DISSENNATO, IMMORALE, ILLEGALE
Le Chiese degli Usa e della Gran Bretagna contro l'attacco all'Iraq
'Il governo iracheno ha certo il dovere di cessare la repressione all'interno del Paese, di finirla con le minacce alla pace, di abbandonare la corsa alle armi di distruzione di massa, di rispettare il ruolo delle Nazioni Unite. Ma anche Stati Uniti e Gran Bretagna, che stanno propagandando a gran voce la guerra contro l'Iraq, sono chiamati ad agire secondo principi morali, saggezza politica e conformità al diritto internazionale. Cioè senza ricorrere all'azione militare.'
È questo l'appello che ha lanciato un nutrito gruppo di leader religiosi degli Stati Uniti e del Regno Unito, e che si unisce ai molti altri che in questi giorni chiedono che il governo Usa desista dall'intenzione di dichiarare guerra all'Iraq.
Tra i 42 firmatari statunitensi spiccano i nomi del presidente della Conferenza dei superiori maggiori Canice Connors, di mons. Joseph A. Fiorenza, ex presidente della Conferenza episcopale Usa, del presidente di Pax Christi Usa mons. Walter F. Sullivan e di Mary Ann Zollmann, presidente della Leadership Conference of Women Religious, oltre a quelli di responsabili delle Chiese metodiste, protestanti, battiste, dei Quaccheri e di altre denominazioni cristiane.
27 i leader religiosi inglesi che hanno promosso l'iniziativa, tra i quali diversi vescovi della Chiesa anglicana e il segretario generale di Pax Christi UK Pat Gaffney.
Di seguito il testo dell'appello."Un popolo non alzerà la spada contro un altro popolo, e non si eserciteranno più nell'arte la guerra" (Is 2,4).
Poiché gli appelli all'azione militare contro l'Iraq da parte dei nostri due governi continuano, nonostante la nuova apertura di Saddam ad ispezioni Onu sulle armi, ci sentiamo spinti dalla visione profetica di pace a pronunciare una parola per mettere in guardia i nostri governi e i nostri popoli. Siamo rappresentanti di tradizioni diverse nell'ambito delle comunità cristiane, dalle tradizioni della guerra giusta alla tradizione pacifista.
Come leader di queste comunità negli Stati Uniti e nel Regno Unito, siamo convinti che una guerra preventiva contro l'Iraq, particolarmente nell'attuale situazione, non possa essere giustificata. Ciononostante riteniamo che l'Iraq debba essere disarmato delle armi di distruzione di massa, e che debbano essere accuratamente perseguiti percorsi alternativi alla guerra.
Che non ci siano ambiguità: consideriamo Saddam Hussein e il suo regime in Iraq come una reale minaccia per il suo popolo, per i Paesi confinanti, e per il mondo. L'utilizzo da parte sua, già in passato, di armi di distruzione di massa, e il continuo sviluppo impresso ad esse, è di grande preoccupazione per noi.
La questione è come rispondere a questa minaccia. Crediamo che il governo iracheno abbia il dovere di fermare la sua repressione interna, di porre fine alle minacce alla pace, di abbandonare i suoi sforzi nel moltiplicare armi micidiali, e di rispettare il legittimo ruolo delle Nazioni Unite nel controllare che ciò venga eseguito. Ma le nostre nazioni e la comunità internazionale devono perseguire questi fini in modo coerente, con principi morali, saggezza politica, e in conformità al diritto internazionale. Come cristiani, cerchiamo di essere guidati dalla visione di un mondo in cui le nazioni non tentano di risolvere i problemi internazionali facendo la guerra ad altre nazioni. È un antico principio cristiano per il quale tutti i governi e i cittadini devono adoperarsi, al fine di evitare la guerra.
Perciò sollecitiamo i nostri governi, specialmente il presidente Bush e il primo ministro Blair, a mettere in opera mezzi alternativi per disarmare l'Iraq delle sue armi più distruttive. La cooperazione diplomatica con le Nazioni Unite nel rinnovare ispezioni sulle armi rigorosamente efficaci e ad ampio raggio, legate ad una graduale eliminazione delle sanzioni, può portare al disarmo dell'Iraq senza i rischi e i costi dell'attacco militare.
