Una modesta proposta

Noam Chomsky

3.12.2002

Gli sforzi zelanti dell'amministrazione Bush per conquistare l'Iraq - con la guerra, un colpo di stato militare o con altri mezzi - hanno portato a varie analisi riguardanti i motivi conduttori. Con la sua interpretazione, Anatol Lieven - del Carnegie Endownment for International Peace - ritiene che questi piani si conformino alla "classica strategia moderna di un'oligarchia conservatrice in pericolo che (consiste nel, NdT) trasformare il malcontento di massa in nazionalismo", ispirato alla paura di nemici che stanno per distruggerci. Questa strategia è di massima importanza se i "nazionalisti radicali", che stanno mettendo a punto la politica a Washington, sperano di promuovere il loro piano annunciato per "il dominio unilaterale del mondo attraverso l'assoluta superiorità militare", portando avanti, nel frattempo, un attacco in grande stile contro gli interessi della maggioranza della popolazione interna. Lieven senza dubbio parla a nome di molti quando descrive gli USA, nel loro corso attuale, come "una minaccia per se stessi e per l'umanità".

Come dimostra la storia, è fin troppo facile per leaders senza scrupoli terrorizare il pubblico. E questo è il metodo naturale per sviare l'attenzione dal fatto che tagli alle tasse per i ricchi e altri espedienti stanno minando le prospettive di (vivere, NdT) una vita decente per la classe media e i poveri, e per le future generazioni. L'economista Paul Krugman ha denunciato il fatto che "letteralmente prima che si fosse posata la polvere" sulle rovine del World Trade Center, repubblicani di spicco avevano fatto sapere che erano "determinati ad usare il terrorismo come una scusa per procedere con un'agenda conservatrice radicale". Lui e altri hanno documentato come (i repubblicani, NdT) hanno perseguito senza sosta quest'agenda da allora. La strategia si è dimostrata altamente efficace per le elezioni del Congresso. E quando inizierà la campagna (per le elezioni, NdT) presidenziali, gli strateghi repubblicani non vorranno di certo che la gente faccia domande sulle loro pensioni, sui loro lavori, sulla loro assistenza sanitaria (negli Stati Uniti non c'è una sanità pubblica come quella italiana, le spese sono coperte da assicurazioni private il cui costo è a carico del singolo cittadino, NdT), e su altre questioni simili. Dovrebbero, piuttosto, lodare il proprio eroico leader per averli salvati dalla distruzione imminente da parte di un nemico potentissimo e continuare sulla propria strada per affrontare la prossima poderosa forza intesa a distruggerci.

Queste idee sono particolarmente ovvie per i Reaganiani riciclati che detengono posizioni influenti nell'attuale amministrazione, e che stanno recitando di nuovo un copione familiare: guidare il paese verso un deficit (economico, NdT) in modo da poter minare programmi sociali, dichiarare una "guerra al terrore" (come hanno fatto nel 1981) ed evocare un diavolo dopo l'altro per costringere la popolazione ad obbedire con la paura: killers Libici che si muovono furtivamente verso Washington per assassinare il coraggioso cowboy circondato da carri armati nella Casa Bianca; Sandinisti a soli due giorni di marcia dal Texas - mentre portano avanti i loro piani per conquistare l'emisfero seguendo il copione del Mein Kampf; terroristi Arabi che cercano di ammazzare americani dappertutto mentre Gheddafi progetta di "espellere l'America dal mondo", (come, NdT) lamenta il cowboy; narcotrafficanti Ispanici che tentano di distruggere la gioventù (ma fermati all'ultimo momento da Bush N°1, rapiti durante l'Operazione Giusta Causa e processati per crimini commessi, per la maggior parte, quand'erano sul libro-paga della CIA); ecc, ecc.

