Sul fallimento di Cancun

23.9.2003

Marco Magni

"I paesi poveri hanno tenuto testa ai più potenti negoziatori del mondo…"

Bisogna essere amareggiati o felici del fallimento del vertice del Wto di Cancun?
Posta così, la domanda coglie solo la superficie della questione, conduce su un falso bersaglio. Molto più importante è la sostanza del conflitto che si è prodotto nei giorni del vertice, dentro le stanze della Word Trade Organization.
Sì, effettivamente, per la prima volta, nella storia dei vertici sul commercio mondiale, il principale elemento di novità è ciò che è accaduto nelle stanze del negoziato, non gli avvenimenti della piazza. Sul tema dei sussidi all'agricoltura si sono scontrati il blocco del mondo ricco con la coalizione composta dai più importanti governi del mondo povero. Siamo abituati a vedere, nel mondo unipolare del dopo '89, conflitti tra le moltitudini e l'ordine costituito, stabilito nei centri di comando politico ed economico mondiale, e messo in esecuzione dagli stessi governi del Sud del mondo, attraverso le politiche di privatizzazione e la repressione sociale. Nei giorni di Cancun, invece, i governi di Brasile, India, Cina, che guidavano il blocco del G22, hanno contestato l'intesa tra Unione Europea e Stati Uniti per la conservazione del sistema dei sussidi agricoli, che sovvenziona con 300 miliardi di dollari annui l'agricoltura del mondo ricco, alterando i meccanismi della concorrenza nel commercio internazionale.
Il fronte del Sud del mondo è stato così compatto, a Cancun, da far dire al commentatore di The Guardian, George Monbiot, che "i paesi poveri hanno tenuto testa ai più potenti negoziatori del mondo e non sono stati sconfitti". Occorre forse concludere che è nata una coalizione istituzionale simile all'esperienza dei non allineati dei '50 e '60, una rappresentanza unitaria delle rivendicazioni del Sud del mondo? Dire questo significa correre un po' troppo, e, soprattutto, scavalcare in cuore della questione esplosa a Cancun. Il problema è che il liberismo globale è autocontraddittorio anche dal punto di vista logico, non solo per le diseguaglianze e gli squilibri sociali che produce. L'inapplicabilità allo spazio mondiale del liberismo economico è già stata verificata con l'avvento della guerra infinita. Ora sappiamo che dietro termini come "liberismo" e "liberalizzazione" si nascondono cose talmente diverse da annullare il significato delle parole.

