Scacco al re in otto mosse
di G.S., altremappe“Siamo il sangue che scorre,
nelle arterie della metropoli”
scritta murale, RomaCostruire la mappa della Roma dei centri sociali occupati e autogestiti è stato ripercorrere la storia degli ultimi venti anni di movimenti sociali. Per questo motivo abbiamo scelto di analizzare questo fenomeno partire da alcuni “frame”, alcuni snodi che ne hanno segnato svolte importanti. In questo modo, ci siamo accorti che ogni passaggio di fase è segnato dall'incontro di nuovi soggetti sociali. Ogni momento di crescita dei centri sociali romani, insomma, è contraddistinto da un passo verso l'abbandono dell'identità tradizionale.
I centri sociali nascono proprio con intenzioni opposte, quelle di costruire (dopo il grande ciclo di lotte degli anni sessanta e settanta) un argine all'eroina e all'anomia. Di preservare le identità “antagoniste” di fronte all'alienazione culturale e all'esilio delle culture “anti” degli anni ottanta. Invece, si sono trovati a essere il bacino della cooperazione sociale metropolitana. Mentre il lavoro si frantumava e il capitale diveniva inafferrabile e i territori venivano messi a valore dalle nuove forme della produzione, i centri sociali diventavano protagonisti dell'immaginario politico. In altre parole, si sono trovati a dover affrontare i nodi del consumo e del dono, della produzione e della riproduzione, dell'autonomia e della precarietà, della privatizzazione e dei beni comuni. Crediamo che il modo migliore per raccontare questo percorso, che tutt'ora è in itinere e accidentato, sia proprio tracciarne le tappe, seppure per grandi linee.
Uno. 1986, figli di un Settantasette minore.
“A maggio suonammo a Centocelle, periferia doc al contrario di Roma. Il Forte Prenestino, situato nel cuore di Centocelle, non era ancora occupato, ma era già teatro di bellissime iniziative che si svolgevano nello spazio circolare di fronte al cancello di ingresso, all'esterno del Forte stesso. Le serate erano curate dai compagni autonomi di San Lorenzo e di Roma sud. (…) La nostra rabbia sonora e l'impegno politico dei compagni cominciarono a diventare solide iniziative alternative ancora sconosciute nella flaccida Roma degli anni Ottanta” [1].
La scena è ambientata nel 1983. A descriverla è Roberto Perciballi, voce e anima del gruppo principale del punk romano, i Bloody Riot. I punk, fino a quel momento, erano visti con sospetto, quando non con aperta ostilità, dai militanti delle sinistre extraparlamentari che erano sopravvissuti alla grande repressione che aveva colpito i movimenti e all'eroina che aveva invaso le piazze negli anni precedenti. In occasione della “Festa del non lavoro” del primo maggio nel parco del Forte Prenestino, che nel corso dell'edizione di tre anni più tardi sfocerà nell'occupazione della grande struttura sbarrata da anni, le culture antagoniste della metropoli iniziano a parlarsi. Evento ricorrente nella storia che stiamo provando a delineare: all'alba di ogni passaggio fondamentale si verifica un mescolamento tra culture diverse che intaccherà definitivamente le identità primigenie. Nel nostro caso, quello del centro sociale occupato e autogestito Forte Prenestino, avviene l‘incontro tra la lunga tradizione dell'occupazione di stabili del movimento romano (“A Roma si occupano le case per uscire dal riflusso fin dal tempo dei Gracchi”, ci ha confessato una volta un leader del 1977 romano) e le lotte “sul teritorio” (che il militante duro e puro pronuncia rigorosamente con una “erre” sola) da una parte e le storie più recenti legate all'autoproduzione musicale e culturale (il “Do it your self” è il primo comandamento dell'etica punk) e le tradizioni più eretiche dei circoli del proletariato giovanile dall'altra. All'apparenza sono due mondi inconciliabili: il tardoleninismo di gran parte dei movimenti romani e il “no future” disperato delle generazioni successive. Invece, gli sconfitti della politica e i disperati in anfibi, i figli di due Settantasette minori, hanno bisogno proprio di un fortino in cui riorganizzare le idee e prendere fiato.