Più in generale, le atrocità dell'11 Settembre hanno fornito un'opportunità ed un pretesto per attuare piani di vecchia data per acquisire il controllo sulle immense ricchezze petrolifere dell'Iraq, una parte fondamentale delle risorse del Golfo Persico che il Dipatimento di Stato - nel 1945 - descrisse come "una stupenda riserva di potere strategico e uno dei maggiori premi materiali nella storia mondiale" (facendo riferimento specificamente all'Arabia Saudita, ma lo scopo è più generale). L'intelligence USA prevede che queste diverranno ancora più importanti negli anni a venire. La questione non è mai stata l'accesso. Le stesse analisi dell'intelligence anticipano che gli USA dipenderanno da approviggionamenti più sicuri del bacino Atlantico. Lo stesso era vero dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli USA si mossero con rapidità per acquisire il controllo sulle risorse del Golfo, ma non per il proprio uso; il Nord America fu il maggior produttore nei decenni successivi, e da allora il Venezuela è stato di solito il maggior esportatore verso gli USA. Ciò che conta è il controllo sul "premio materiale",che incanala enormi ricchezze verso gli Stati Uniti in tanti modi, e la "stupenda risorsa di potere strategico", che viene trasformata in una leva di "dominio mondiale unilaterale".

Una diversa spiegazione è che l'amministrazione crede esattamente a quello che dice: l'Iraq è improvvisamente diventato una minaccia per la nostra stessa esistenza e per quella dei suoi vicini. Dobbiamo assicurarci che le armi di distruzione di massa e i mezzi con cui produrle siano totalmente distrutti, e il mostro stesso eliminato. E velocemente. Una guerra contro l'Iraq dovrebbe idealmente essere portato avanti durante l'inverno, e l'inverno del 2003-2004 sarà troppo tardi. Entro quel termine il fungo atomico profetizzato dal consigliere per la sicurezza nazionale Rice potrebbe averci già consumato.

Assumiamo che questa interpretazione sia corretta. Se le potenze regionali temono Washington più di Saddam, come pare che facciano, ciò dimostra la loro limitata comprensione della realtà. E' solo un caso che per l'inverno prossimo sarà in corso la campagna (per le elezioni, NdT) presidenzial(i). E anche altri dubbi possono essere in qualche modo messi da parte. Allora come possiamo raggiungere questi obiettivi dichiarati?

Sono stati discussi molti piani, ma pare che uno semplice semplice sia stato ignorato...forse perchè ritenuto folle. Il giudizio è esatto ma è istruttivo chiedersi perché.

La modesta proposta è (quella di, NdT) spingere l'Iran ad attaccare l'Iraq, fornendoli del necessario appoggio logistico e militare - da una distanza di sicurezza (missili, bombe, basi, ecc). La proposta ha tanti vantaggi (in più, NdT) rispetto a quelle che vengono considerate adesso.

In primis, Saddam sarà rovesciato, in effetti (sarà, NdT) ridotto a brandelli insieme a chiunque gli stia vicino. Qualsiasi traccia di armi di distruzione di massa sarà eliminato - non solo per adesso ma anche per i regimi successivi - insieme ai mezzi per produrli, un grande aiuto al disarmo in generale. L'Iran ha di gran lunga motivi migliori per raggiungere questo scopo rispetto ai circoli di Bush.

In secondo luogo, ci saranno poche, se anche vi saranno, vittime americane. O vittime israeliane. Attacchi (con missili, NdT) Scud non impediranno la liberazione dell'Iraq da parte del peggior nemico israeliano.

