Provvisoria e sovversiva
La sub-metropoli dei "rave"

di Francesco Macarone Palmieri

Tra qualche anno le nuove generazioni visiteranno i luoghi storici della house di Chicago e della Techno di Detroit come delle musiche retrò che ascoltavano i loro genitori. Si pubblicheranno dei libri raccontando a che punto quegli anni furono intensi. Usciranno delle compilation celebrando la memoria della Techno come oggi lo si fa per il punk... La Techno farà parte della storia della musica popolare e in questo senso sarà classificata, catalogata e si visiterà come si può visitare un museo. e non si vedrà più nessuna traccia di invenzione e di sovversione».
Questo è ciò che afferma Jeff Mills, godfather della storia della Techno dagli slums di Detroit, la metropoli più violenta d'America, intervistato all'interno del libro «Electrochoc» da Laurent Garnier un altro narratore, storico e musicologo spontaneo del fenomeno che ha sconvolto tutti gli ambiti del vissuto contemporaneo: la Techno e i Rave.
I rave illegali o free party, vivendo di una cultura del frammento attraverso il rimescolamento totale di tutto ciò che è stato controcultura, rappresentano, da un punto di vista prettamente socio-antropologico, il chiaro avvento dell'età postmoderna. Gli elementi che un rave illegale mette in scena sono: l'oltraggio alla proprietà privata attraverso l'occupazione di spazi abbandonati delle metropoli e la loro autogestione temporanea, l'attacco alle forme di produzione del circuito commerciale delle discoteche, al valore del denaro, ai rapporti socio-politici di dominio nel governo della metropoli. E, ancora, palese è la negazione dello star system dei djs, l'autoproduzione come concetto globale, l'approccio agli stati modificati di coscienza e una ricerca del «common knowledge», nella messa in rete e nell'uso creativo e sovversivo della tecnologia, in un'uguaglianza nelle diversità al di fuori e della politica tradizionale, e anche delle precedenti forme di azione diretta.
Una delle influenze più forti della scena dei rave illegali o free party è stata quella controcultura hippy che, di rimando rispetto ai movimenti americani, e intrecciandosi con la storia locale inglese, ha dato vita al movimento di traveller inglesi, o nomadi della nuova era, che avevano come momento di socialità massima enormi gatherings chiamati fiere, di cui la più famosa era la fiera di Albione, o libero stato di Albione. Il concetto di festa libera si politicizzò in quel «freedom for the right to party», scandito successivamente in slogan di resistenza alla legislazione ultrarepressiva messa in atto dal governo conservatore inglese. Come il punk aveva distrutto i codici di potere del mercato musicale, incentrato sui formalismi di quel progressive rock cadaverico, così la nascita della House music ha rappresentato uno stravolgimento totale del precedente main stream musicale, distruggendo il formalismo e la melodia, modificando
radicalmente il concetto di festa. I campionatori e la tecnologia digitale in espansione sono gli strumenti di questo maelstrom linguistico e socioculturale.
I rave sono bombardamenti a tappeto di quel rumore dei primordi sperimentato dalle prime formazioni Industrial su base
tecnologico-onirica. I rave a Roma hanno rappresentato la nuova onda, imperversando per tutti gli anni novanta.
Essi sono la rappresentazione dell'ultima rivoluzione controculturale globale che localmente ha coinvolto in forma assonante o dissonante tutte le strutture di base, dai centri sociali alle case occupate alle radio libere ai traveller, dj, gente disillusa dal circuito commerciale delle discoteche, vecchi punk e waver. La linea sovversiva che attraversa questo fenomeno ha toccato tutte le controculture rimescolandone i linguaggi. Mentre i Rave semi-commerciali tendevano ad essere normalizzati o a sparire, soprattutto dopo la loro mediatizzazione con forti caratteristiche criminalizzanti di stampo giornalistico-scandalistico, le prime sonorità Techno penetrarono i luoghi «liberati», portando linguaggi, pratiche, culture nuove, e soprattutto creando un rimescolamento totale degli attori sociali che vivevano il piacere di essere, con il piacere di divenire, liberi.
I rave iniziarono a proliferare dal '93 per arrivare ad una vertigine nel '95 e '96, in cui ogni settimana ve n'era più di uno, solo sul circuito romano. Ronde e gruppi di giovani in rivolta penetrarono i luoghi più oscuri della metropoli romana per infiltrarsi nelle sue aree abbandonate alla ricerca dell'ultimo paradiso di cemento armato da vivere sulla pelle, oltre il tempo e lo spazio, con emozione libertaria.
Zone impossibili della città erano vissute ogni sabato da stormi di gente, nell'ordine di migliaia di persone che vagavano impazzite alla ricerca di un segnale minimo da seguire, per scoprire il paradiso del do it yourself contemporaneo, per arrivare nello spazio liberato nomade, per accendersi di passioni, danze, desideri di rivolta e sparire come una stroboscopia.
Per arrivare ad un rave bisognava essere sensibili a degli specifici codici di arredo urbano elaborati ad hoc per la festa. L'imperativo era «seguire le tracce» che erano segnalate con frecce, attacchinaggi o segnali specifici messi in posti specifici.
Con la democratizzazione di determinate tecnologie, come la telefonia cellulare e la comunicazione telematica, le forme di
pubblicizzazione si spostarono su siti specifici e mailing list del movimento. L'appuntamento non era più spaziale/territoriale ma temporale. Ad una data ora, e, specificatamente, non appena il posto veniva occupato e i sound system montati, veniva rilasciata l'informazione sull'ubicazione della festa sui siti e le mailing list, in modo da far accorrere più gente possibile per tutelare l'occupazione.
Altro metodo era quello di emanare dei flyer con delle grafiche ipnotiche, in puro stile «xerox art» usando solo il nome del sound system come intestazione, senza nessun riferimento alla parola «rave», ed un numero di cellulare che avrebbe avuto la funzione di «infoline» azionata a partire da una certa ora, di cui il chip della scheda era stato comprato appositamente per quella festa in modo da non permettere il controllo della linea. Tutto questo doveva avere una fine, che si palesò verso la fine degli anni novanta e specificatamente dalla fine del '97 in poi, in cui i linguaggi della sovversione si erano ormai codificati. Il senso dell'ignoto, dall'avventura, della ricerca, della diversità della moltiplicità linguistica, del confronto culturale, dell'occupazione ed autogestione stessa si andava sempre più perdendo, fino ad arrivare ad una reiterazione continua ed approssimativa di un modello sovversivo svuotato dei suoi contenuti.
Ciò rispecchia un momento di stasi globale per il quale, prendendo a prestito la teoria dello sviluppo culturale del sasso di Canevacci, se una cultura viene rappresentata con il lancio di un sasso in uno stagno e i suoi momenti salienti come i rimbalzi che questo sasso fa al contatto con l'acqua, noi assistiamo oggi, più che al suo affondare, alle piccole onde che il fenomeno ha prodotto, pronti a percepire e leggere i segni che un nuovo possibile maremoto di conflitto e liberazione sta per scatenare, con piacere del disordine e senso della distruzione.

Dicembre 2004