Qualche anno più tardi Hakim Bey, in “T.a.z.- Zone temporaneamente autonome”, scriverà che al tempo dello “Stato mega-corporato dell'informazione” bisogna fare come i Bucanieri, che “ adottarono costumi Indiani, si sposarono con Caraibici, accettarono Neri e Spagnoli come pari, rigettarono ogni nazionalità, elessero democraticamente i loro capitani e ritornarono allo ‘stato di Natura'” [2].
Due. 1990, la Cnn della strada
È il 16 agosto del 1989. Siamo nella “Milano da bere”. La giunta craxiana di Pillitteri manda la polizia a sgomberare e le ruspe a demolire il centro sociale Leoncavallo. Nei giorni successivi, decine di persone arrivano da tutta l'Italia a ricostruire il centro parzialmente distrutto. In mezzo alle macerie, al tramonto dei durissimi anni ottanta, una nuova generazione si ritrova e si guarda negli occhi. Nei mesi successivi, fioriscono centri sociali in tutto il paese, e le università insorgono contro la riforma del ministro Ruberti. Il movimento della Pantera, scoppia proprio quando comincia la “seconda accumulazione originaria”, caratterizzata da “un'estensione senza precedenti della proprietà privata” [3].
Nonostante manchi una consapevolezza diffusa delle mutazioni in corso [4], la Pantera rappresenta un punto di svolta per i centri sociali romani. Le facoltà occupate diventano per mesi il luogo in cui gli studenti e i movimenti metropolitani si confondono. Alla privatizzazione dei saperi si risponde, inconsciamente forse, sperimentando forme di produzione artistica e culturale autonome. Le culture underground nascono negli anni cinquanta, quando l'industria culturale incontra i mass-media e quando inizia quello che i situazionisti hanno chiamato il predominiodell'immaginario sull'immaginazione . L'underground si propone lo sviluppo di una cultura “popolare” nelle condizione di una società mediatizzata. Non rifiuta gli strumenti di comunicazione delle società esistenti, ma che cerca di utilizzarli [5]. E i centri sociali diventano i luoghi dove dare continuità a questi progetti.
L'anno successivo scoppia la guerra in Iraq. È la prima guerra globale, teletrasmessa sui teleschermi delle sicure case europee. A cavallo della Pantera e della guerra in Iraq, proprio a Roma, nasce l'esperienza delle “posse”. È in via dei Volsci, tra Radio Onda Rossa e lo spazio sociale “ 32” , che si forma la prima posse italiana, Onda Rossa Posse. Costruzione di una cultura autonoma e contaminazione dei linguaggi dei mass-media ufficiali sono gli ingredienti che permettono alle “posse” (i gruppi rap italiani ispirati da Chuck, D, dei Public Enemy, che disse “Il rap è la Cnn dei neri”) di “bucare” il muro di gomma dell'informazione ufficiale. Il concetto di autoproduzione del circuito punk del decennio precedente si mescola al nuovo contesto politico.
Per la prima volta i centri sociali non sono più dipinti come covi di nostalgici della guerriglia urbana, né come ricettacolo di tribù metropolitane. Anche questa volta, il passaggio avviene grazie all'incontro con altri soggetti sociali e altri linguaggi.