E’ vero, morranno molti Iracheni ed Iraniani. Ma questo non preoccuperà più di tanto. I circoli di Bush - come notato, per la maggior parte Reaganiani riciclati - appoggiavano fortemente Saddam quando attaccava l'Iran, abbastanza ignari dell'enorme costo umano, e allora e sotto il susseguente regime di sanzioni. Saddam probabilmente userà armi chimiche, ma neanche questo preoccuperà più di tanto. L'attuale leadership appoggiava fermamente la "Bestia di Baghdad" quando usava armi chimiche contro l'Iran, durante gli anni di Reagan, e quando usava il gas contro "la sua gente": i Curdi, i quali erano la sua gente nel senso in cui i Cherokees erano la gente di Andrew Jackson (settimo presidente degli Stati Uniti, dal 1828 al 1836, NdT).Gli attuali progettisti di Washington continuarono ad appoggiare la Bestia dopo che aveva commesso i suoi crimini più terribili , anche fornendogli i mezzi per sviluppare armi di distruzione di massa, nucleari e biologiche, fino all'invasione del Kuwait, adempiendo "al nostro dovere di aiutare gli esportatori degli Stati Uniti", come hanno spiegato (John Kelly, Sottosegretario di Stato con la responsabilità del Medioriente, all'inizio del 1990). L'Inghilterra si è unita (agli USA, NdT) con gioia. Bush Sr e Cheney hanno anche effettivamente autorizzato la carneficina degli Sciiti da parte di Saddam nel Marzo del 1991, nell'interesse della "stabilità", come è stato sobriamente spiegato. Hanno ritirato il loro appoggio al suo attacco sui Curdi solo sotto grandi pressioni internazionali ed interne. Quindi sicuramente i costi umani non possono essere una preoccupazione. La Guerra Fredda non aveva attinenza (con l'appoggio Americano a Saddam, NdT); la Russia si è unita ai buoni nell'appoggiare Saddam. Nè è stata la guerra con l'Iran il fattore determinante, come è dimostrato dal loro appoggio continuato a Saddam per molto tempo dopo che la guerra era finita.

In terzo luogo, le Nazioni Unite non saranno un problema. Non sarà necessario spiegare al mondo che le Nazioni Unite sono pertinenti quando seguono gli ordini, altrimenti no. Secondo (quanto detto, NdT) da un alto funzionario dell'amministrazione dopo che il Congresso aveva autorizzato l'uso della forza militare, "non abbiamo bisogno del Consiglio di Sicurezza. Per cui se il Consiglio di Sicurezza vuole rimanere al passo con i tempi, allora dovrà darci un'autorizzazione simile". Se qualcuno obietta alla liberazione dell'Iraq, gli Stati Uniti possono sempre usare il veto per impedirgli di andare avanti.

In quarto luogo, l'Iran ha certamente credenziali di gran lunga migliori per il compito rispetto a Washington. A differenza dell'amministrazione Bush, non ha precedenti di appoggio al feroce Saddam e ai suoi programmi di armi di distruzione di massa. Piuttosto, sono stati le principali vittime dell'attacco iracheno avallato dagli USA e dalla Gran Bretagna (tra gli altri). Può essere obiettato, correttamente, che non possiamo fidarci della leadership iraniana, ma questo è ancora più vero di coloro che hanno continuato ad aiutare Saddam per molto tempo dopo i suoi crimini peggiori. Inoltre, ci risparmieremmo l'imbarazzo di professare una fede cieca nei nostri leaders, nel modo che giustamente deridiamo negli stati totalitari. Non ci sarà bisogno di un tacito appello ad una miracolosa conversione religiosa - di cui non c'è la traccia di una prova, neanche la decenza di riconoscere i crimini del passato. E non dovremmo abbassarci a patrocinare un'invasione perché la leadership a Washington ha la particolare responsabilità di compensare i suoi crimini del passato, per cui non dimostra alcun rimpianto - un argomento che, generalizzato, ha delle conseguenze intriganti.

In quinto luogo, la liberazione sarà accolta con entusiasmo da gran parte della popolazione, molto di più rispetto ad un'invasione americana. La gente festeggerà nelle strade di Basra e Karbala, e potremo unirci ai giornalisti Iraniani nell'acclamare la nobiltà e la giusta causa dei liberatori.

In sesto luogo, l'Iran può dirigersi verso l'istituzione della democrazia, ancora con credenziali non peggiori di quella di Washington, come uno sguardo alla storia rivelerà rapidamente. I contributi di Washington alla democrazia nella regione sono ben noti, e i riformatori Iraniani avranno alcuni vantaggi nel perseguire lo scopo, se non altro perché la maggioranza della popolazione è Sciita, e l'Iran avrebbe meno problemi degli Usa nel garantire loro voce in capitolo in un successivo governo. Per quanto riguarda i Curdi, se chiedono una reale autonomia provocherebbero probabilmente un'invasione Turca. Alla luce del decisivo contributo di Washington alle enormi atrocità contro i Curdi negli anni '90, tra le peggiori di quello spaventoso decennio, gli argomenti in favore di un ruolo degli USA in questa materia sono a dir poco piuttosto deboli.

