Le culture della strada nell'epoca degli immateriali
di Massimo Ilardi


Periferia e politica: un rapporto difficile, complesso, fortemente conflittuale e che il sistema politico, storicamente refrettario a reputare come determinante tutto ciò che si muove fuori della centralità dei rapporti istituzionali e di potere, non ha mai considerato nella sua rilevanza sociale e culturale perché ha sempre giudicato la periferia un problema di ordine economico [disoccupazione] o pubblico [devianza] o, infine, assistenziale [marginalità].
Eppure è nelle periferie delle grandi città che sono nati i macchinari che hanno trasformato il territorio cittadino, con l'angusta sacralità dei suoi luoghi, nell'infinito spazio metropolitano: individualismo, mobilità, illegalità, violenza, atopia, libertà negativa, disordine, no al futuro, impoliticità sono alcune delle pratiche e delle tonalità emotive che hanno innescato quella rivoluzione spaziale, sociale e culturale che, dalla fine degli anni settanta, ha coinvolto man mano il resto della società.
La crisi dei sistemi politici, la globalizzazione economica, i lavori postfordisti, il consumismo trovano qui la loro origine, hanno come riferimento proprio quelle figure sociali non vincolate all'etica del lavoro e della militanza politica descritte per la prima volta e in modo magistrale da Pasolini nei suoi «ragazzi di vita». Fame, sesso e denaro erano e rimangono desideri non mediabili all'interno di una cultura che, allora come adesso, è basata sul primato del rapporto con le cose rispetto al rapporto con le persone, sul consumo, sulla non produttività, su una serie di gesti, stili di vita, mentalità che a un certo punto sono esplosi, hanno invaso i centri storici, hanno messo in crisi la vecchia cultura e, infine, hanno disegnato i nuovi spazi pubblici urbani. Pubblici perché decidono sulla governabilità del territorio.
Ma di più. L'entrata in scena delle culture delle periferie urbane interrompe la stagione dei movimenti e apre, ma non solo in Italia, un nuovo ciclo di lotte sociali dove il conflitto si traduce immediatamente in uno spazio/tempo in cui, afferma Furio Jesi, tutto ciò che si compie vale di per se stesso.
Gli anni settanta in Italia e gli anni ottanta in Europa, gli scontri nei ghetti di Los Angeles del '92 e nel centro di Parigi del '94 fino ad arrivare, all'alba del nuovo secolo, alle giornate di Seattle e di Genova, non vedono solo movimenti ma anche rivolte contro le istituzioni.
Accanto ad attori e organizzazioni che si pongono finalità strategiche e fanno riferimento a un programma politico di trasformazione sociale coesistono pratiche e comportamenti che non hanno margini di mediazione perchè i loro obiettivi sono immediati e privi di motivazioni ideologiche: quello che interessa sono la libertà d'azione, il possesso del territorio, la qualità della vita e l'appropriazione di merci ma senza alcuna teorizzazione in termini di «bisogni sociali» o «diritto alla ricchezza».
Rappresentanza politica e rappresentazione linguistica, scrive Ida Dominijanni, i due potenti bastioni della razionalità del Politico moderno, vacillano entrambi quando a politicizzarsi sono i desideri, le emozioni, la percezione, l'immaginario. E soprattutto, aggiungerei, quando la macchina dei desideri inizia a non essere più sincronizzata con la macchina del lavoro e con quella dell'agire politico e non conosce scambi.

I margini cambiano il centro

La vicenda delle periferie romane rimane da questo punto di vista un esempio eclatante di come i margini di una città possano incidere in maniera determinante nelle sue trasformazioni culturali e sociali. Zone estreme, fluide, mobili, poco definite, veri e propri spazi di frontiera che accompagnano la colonizzazione metropolitana del territorio che avanza senza soste; ma veri e propri laboratori dove si sperimentano nuove alchimie sociali e nuove culture insieme a processi continui di desocializzazione, anomia, mancata produzione di soggettività. Questa è la periferia romana. Anzi, questa è la periferia mediterranea. Qui l'azione politica sbiadisce e di conseguenza salta ogni forma di utopia. Il conflitto sembra avere un'unica posta in gioco: la conquista del territorio.
D'altra parte, senza mediazione politica l'utopia non può che realizzarsi sul territorio che, una volta liberato, diventa appunto forma di un'idea che si concretizza e si manifesta immediatamente e che determina relazioni sociali, culture, condizioni nel mondo che raggrumano ceti sociali.
«La borgata riconosce se stessa non per l'architettura, o per le sue piazze o spazi urbani [che non ha], ma per l'intensità e la
consonanza dell'interesse dei suoi abitanti per il territorio di cui si sono appropriati 'contro' le logiche offerte dai sistemi ufficiali di sviluppo della città».