Tre. 1993, si scende in campo
Gli anni ottanta finiscono nel 1992. I tre patti che hanno tenuto al potere una classe politica per decenni (quello salariale, quello finanziario e quello che garantiva consenso in cambio di consumo) si sfracellano sotto i colpi della svalutazione e dell'accordo del 31 luglio, che sgancia definitivamente il salario dall'inflazione [6]. L'Italia aveva firmato il trattato di Maastricht, che stabiliva le regole per la realizzazione dell'unione monetaria europea e imponeva rigidi parametri alla spesa publica e alle politiche fiscali. Un anno dopo, il 21 novembre del 1993, anche Roma si accorge che nulla sarà più come prima. Per la prima volta si vota per il sindaco con il nuovo sistema elettorale e al ballottaggio con Francesco Rutelli, candidato per il Pds, i Verdi e Rifondazione comunista, c'è Gianfranco Fini, segretario del Msi. È proprio in questi giorni che Silvio Berlusconi “scende in campo” e dichiara che lui “voterebbe per Fini”. Ma in un certo senso scendono in campo anche i centri sociali. Alla vigilia del voto per il ballottaggio, i centri sociali romani organizzano un megaconcerto contro Fini, cui partecipano più di quindicimila persone. Si tratta di un passo importante, che rappresenta una vera e propria presa di coscienza del fatto che i tanti posti occupati della metropoli rappresentano un pezzo della città, in grado di prendere la parola e fare la differenza in un momento-chiave della storia della città. L'evento si tiene nel grande spazio all'aperto del centro sociale Villaggio Globale, occupato dalla redazione interculturale di un programma sui migranti in onda su Radio Proletaria (oggi Radio città aperta). Il 18 aprile del 1990 era stata occupata la “borsa delle carni”, recentemente restaurata. L'intuizione era doppia: da un latopuntare sull'interculturalità, dall'altro fare urbanistica reinventando uno spazio pubblico [7].
Quattro. 1994, impresa zapatista
La transizione italiana al neoliberismo passa per la presa di Milano da parte della Lega nord. Nel 1993, Marco Formentini viene eletto sindaco della ex “capitale morale” in seguito a una campagna elettorale tutta tesa a demonizzare il centro sociale Leoncavallo. Dopo un lungo braccio di ferro, il Leoncavallo viene sgomberato. Ma la vicenda si ritorce contro la destra. Perché gli occupanti del Leoncavallo coinvolgono la Milano democratica con intelligenza politica e capacità organizzative che testimoniano il passaggio a una “fase adulta” dei centri sociali.
L'anno si era aperto con l'insurrezione dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale in Chiapas, nel sud est del Messico. Per i centri sociali italiani scatta un riflesso pavloviano: la solidarietà è immediata in nome del terzomondismo che alberga nel dna dei movimenti radicali. Poi, si scopre che gli incappucciati zapatisti parlano un linguaggio che non è uguale a quello delle altre guerriglie latinoamericane. Si parla di trattati internazionali di libero commercio e di mondializzazione dell'economia, di “esercito nato per sciogliersi” e di rifiuto della presa del potere. Soprattutto, i centri sociali si sentono partecipi dell'idea zapatista dell'apertura di spazi liberi, da auto-organizzare e da difendere.
Proprio per difendere gli spazi, il 10 settembre del 1994 tutti i centri sociali italiani tornano a Milano. Di nuovo, come era successo nell'estate del 1989, si tratta di un passaggio-chiave. La grande manifestazione di Milano, cui partecipano decine di migliaia di persone, culmina con pesanti scontri con la polizia. È un momento di scontro altissimo, un punto di non ritorno che innesca una riflessione proiettata verso il futuro. Arrivati all'apice del conflitto, è il momento di costruire. Delle enormi capacità di “fare società” dei centri sociali dentro il postfordismo si accorge un osservatore dei fenomeni sociali attento come Aldo Bonomi [8], che insieme a Primo Moroni (figura storica della sinistra extraparlamentare e zio spirituale dei centri sociali) prova a organizzare il convegno dal titolo “Lo spazio sociale metropolitano tra rischio del ghetto e progettista imprenditore”. Il dibattito che suscita la proposta attorno ai nodi della produzione di socialità, di cultura e di trasformazione sociale è ricchissimo e controverso. Tanto che, anche se il convegno non si terrà mai, i contributi che ha suscitato vengono raccolti in un volume [9]. In tutto il paese, e a Roma in maniera ancora più forte, i centri sociali stanno colmando il vuoto culturale e sociale che le amministrazioni locali hanno creato nelle periferie e quello lasciato nei quartieri popolari dai partiti della sinistra. Ogni giorno decine di corsi, concerti, balere, librerie autogestite e infoshop, birrerie e trattorie popolari animano la capitale. Una vera e propria città nella città [10].