Non ci sarebbe alcun problema ad ottenere l'accesso al petrolio iracheno, allo stesso modo in cui le compagnie statunitensi potrebbero facilmente sfruttare le risorse energetiche iraniane in questo preciso momento, se Washington lo permettesse

Senza andare oltre, la proposta offre molti vantaggi rispetto a quelle attualmente al vaglio. Qual'è allora il piccolo difetto che guasta il tutto? Ci sono diversi problemi fondamentali.

In primis, gli Stati Uniti non sarebbero in grado di usare la "stupenda risorsa di potere strategico" come leva per il dominio mondiale, e dovrebbero condividere con altri il grandioso "premio materiale", più di quello che Washington non vorrebbe. In secondo luogo, "la classica strategia moderna di un'oligarchia conservatrice in pericolo" fallirebbe. I problemi interni dell'amministrazione Bush rimarrebbero irresoluti: la popolazione sarebbe libera dalla paura e potrebbe prestare attenzione a cosa viene loro fatto. E infine, i piani per il "dominio unilaterale del mondo" subirebbero un brutto colpo.

Come fa notare correttamente Lieven, i "nazionalisti radicali" a Washington hanno legami molto stretti con gli ultra-conservatori israeliani. Negli anni '90, addirittura, Richard Perle e Douglas Feith scrivevano documenti programmatici per Benjamin Natanyahu, il quale va oltre Ariel Sharon nell'estrema destra. La stampa israeliana, di solito attendibile, riporta i loro legami e i loro piani da qualche tempo. Questi includono piani di vasta portata per ricostruire il Medioriente lungo frontiere somiglianti all'antico Impero Ottomano, ma adesso con a capo gli USA e la sua base militare all'estero, l'Israele, cooperanti con la Turchia: quello che la stampa egiziana ha descritto come "l'asse del male" USA-Israele-Turchia. Secondo alcuni piani riportati, una monarchia Hascemita potrebbe estendersi dalla Giordania a parti dell'Iraq e dell'Arabia Saudita, e i Palestinesi potrebbero essere successivamente trasferiti altrove, forse in Giordania. La guerra contro l'Iraq potrebbe essere già in corso. Buona parte delle forze aeree israeliane sono di stanza in Turchia, ed è stato riferito che volano lungo il confine iraniano da basi americane situate in zona. Si stanno ideando piani per la spartizione dell’Iran, forse si stanno (già,NdT) attuando, secondo fonti specialistiche americane. Lieven ed altri indicano che i nazionalisti radicali hanno piani simili che si estendono fino alla Cina, e potrebbero continuare per decenni “fino a quando un miscuglio di terrorismo e di insostenibili costi sociali, politici ed economici della dominazione economica USA manderanno all’aria l’attuale ordine mondiale”.

Non è solo la maggior parte del mondo che li vede come una minaccia. Lo stesso si può dire di analisti strategici altamente stimati e di esperti del Medioriente qui (in America, NdT), come Anthony Cordesman, che è quanto di più integralista si possa trovare nei settori sani di mente. Secondo il più importante corrispondente diplomatico israeliano, Akiva Eldar, Cordesman ha avvertito che Washington dovrebbe “mettere in chiaro che il suo impegno verso Israele non comporta un impegno verso i suoi strateghi da tavolino più sciocchi e i suoi estremisti più irresponsabili”, facendo riferimento, neanche tanto indirettamente, a Perle e Feith, che sono vicini ai centri di potere a Washington.

Ehud Sprintzak, il rispettato analista strategico, ritornando in Israele da incontri con personaggi di alto livello al Pentagono, ha riferito che “stiamo parlando di un gruppo rivoluzionario, con un approccio totalmente diverso nei confronti del mondo arabo e delle minacce da lì provenienti. Si potrebbe riassumere il loro approccio in una frase: credono che il mondo Arabo sia un mondo di ritardati che capiscono solo il linguaggio della forza”. Questa è un’affermazione insufficiente, come ha dimostrato la recente reazione alla piccola disobbedienza della Germania.