L'urbanizzazione fuorilegge

Dunque, «è la pratica collettiva dell'urbanizzazione fuorilegge [che] cementa la collettività della borgata fino ad accrescerne la qualità soggettivamente percepita» rispetto alla condizione «degli utenti dell'edilizia intensiva di periferia e in particolare dell'edilizia popolare».
Alberto Clementi e Francesco Perego individuano qui, già alla metà degli anni ottanta, alcuni dei motori di sviluppo della metropoli romana.
Consumo e individuo, conflitto e domanda di libertà, illegalità e nuova territorialità: è da queste coincidenze che prende forma il territorio metropolitano che non si identifica mai in un soggetto determinato ma nell'azione dei diversi attori sociali che l'attraversano e che nell'azione stessa stabiliscono forme di socializzazione addestrate alla precarietà e al conflitto.
Il rave illegale e i centri sociali occupati hanno rappresentato, soprattutto a Roma, due altre esperienze di territori liberati dalle istituzioni. Qui non soltanto le mura, il luogo, la struttura edificata hanno assunto importanza, ma anche l'occupazione illegale dello spazio e il conflitto con la polizia.
Perché il rave come il centro sociale dovevano essere illegali, non come dogma, ma perché era la domanda di libertà che li aveva costruiti, ricercati, ricondotti dentro un possibile obiettivo: riempire un vuoto e rendere questo spazio realtà soggettivamente interpretabile e continuamente sperimentabile.
Senza questo passaggio determinante all'illegalità e all'azione diretta non ci sarebbero stati incontri, né festa, né sperimentazione culturale. Ed è dentro questo passaggio che si è formata appunto l'innovazione artistica, linguistica, musicale, informatica di quella generazione degli anni '90 vissuta dopo la fine della politica e del futuro: dentro il centro sociale occupato, frammento di una sfera pubblica non più mediata dal lavoro e dalle leggi del mercato, e dentro il rave non autorizzato, evento multimediale sempre diverso e alla ricerca di valori e di contenuti dirompenti e destabilizzanti, espressione spontanea di probabili utopie, di viaggi fantasiosi imprevedibili ed inaspettati, ma che spezzava equilibri, distruggeva abitudini, esaltava la ricerca individuale di esistenze e di mondi diversificati.

I territori esclusivi delle curve

Ma anche le curve degli stadi, pur con le dovute differenze, definiscono territori esclusivi dove gli ultrà non ammettono estranei. E lo stesso percorso compiono tutte quelle forme spontanee di conflittualità che quotidianamente attraversano il territorio metropolitano e che avvengono sempre nel segno della disobbedienza e della ribellione contro l'autorità. A praticarle non sono movimenti di massa ma attori sociali - mi riferisco alla galassia di gruppi giovanili senza nome che popolano i quartieri urbani soprattutto periferici - che hanno un'assoluta autonomia rispetto a riferimenti simbolici che non siano quelli della propria banda o del proprio gruppo di appartenenza.
Qui, scrive Valerio Marchi, non ci si aggrega in quanto «rossi» o «neri», ma per gusti musicali, per una comune sfera comportamentale e, soprattutto, per una comune provenienza territoriale o fede calcistica.

La cultura della strada è assediata

Non è vero, come si è soliti dire, che gli anni ottanta e novanta del Novecento siano stati anni di pace generalizzata. Le grandi metropoli occidentali sono state investite, invece, da conflitti aspri, diffusi, caratterizzati, tra l'altro, da azioni violente e spesso irriducibili a qualsiasi forma di mediazione. In questo senso la sbandierata invisibilità dei giovani e delle loro culture che hanno attraversato quegli anni è tale solo se la consideriamo con gli occhi del tradizionale pensiero politico. Ma c'è un'altra riflessione da fare: e cioè che, nell'era dell'espansione massima del digitale e del virtuale, lo spazio urbano per eccellenza è rimasto la strada, la vecchia, gloriosa, indistruttibile strada.
Naomi Klein, la giornalista canadese autrice di No logo, un libro molto ben documentato sulle multinazionali e sul lavoro postfordista, scrive: «Uno dei paradossi della nostra epoca è che la cultura della strada è posta sotto assedio, proprio nel momento in cui la strada stessa è divenuta uno dei prodotti più in voga della cultura pubblicitaria. Da New York a Vancouver, a Londra, viene criminalizzato tutto ciò che di più vero avviene a livello di strada, a cominciare dai conflitti naturalmente».
Proprio nell'età degli immateriali e della deterritorializzazione sempre più estesa, provocate dalla globalizzazione dell'economia di mercato, assistiamo, dunque, all'instaurarsi di un rapporto diretto tra individuo e strada, tra individuo e complessità sociale, tra individuo e istituzioni. Individuo senza soggetto.
Individuo non come soggetto formale di diritti ma essere concreto che impone domande, si appropria di redditi, utilizza istituzioni, chiede una libertà spaziale e mobile senza impedimenti e mediazioni. Le lotte metropolitane di questi ultimi anni hanno così dimostrato che il nostro destino non sarà un mondo privo di materialità dove i conflitti saranno giocati sui tasti di un computer o attraverso servizi sempre più immateriali o, infine, da presenze ineffabili e prive di fisicità. Al contrario, hanno fatto emergere altri modi di attraversare lo spazio, altre forme di riterritorializzazione che non si coagulano in strutture rigide, gerarchiche, oppressive, che non si identificano immediatamente in un Soggetto determinato, e che non rischiano mai di far ricadere il pensiero critico nel baratro dei «luoghi», dell'identità, del culto delle origini e delle appartenenze.
Rappresentano invece forme di territorializzazione più legate ad ambiti dell'esistenza, quindi più mobili, più conflittuali, più libere rispetto alla tradizione e alla memoria.
Per questo diventa difficile rinchiudere questi conflitti dentro i confini istituzionali del diritto alla cittadinanza, e ancora più difficile è rapportarli a un orizzonte che vede nel sistema delle reti immateriali e delle loro connessioni una nuova centralità che pretende di ricomporre queste fratture territoriali dentro rassicuranti relazioni virtuali.

Dicembre 2004