Più che intraprendere una strada, si tratta di prendere atto di ciò che si sta facendo. Non si tratta solamente di attività politica e culturale. Si tratta di sperimentare “modi ‘altri' di produrre reddito simultaneamente all'adesione di modi altri di vivere” [11].
Cinque. 1995, fuori dal ghetto
Alla fine degli anni ottanta, la parola d'ordine era “uscire dal ghetto, rompere la gabbia”. A metà degli anni novanta i centri sociali romani ci sono riusciti. Hanno un consenso sociale diffuso, sono diventati un punto di riferimento culturale e hanno iniziato a costruire una cassetta degli attrezzi per reinterpretare la società in maniera dinamica e propositiva, invece che settaria e resistenziale. A Roma, spinta in consiglio comunale da diecimila firme, viene approvata la delibera 26, prima del genere in Italia. Prevede l'assegnazione degli spazi occupati prima del 1995 alle associazioni che vi svolgano attività riconosciute di “pubblico interesse” [12].
Nel 1995, il centro sociale La Torre , occupato all'inizio dell'estate dell'anno precedente, rischia lo sgombero. Per la prima volta, grazie al Coordinamento dei centri sociali romani, la vicenda dello sgombero viene gestita in modo da mettere in crisi le istituzioni.
Nel novembre dello stesso anno, il Forte Prenestino, che nel frattempo ha costruito l'esperienza seminale di una Bbs [13], chiama a raccolta il popolo dei centri sociali. Il rischio è che la struttura che occupa da quasi dieci anni venga messa all'asta. Si tratta di un “corteo rumoroso”che ci dice molto dell'innovazione di linguaggi e pratiche che si stanno consumando. Innanzitutto, il percorso della manifestazione è esattamente contrario a quello canonico: da piazza Venezia a piazza Esedra. Inoltre, gli affezionati dei servizi d'ordine e degli slogan si trovano completamente spiazzati. Perché assistiamo alla rottura della “ripartizione in spezzoni” e a una “ricomposizione fluttuante” attorno ai tanti carri musicali. Il corteo è sempre stato inteso come un momento di confronto con la controparte. Un modo di contarsi e mostrare i muscoli. Adesso, si scende in piazza per scambiarsi informazioni e per “esserci in comune” [14].
A testimonianza della potenza raggiunta dai posti occupati, l'individuo multiplo che si fa chiamare Luther Blissett, propone che i centri sociali “battano la loro moneta” [15] .
I centri sociali romani faranno nel 1998 un tentativo di costruzione di una vera e propria economia parallela, quando organizzano “Riot” (la “Rete Itinerante Occupazioni Territoriali”). Per più di un mese (dal 5 giugno al 12 luglio) il Corto Circuito, l'ex Snia Viscosa, Il Forte Prenestino, La Torre , La Strada , il Villaggio Globale, e Onda rossa 32 organizzano a turno iniziative culturali (concerti, proiezioni, spettacoli teatrali), cui si può partecipare pagando un abbonamento di 10 mila lire. L'esperimento, dal punto di vista sociale e politico è un successo: partecipano migliaia di persone e alcuni appuntamenti oscurano gli eventi dell'estate romana ”ufficiale”.
