La città dell'ingegneria finanziaria
di Antonello Sotgia


È in discussione alla camera dei deputati il testo che sostituirà la legge urbanistica nazionale. Un dispositivo su cui, nel corso degli ultimi anni si sono registrate pericolose convergenze tra destra e sinistra riformista. Collante di questo connubio sembra essere la deriva liberista che ispira la «nuova» legge. D'ora in avanti, infatti, gli strumenti urbanistici  saranno totalmente derubricati. Da strumento d'indirizzo, a semplice registratore di scelte e proposte. Private. Una novità legislativa non da poco che, probabilmente segnerà la fine della disciplina urbanistica.
Destra e sinistra riformista, tuttavia, non danno segnali di dispiacersi troppo di questa scomparsa; anzi- soprattutto a sinistra- sembrano neppure provare troppi rimpianti, impegnate come sono a rassicurarsi vicendevolmente della sostanziale inapplicabilità dell'attuale normativa.
Il ragionamento è semplice: siccome non ci sono i soldi non si possono fare espropri. In questo modo approdano alla ribalta nazionale, dopo una lunga e sperimentata pratica locale/regionale, invenzioni compensative e perequative. Tutto si basa su una forma di un duplice riconoscimento. In primo luogo, si dichiara la propria incapacità a leggere le città nella loro complessità, cioé come insiemi sempre in bilico tra momenti di conflitti sociali e territoriali e gli assetti con cui si da risposta a questi conflitti. Questo la legge lo ha capito molto bene, e ogni norma sembra scritta proprio per mettere in discussione l'idea stessa di città come costruzione collettiva. Ma distruggere l'idea di città come motore delle trasformazioni non basta, ed ecco il secondo riconoscimento. Si tratta di acquisire i cosiddetti diritti pregressi per poi, come in dei giganteschi monopoli, ridistribuire il tutto - ovvero cubature e cubature - sul territorio.
Pronti a sanare, attraverso l'introduzione della norma della monetizzazione, anche eventuali incidenti di percorso. Quali potrebbero essere la mancanza degli standard .
Concretamente, vuol dire la liquidazione dei decreti ministeriali del 1968 con cui si era stabilito l'appartenenza di ogni nuovo manufatto alla città: ovvero, che a tot metri cubi, a tot abitanti avrebbe dovuto corrispondere un adeguato pacchetto di servizi e di verde. Non certo una disposizione eversiva, solo il riconoscimento della città come parte di territorio abitato da soggetti plurali da mettere in relazione non attraverso la sottrazione di spazio da parte dei nuovi arrivati, ma al contrario dal moltiplicarsi degli elementi chiamati a definire il contesto. Questo sono stati gli standard urbanistici: quello che c'è tra casa e casa. Una serie di decreti che hanno guidato fino ad ora il costruire. Non sempre hanno funzionato, né sono riusciti a definire il diritto all'abitare nelle nostre città. Alcune volte, però, sono serviti per opporsi alla costruzione caotica e insensata di case.
D'ora in avanti, di quello che ci deve essere tra una casa e l'altra - un giardino, una scuola, una strada con marciapiedi degni di questo nome - se ne potrà fare a meno, sostituendo il tutto con il versamento di una somma di denaro. Una specie di bonifico per le casse comunali, per scusarsi di essere riusciti, sì, a fare entrare in un lotto tanti appartamenti grazie alla capacità di deroga di qualche star dell'architettura, ma di non aver  previsto nemmeno uno spazio per un parcheggio o per un giardinetto.
Questo, del resto, accadeva quando era la disciplina urbanistica a fissare le norme del nostro abitare. Ora sarà l'ingegneria finanziaria a disegnare le nostre città.

Dicembre 2004