La modesta proposta di una liberazione Iraniana è in effetti pazzesca, ma non senza merito. E’ di gran lunga la più ragionevole delle proposte attualmente messe in atto, per essere più precisi, sarebbe più ragionevole se gli obiettivi dichiarati avessero qualche attinenza con i veri obiettivi. Per quanto riguarda i veri moventi, l’alternativa esaminata all’inizio ha un’incredibile plausibilità.

3.12.2002

ZNet New York Times

* Ebreo americano di origine russa, Chomsky nacque a Filadelfia il 7 dicembre 1928. Il padre William scappò dalla Russia nel 1913 per evitare di venire arruolato nell'esercito zarista. Fu proprio William Chomsky, studioso di ebraismo e linguaggio ebraico, ad influenzare il figlio nei suoi studi. Ma più influente, nello sviluppo di Noam come pensatore e come attivista, fu forse la madre, Elsie Simonofsky. La sensibilità politica della madre lo motivò, fin dalla giovane età, ad interessarsi a quell'area che comprende la società e la politica. E l'intera famiglia Chomsky fu inoltre sempre attivamente coinvolta nell'attività culturale ebrea. Noam e il fratello David furono quindi profondamente marcati da una eccezionale vita familiare.

Nel 1945 Noam cominciò a studiare all'Università di Pennsylvania (filosofia, matematica). Sebbene entusiasta del suo percorso di studi, si scoraggiò presto, perché scoprì che le strutture istituzionali che egli aveva così detestato alle scuole superiori erano largamente replicate all'università. Costernato dalla sua esperienza di studente, egli rifletté sulla possibilità di lasciare il college per recarsi in Palestina, forse in un Kibbutz, per contribuire allo sviluppo di una comunità arabo-israelitica all'interno di una struttura socialista. Chomsky era contrario all'idea uno stato ebraico in Palestina. Una creazione di questo tipo avrebbe comportato la necessità di dividere il territorio e marginalizzare, sulla base della religione, una significante porzione della sua popolazione oppressa e povera; egli era più propenso ad unire le popolazioni sulla base dei principi socialisti. Tra i vari movimenti sociali presenti in Palestina, uno che lo interessò molto fu il movimento di lavoro cooperativo. L'approccio che i suoi aderenti presero per organizzare la società, che impiegava numerosi Kibbutzim, recava importanti similitudini col modello catalano come descritto da G. Orwell in "Omaggio alla Catalogna". Così, le prime tendenze di Chomsky erano in linea con gli impulsi cooperativi e libertari piuttosto che con le visioni staliniste o trotskyste, che erano comunque molto popolari tra i gruppi della gioventù sionista.

Chomsky però, nel 1947, incontrò Zellig Harris, un carismatico professore che condivideva molti dei suoi interessi e che avrebbe avuto una profonda influenza sulla sua vita. A causa di quest'incontro Chomsky rinunciò a partire per la Palestina e prolungò i suoi studi all'università. Sempre nel 1947 incontrò Carol Doris Schatz, sua futura moglie.

Si specializzò in linguistica. Si laureò nel 1955 ed iniziò ad insegnare al MIT, il Massachussets Institute of Tecnology, la fabbrica dei Nobel scientifici degli States. Dal 1966 è titolare, presso il MIT, della cattedra di lingue moderne e linguistica.

Chomsky è il fondatore e il caposcuola del generativismo, un'interpretazione della linguistica che intende spiegare le leggi che governano il prodursi del linguaggio e che si oppone alla linguistica strutturalista funzionalista. L'obiettivo di questa teoria è sviluppare una grammatica in grado di generare frasi, come il parlante di un linguaggio è in grado di produrre un numero virtualmente infinito di frasi usando il numero finito di parole e il numero finito di regole grammaticali di sua conoscenza.