Sei. 1997, “uscire dalla dinamica perdente”
Nel 1997, un altro si compie un altro passaggio fondamentale. Mentre Francesco Rutelli viene eletto per la seconda volta sindaco di Roma, in Campidoglio entra Nunzio D'Erme, candidato come indipendente dai centri sociali Corto Circuito e La Strada dentro la lista di Rifondazione comunista. L'idea, spiegherà qualche tempo dopo il Corto Circuito in un lungo documento, è semplice quanto radicale: “conquistare un posto nel consiglio comunale per sostenere le battaglie sociali che si sviluppano nella città” [16]. Lo svuotamento della democrazia delegata lascia spazi che possono essere riempiti dal protagonismo sociale dei centri sociali. “La maturazione della scelta di un rapporto istituzionale nasce nella Selva Lacandona, quando Bertinotti venne a La Realidad [in Chiapas, nda.] – spiegherà Nunzio D'Erme - Era una cosa che ci interessava fare visto che abbiamo sempre operato dal basso e crediamo profondamente che le esperienze sociali che si auto-organizzano siano già di per sé esperienze politiche. E questo per noi era un elemento da far valere e cercare di rappresentare” [17]. Qualche anno dopo, questo esperimento si connetterà ad altri analoghi e parteciperà alla costruzione della Rete del Nuovo Municipio [18].
Nello stesso anno, cominciano ad apparire individui in tuta bianca nei luoghi della precarietà. Nasce, proprio a Roma e proprio nei centri sociali, il movimento delle Tute bianche, che cerca di mostrare quello che altrimenti sarebbe invisibile e disgregato: il popolo del precariato metropolitano, quello delle partite Iva, del lavoro interinale, part-time, a tempo determinato [19]. Tutte figure introdotte dalla legge 196 del 1997, conosciuta come “pacchetto Treu” . Nel settembre dell'anno successivo, molti centri sociali romani ( La Strada , il Corto Circuito e La Torre ) partecipano assieme a tanti altri alla scrittura della Carta di Milano, che fissa le rivendicazioni prioritarie: amnistia per i reati politici (quelli legati alle battaglie attuali e quelli della generazione degli anni settanta), un reddito di cittadinanza come misura contro la precarietà e l'assegnazione dei posti occupati. Il cuore del nuovo corso è “uscire dalla dinamica perdente ‘conflitto - repressione - lotta alla repressione', entrare in un panorama diverso, in cui il conflitto sociale sia portatore di progettualità. Vogliamo costruire il vortice ‘conflitto - progetti - allargamento della sfera dei diritti'. Pensiamo ai progetti come ad un elemento costituente, prefigurante modelli societari, economici e relazionali altri, pensiamo ad un conflitto che partendo da noi stessi sappia rivendicare e conquistare diritti per tutti, uscendo definitivamente da logiche autoreferenziali“ [20].
Il 27 gennaio del 1999, le Tute bianche occupano un palazzo sopra il cinema Rialto, nella centralissima via IV novembre. Dal Rialtoccupato parte la proposta di creareuna “Camera del lavoro e del non lavoro” per costruire uno spazio pubblico a disposizione delle nuove figure del lavoro sociale. Qualche mese dopo, il documento “Che te lo dico a fare”, a firma “Immaterial workers of the world”, scrive (fra l'altro) che “i centri sociali sono, potenzialmente, le Camere del lavoro dell'arcipelago di attività sommerse, intermittenti, flessibili ” [21].
L'esperienza dell'occupazione a due passi dal Quirinale e da piazza Venezia durerà alcuni mesi Sgombrare un centro sociale a Roma, in questi anni diventa un problema politico, non solo militare.
