Anche la Cina nel fronte dei no alla nuova risoluzione Onu

6.3.2003 - Pechino. La Cina ha detto oggi di sostenere la dichiarazione congiunta di Francia, Germania e Russia contro una nuova risoluzione Onu sull'Iraq, aggiungendo che è "troppo presto" per parlare di uso del diritto di veto. Ieri già Francia e Russia, detentrici del diritto di veto, insieme alla Germania, membro non permanente, avevano proclamato che mai permetteranno l'adozione di un testo da cui possa prendere le mosse la guerra.
La Repubblica Popolare Cinese finora si era invece mantenuta relativamente defilata, pur non nascondendo la mancanza di approvazione alla politica di guerra americana. Incontrando ieri a Parigi i colleghi francese, Dominique de Villepin, e tedesco, Joschka Fischer, il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov si era detto certo che anche Pechino si sarebbe allineata sulle loro posizioni. A fronte di questa situazione la Gran Bretagna sembra si stia incaricando di modificare la nuova risoluzione mettendo il contentino di una settimana in più di ispezioni. (sic!)

E proprio in questo contesto, prosegue l'indegna pressione degli Stati Uniti sui paesi appartenenti al Consiglio a caccia di voti che mancano per assicurarsi la settimana prossima l'approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, eventuale esercizio del diritto di veto permettendo, della nuova risoluzione sulla crisi irachena presentata a suo tempo insieme alla Gran Bretagna e alla Spagna: quella che dovrebbe permettere l'avvio dell'intervento militare contro il regime di Saddam Hussein.

Ieri una telefonata al presidente del Camerun, nei giorni scorsi le pressioni sul Messico, fatte anche alludendo velatamente alla possibilità di ritorsioni nel caso di un voto non allineato con i propositi degli Stati Uniti; e lo stesso leader cileno Ricardo Lagos, il cui Paese da gennaio fa analogamente parte a tempo determinato del Consiglio di Sicurezza, aveva rivelato di essere stato di nuovo messo sotto pressione dal premier britannico Tony Blair, primo alleato di Bush, per "concedere un sì alla guerra".