In questo contesto emergono quelle istituzioni e quegli individui che hanno in vario modo formato il pensiero di Chomsky e il suo approccio alla produzione linguistica e sociale. In primo luogo, la maggior parte della filosofia di base e le tendenze che hanno informato il lavoro di Chomsky furono poste nel 1961, quando egli era appena trentatreenne. Secondo, fu in questo frangente che Chomsky raggiunse la statura di intellettuale affermato e divenne un professore di ruolo al MIT. Produzioni relative al ruolo dell'accademia, e le relazioni tra l'accademia e il contesto sociale, cominciarono ora ad avere una più grande importanza per lui. Terzo, in questo periodo Chomsky entrò nel pubblico dibattito concernente la politica estera degli Stati Uniti, e facendo questo assunse il ruolo di osservatore e denunciatore dei casi di corruzione. Chomsky era a questo punto preparato per mettere la sua conoscenza nel campo dell'avanzamento sociale.

Chomsky ha, nel corso degli anni, inseguito il suo primo interesse: il ruolo dell'accademia e la funzione dell'università nella società contemporanea. È stato veloce a notare il grado di collusione fra intellettuali e politiche dello stato, anche quando queste politiche sono chiaramente oppressive, violente o illegali. Egli assicura che c'è un deliberato tentativo da parte degli intellettuali e dei rappresentanti del governo (e dei giornalisti, sebbene in modi differenti) di mascherare i fatti semplici con un linguaggio ottuso, in modo da tenere la 'folla' fuori gioco. Questo deliberato oscurantismo dei fatti è, nella sua visione, tipica del periodo cosiddetto post-moderno, e sintomatico di un problema molto più grande che concerne il controllo sociale. Parallelamente al suo prioritario approccio alle istituzioni scolastiche, c'è un rifiuto in Chomsky (virtualmente per le stesse ragioni) del socialismo autoritario, dei governanti illuminati, e di altri organi che tentano di dettare alla gente ciò che essa dovrebbe considerare come il proprio interesse.

Dall'inizio degli anni '60 Chomsky è impegnato in un numero imprecisato di dibattiti roventi, affrontando gruppi pro-Israele, gruppi anti-comunisti, gruppi pro-guerra fredda, suscitando violente reazioni. Come conseguenza egli ha dovuto prendere delle precauzioni, inclusa la protezione della polizia in borghese. In prima fila nelle lotte della sinistra radicale americana, è da sempre impegnato nell'analisi e nella contestazione del colonialismo americano (culturale e non solo) e nella critica del sistema mediatico e del suo impatto sulla società.

Libri:

"Il potere dei media" - Vallecchi editore - 1994 - L. 16.000
"Il club dei ricchi; interviste ed interventi sul mondo unipolare e lo svuotamento delle istituzioni democratiche" a cura di David Barsamian - Gamberetti Editrice - 1995 - L. 15.000
"I cortili dello Zio Sam; gli obiettivi della politica estera americana dal Vecchio al Nuovo Ordine Mondiale" a cura di David Barsamian - Gamberetti Editrice - 1996 - L. 15.000
"Anno 501, la conquista continua; L'epopea dell'imperialismo dal genocidio coloniale ai giorni nostri" prefazione di Lucio Manisco - Gamberetti Editrice - 1993 - L. 32.000
"Il potere; natura umana e ordine sociale" - Editori Riuniti - 1997 - L. 28.000
"Alla corte di Re Artù; il mito Kennedy" - eleuthera - 1994 - L. 28.000
"La quinta libertà" - elèuthera - 1987 - L. 22.000
"La fabbrica del consenso" (con Edward S. Herman) - Marco Tropea Editore - 1998 - L. 46.000
"La società globale; educazione, mercato, democrazia" (con Heinz Dieterich) - La Piccola editrice - 1997 - L. 23.000
"Sulla nostra pelle; mercato globale o movimento globale?" - Marco Tropea Editore - 1999 - L. 28.000
"Atti di aggressione e di controllo" - Marco Tropea Editore

Link:

http://www.tmcrew.org/archiviochomsky/index.html
Archivio Chomsky su Tactical Media Crew (in italiano)

http://www.zmag.org/chomsky/index.cfm
Archivio Chomsky su ZNet (molto completo, in inglese)

http://mitpress2.mit.edu/e-books/chomsky/
Vita e opere di Chomsky

http://dwardmac.pitzer.edu/Anarchist_Archives/chomsky/Chomskyarchive.html
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