Sette. 2001, “i pessimi alunni della scuola globalizzata”
Il 13 giugno 1997 l'anomalia italiana dei centri sociali, che non ha equivalenti in nessuna parte al mondo per radicalità e diffusione, debutta sulla scena europea partono da Roma due treni occupati diretti ad Amsterdam. Quattromila persone riescono ad attraversare il continente senza biglietto e senza esibire documenti, per unirsi alla manifestazione organizzata nella capitale olandese in occasione del vertice sull'Europa di Maastricht. “Siamo pessimi alunni della globalizzata scuola della sconfitta, siamo cattivi clienti per le offerte di sconforto, e siamo eretici militanti contro la religione del denaro”, scrive il subcomandante Marcos ai manifestanti di Amsterdam. È l'ingresso dei centri sociali sulla scena dei movimenti globali. Due anni dopo, una carovana di cinquecento contadini indiani arriverà al centro sociale La Torre , per manifestare sotto la sede della Fao contro i processi liberisti che stanno distruggendo l'economia rurale indiana. Pochi mesi dopo, quando il mondo scopre che a Seattle è nato un nuovo movimento che ha assediato i potenti della terra, i centri sociali romani si ritrovano in un'assemblea alla Scola, spazio sociale e casa occupata di San Lorenzo. I temi del movimento globale erano comparsi nei mesi precedenti sulle pagine di “Infoxoa”, rivista nata nel 1997 dall'esperienza dei centri sociali romani [22]. Il cortile della Scola, finirà per ospitare oceaniche assemblee di preparazione alla contestazione al G8 di Genova, quando i centri sociali romani diedero vita a Rage ( la Rete Anti Globalizzazione Economica) che a Genova il 20 luglio del 2001 si unì al corteo che uscì dallo stadio Carlini per essere brutalmente assalito dalle forze dell'ordine in via Tolemaide.
Genova è un altro punto di non ritorno, l'accumulazione di immaginario, consenso e intuizioni politiche che aveva portato i centri sociali fuori dal ghetto esplode in quelle giornate esaltanti e terribili. Quando gli attivisti scappano dal capoluogo ligure, braccati fino alle stazioni e ai caselli autostradali da un esercito brutale e impazzito, si trovano a gestire una situazione inedita. Come dare continuità al movimento e non cadere nel vortice della repressione che le pallottole sui cortei hanno cercato di innescare?
Otto. 2004, centri sociali di seconda generazione.
Le occupazioni a Roma riprendono nell'ottobre del 2002. Il 18 ottobre, la Cgil e i sindacati di base hanno fissato uno sciopero generale contro le politiche neoliberiste del governo Berlusconi. La parola d'ordine dei movimenti è “generalizzare lo sciopero”, cioè estenderlo oltre i confini del lavoro dipendente tradizionale. Lo “sciopero generalizzato”, si apre nella notte tra il 17 ed il 18 ottobre, quando una street parade notturna irrompe in un capannone a Portonaccio su via Tiburtina. Nascono lo Strike, “spazio pubblico autogestito” e poche ore dopo, dall'altra parte della città, Acrobax. “laboratorio sociale autogestito”. Gli elementi di novità dello Strike sono due: l'occupazione è pubblica è l'immobile privato.
La necessità è quella di abbandonare la figura del militante, totalizzante e fortemente identitaria. Troppo spesso, infatti, chi gestisce un posto occupato ha tempi di vita troppo diversi da chi lo frequenta. Un fattore che rende difficile estendere la partecipazione. È questo il motivo per cui accanto a un gruppo di “militanti” in ogni centro sociale si crea una comunità allargata, una sorta di rete di collaborazione. È in questa zona grigia che si crea un rapporto tra politica e vita meno totalizzante. Ed è qui che bisogna indagare per capire quali sono le nuove forme dell'agire politico, che assumono identità molteplici, nomadi e mobili [23].
Mentre scriviamo queste righe concusive, un altro spazio abbandonato è stato restituito alla città da un'occupazione. Si tratta di “Esc”, occupazione studentesca che si trova a due passi dalla Sapienza. Dopo essere entrati, gli attivisti di “Esc” hanno scoperto che lo spazio era molto più vasto di quanto pensassero. Ancora una volta si è riprodotta la magia che caratterizza ogni occupazione: progetti, sogni e possibilità nuove si sono moltiplicati nello spazio di qualche assemblea.
