrebbe avere il suo culmine in un referendum da tenersi a settembre. Tre anni va, 6 milioni di elettori parteciparono ad un referendum simile sul ripudio del debito pubblico - il 95 per cento degli elettori votò a favore del ripudio del debito. Gli investitori temono che i risultati del referendum dell'ALCA possano spingere Lula a fare marcia indietro verso una posizione più cauta sul tema dell'integrazione economica dell'emisfero.
Altri sviluppi in tutta l'America Latina dimostrano l'esistenza di una diffusa instabilità politica. Il 20 giugno il presidente messicano Vincente Fox ha ammesso che le crisi di Argentina e Brasile stanno cominciando a farsi sentire anche in Messico. Il 30 giugno il ministro delle finanze dell'Ecuador si è dimesso per via di un scandalo di corruzione.
In Guatemala, ai primi di luglio, un distaccamento di soldati dell'esercito ha avuto uno scontro a fuoco con membri della polizia nazionale, durante un recente episodio che ha visto l'esercito implicato in alcuni sequestri. A quanto pare i soldati erano andati a raccogliere i soldi del riscatto. L'incidente ha messo a nudo la futilità del cosiddetto "processo di pace", in cui la corruzione dell'esercito e del governo bloccano effettivamente le riforme politiche.
Nel frattempo, il Costa Rica ha firmato un accordo con gli Stati Uniti per aprire una Escuela Internacional de Policía (Scuola Internazionale di Polizia) sotto il controllo statunitense, per rafforzare le forze armate latino-americane.
L'immagine forse più sinistra delle scorse settimane è quella trasmessa dalle stazioni televisive latino americane e da Univisión, in cui un commando paramilitare di destra si impegnava a dare il via ad una guerra di contrasto alle scopo di rovesciare Hugo Chávez, il presidente venezuelano democraticamente eletto. Questa dichiarazione segue le orme del fallito golpe contro Chávez, organizzato da imprenditori e generali di destra - con l'approvazione ed il supporto dell'ambasciata statunitense e della CIA. Sta sicuramente ad indicare che il governo di Bush si sta esplicitamente muovendo, oltre che in campo politico, anche in quello militare, per liberarsi di Chávez.
Non ci sono dubbi che gli Stati Uniti stiano portando avanti una massiccia offensiva imperialista in America Latina - a capo della quale stanno il Plan Colombia, il FMI e l'ALCA. Questa è una ragione in più che rende la creazione di un movimento antimperialista qui nel paese più necessaria che mai.
* International Socialist Review