Non crediamo al fatto che la guerra preventiva contro l'Iraq sia l'ultima risorsa, che possa efficacemente preservare dalle uccisioni di civili, che possa essere dichiarata con la dovuta autorità internazionale e che possa prevedibilmente sfociare in un risultato proporzionato ai costi. E non è chiaro se la minaccia di Saddam Hussein non possa essere contenuta in altri modi meno costosi. Un attacco all'Iraq potrebbe costituire un precedente per una guerra preventiva, destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e dar fuoco alle polveri del terrorismo. Noi, perciò, crediamo che la guerra contro l'Iraq non possa essere giustificata con il principio della "guerra giusta", e che sarebbe illegale, dissennata e immorale.Illegale
Sia che ci opponiamo alla guerra, sia che l'accettiamo con riluttanza solo come ultima risorsa, il governo Usa non ha presentato un'adeguata giustificazione ad essa. L'Iraq non ha attaccato né direttamente minacciato gli Stati Uniti, né è evidente che le sue armi di distruzione di massa pongano una minaccia urgente ai Paesi confinanti o al mondo. Non è una conseguenza credibile degli attacchi dell'11 settembre. In base al diritto internazionale, tra cui la Carta delle Nazioni Unite, l'unica circostanza per la quale i singoli Stati possono invocare l'autorità di dichiarare guerra è la difesa da un attacco armato. Nella dottrina cristiana della guerra giusta, ci sono condizioni rigorose anche per un atto di legittima difesa. La guerra preventiva da parte di uno Stato contro un altro non è permessa né dalla legge né dalla dottrina.
Se gli Stati Uniti dessero il via ad un'azione militare contro l'Iraq senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, creerebbero un pericoloso precedente che potrebbe minare le fondamenta della sicurezza internazionale. E nell'ambito dei nostri governi nazionali, il Congresso degli Stati Uniti e il Parlamento inglese devono veder rispettato il ruolo che ad essi compete nell'autorizzare qualsiasi azione militare contemplata.Dissennato
Le potenziali conseguenze sociali e diplomatiche di una guerra contro l'Iraq la rendono politicamente dissennata. Gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero agire completamente isolati. Molte nazioni, tra cui i nostri alleati europei e gran parte del mondo arabo, si oppongono con forza a questa guerra. Iniziare una pesante guerra in un'area del mondo già gravemente sconvolta potrebbe destabilizzare i governi e aumentare l'estremismo politico nel Medio Oriente e oltre. Butterebbe benzina sul fuoco della violenza che già sta consumando la regione. Esacerberebbe l'odio antiamericano e produrrebbe nuove reclute per gli attacchi terroristici contro Stati Uniti e Israele.
Una guerra unilaterale minerebbe anche la continua cooperazione politica necessaria per la campagna internazionale volta a isolare le reti terroristiche. Gli Stati Uniti potrebbero anche vincere la battaglia contro l'Iraq e perdere la campagna contro il terrorismo. La conseguenza potenzialmente pericolosa e assai caotica di una guerra contro l'Iraq richiederebbe anni di occupazione, investimenti ed un alto tasso di cooperazione internazionale, nessuna delle quali è ancora stato adeguatamente pianificata o almeno presa in considerazione. Il popolo iracheno stesso ha un ruolo importante nel creare una resistenza nonviolenta all'interno del Paese con l'appoggio internazionale.Immorale
Siamo particolarmente preoccupati per i costi umani della guerra. Se la strategia militare comprende attacchi aerei di massa e guerriglia urbana nelle strade di Baghdad, decine di migliaia di civili innocenti potrebbero perdere la vita. Questo da solo rende un attacco militare inaccettabile moralmente. Inoltre, il popolo iracheno continua a soffrire gravemente gli effetti della Guerra del Golfo, il decennio di sanzioni che ne è derivato, e la trascuratezza e l'oppressione di un dittatore brutale. Invece di infliggere ulteriore sofferenza ad essi con una guerra costosa, dovremmo assisterlo nella ricostruzione del suo Paese e nell'alleviare le sue sofferenze. Riconosciamo anche che in ogni conflitto gli incidenti tra forze che attaccano possono essere molto numerosi. Questa potenziale sofferenza delle nostra società deve condurre ad una prudente cautela.
Riaffermiamo la nostra speranza religiosa in un mondo in cui "un popolo non alzerà la spada contro un altro". Preghiamo affinché i nostri governi siano guidati da principi morali, dalla saggezza politica e dagli standard di legalità e desistano dai loro propositi di guerra.Washington - Ottobre 2002