I centri sociali si trovano di fronte allo stesso problema che hanno i movimenti antiliberisti di tutto il mondo: come ridefinire il concetto di “bene comune” nell'era del neoliberismo di guerra e della fine degli stati-nazione. La conoscenza, i saperi le case e il patrimonio edilizio a chi appartengono? E come sperimentarne un uso pubblico che non sia statuale? Senza le insorgenze metropolitane, che hanno la caratteristica di costruire la propria identita attorno alla realizzazione di spazi altri di società, queste domande rimarrano inevase. Perché, i beni comuni non sono solo un'entità giuridica, ma rappresentano la storia e la memoria di una comunità [24].
Gennaio 2005
[1] R. Perciballi, “Come se nulla fosse”, Castelvecchi, Roma 2000, pp.105-106. Un fenomeno analogo è avvenuto a Milano, si veda M.Philopat, “Costretti a sanguinare”, Shake, Milano 1997
[2] H. Bey, “T.a.z.- Zone temporaneamente autonome”, Shake edizioni, Milano 1993, p.35
[3] M.Bascetta, “La libertà dei postmoderni”, manifestolibri, Roma 2004, p.14
[4] Secondo Paolo Virno, la Pantera perse tempo a “contemplare il proprio ombelico”, anziché a occuparsi delle nuove forme della produzione e dell'intellettualità di massa. Si veda P.Virno, “Do you remember counterrevolution?”, in Futuro Anteriore vol.I, L'Harmattan, Parigi-Roma 1995, p.135
[5] A.Caronia, “Culture underground e movimenti di opposizione in Italia”, in http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=29
[6] M.Revelli, “Le due destre”, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p.31
[7] E.Viccaro, “Il Villaggio locale. Breve storia del Mattatoio occupato”, in “Carta città” n.5 del 6 febbraio 2003
[8] Si veda A.Bonomi, “Il trionfo della moltitudine”, Bollati Boringhieri, Torino 1996
[9] Daniele Farina, Primo Moroni, Pino Tripodi, “Centri sociali, che impresa!”, Castelvecchi, Roma 1995
[10] Nello stesso periodo, il gruppo di ricerca Senza media decide che è arrivato il momento di indagare il popolo dei centri sociali romani. Il frequentatore medio di un centro sociale romano è giovane, con istruzione medio-alta, disoccupato o precario. Tutti i risultati dell'inchiesta e l'elaborazione dei dati si trovano sul sito di Tactical media crew, il primo esperimento romano di informazione antagonista sul web, http://www.tmcrew.org/csa/ricerca/index.htm
[11] V.Ruggiero, “Movimenti nella città”, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 140
[12] Si veda http://www.comune.roma.it/patrimonio/assessore/spazi_soc/sp_index.htm
[13] Bbs sta per “Bulletin board system”, si tratta di una rete telematica antenata di internet
[14] Luther Blissett, “Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0” , Einaudi, Torino 2000, pp.198-201, anche in http://www.lutherblissett.net/archive/122_it.html
[15] Luther Blissett, cit. pp.206-208, anche in http://www.lutherblissett.net/archive/139_it.html
[16] Csoa Corto Circuito, “Per non tornare mai più indietro”, Aprile 2000
[17] Aa.Vv. “Una impossibilità realizzata”, Odradek, Roma 2001, p.34
[18] Si veda Aa.Vv. (a cura di Pierluigi Sullo), “La democrazia possibile”, Carta/IntraMoenia, Napoli 2002
[19] Si vedano A.Fumagalli e Maurizio Lazzarato, “Tute bianche”, DeriveApprodi, Roma 1999 e A.Mantegna e A.Tiddi, “Reddito di cittadianza”, Infoxoapress, Roma 1998 (scaricabile integralmente da http://www.infoxoa.org)
[20] Il testo integrale della Carta di Milano si trova su http://www.ecn.org/leoncavallo/26set98/
[21] Il testo del documento e il dibattuto suscitato si trovano su DeriveApprodi n.18, uscito nella primavera del 1999
[22] In rete su http://www.infoxoa.org
[23] L. Sansonetti, “Centri sociali di seconda generazione”, in “Posse-Mappe politiche della moltitudine”, manifestolibri, Roma 2002, pp.186-196,