Esiste ancora il liberismo?
I due blocchi che si confrontavano a Cancun - l'Occidente e i governi del Sud - hanno parlato entrambi in nome dei principi costituenti del WTO, che sanciscono la progressiva e continua abolizione delle barriere agli scambi del commercio internazionale. A Cancun, i paesi del Sud del mondo contestavano le posizioni dei governi del centro dell'economia mondiale, in nome della necessità di applicare coerentemente il liberismo al mercato mondiale dei prodotti agricoli. I sussidi alla produzione e alle esportazioni agricole, infatti, sottoforma di rimborsi e crediti, consentono ad americani ed europei di vendere sottocosto, con il duplice effetto negativo di interdire il mercato del mondo ricco a paesi capaci di produrre a costi inferiori, e di permettere l'invasione dei mercati del Sud del mondo impoverendo i produttori locali. E' la cosiddetta pratica del "dumping", contro cui il presidente del sindacato dei contadini coreani ha lanciato la sua sfida estrema, togliendosi la vita. Ricordiamo che metà degli anni '90, a causa del dumping della soia americana, in India si sono contati 600 suicidi di contadini.
Dal punto di vista degli argomenti, la posizione del G22 si è dimostrata capace di produrre egemonia. Infatti, era tale da mettere in contraddizione i potenti con loro stessi. Ad esempio, i paesi africani che vivono del cotone non hanno chiesto barriere doganali che proteggessero i loro mercati interni, bensì ll'eliminazione delle sovvenzioni al cotone della Virginia, che consentono agli Usa una concorrenza sleale con il cotone africano. A Cancun, la posizione del Sud ha fatto perno sul fatto che negli ultimi decenni il liberismo è stato unilaterale, ossia stabilito al centro dell'economia mondiale e applicato solo ai mercati degli altri, non ai propri.
Il portavoce dei forti, a Cancun, è stato Pascal Lamy, capo negoziatore dell'Unione Europea presso iil WTO. Quest'uomo (dal passato socialista!) che teoricamente rappresenterebbe tutti gli europei, ha chiesto, in cambio della riduzione dei sussidi l'approvazione di un "trattato sull'investimento", che faceva tornare alla memoria il famigerato MAI (trattato multilaterale sugli investimenti). Questo, già abortito nel '98, avrebbe consentito alle multinazionali di abrogare le leggi che ostacolano i profitti. La richiesta di uno scambio tra abolizione dei sussidi agricoli al Nord e apertura del Sud agli investimenti industriali e finanziari era solo un modo per spostare l'attenzione su un altro terreno, nel quale l'Occidente potesse utilizzare gli argomenti dell'ideologia liberista che gli erano negati in materia di agricoltura. Possiamo dire che, anche a Cancun, c'è stata l'ennesima applicazione delle tattiche di depistaggio e disinformazione oramai usuali nella politica mondiale. Il fallimento era, a questo punto, cosa del tutto scontata.
Entrambe le posizioni in conflitto erano formulate in nome del liberismo economico. Ma si trattava di cose talmente diverse da farci domandare se, in realtà, esista ancora una dottrina chiamata liberismo economico. Se i paesi del Sud ne innalzano la bandiera, è perché stanno difendendo le ragioni del proprio sviluppo, non la libertà dei commerci. Quando lo sbandiera l'Occidente, in realtà sta parlando del diritto di fare la guerra al resto del mondo. L'economia di guerra rappresenta una risposta al tramonto del liberismo, perlomeno della sua versione clintoniana anni '90, che puntava al raggiungimento della stabilità e della crescita attraverso l'incessante globalizzazione dei mercati. La risposta data alle richieste del Sud da Pascal Lamy è stata una risposta di guerra. Infatti, se identificare le ragioni della popolazione mondiale con il blocco dei 22 paesi del Sud è un grave errore di prospettiva, l'aumento delle opportunità di sviluppo dell'agricoltura dei paesi poveri è senza dubbio una delle condizioni necessarie di una politica mondiale rivolta alla pace e non alla guerra.

Cancun e le ragioni di un'altra Europa
In paesi come l'India o il Brasile la percentuale di popolazione attiva occupata in agricoltura è,
rispettivamente, del 70% e del 40%. In Europa e Stati Uniti oscilla tra il 2,5 e il 3%. Giustamente, si è detto che per una parte si trattava semplicemente della difesa di una lobby, per l'altra - il Sud - della possibilità dell'accesso a diritti elementari. Senza dubbio, la richiesta dell'apertura dei mercati occidentali ai prodotti del Sud vede in prima linea l'interesse dei contadini ricchi del Sud, capaci di affrontare i mercati esteri. Ma è fondamentale anche per i contadini poveri, che producono solo per il mercato interno, se la si vede come rivendicazione della fine della pratica del "dumping" nelle esportazioni agricole.
Credo che abbiamo una ragione in più, dopo Cancun, per ribellarci all'Europa di Maastricht e della BCE. Le origini della Comunità Europea, negli anni '50 e '60, sono fortemente legate alla formazione delle politiche delle quote di produzione e dei sussidi all'agricoltura. All'epoca si trattava di un rimedio alla modernizzazione tecnica, che generava enormi eccedenze e lasciava esposti i contadini di fronte continuo pericolo del crollo dei prezzi. Nel tempo, la politica agricola europea è divenuta lo zoccolo duro dell'invasione del marchio Nestlé nei cinque continenti, ed una importante ragione della miseria di miliardi di esseri umani. Il punto è che i sussidi agricoli sono un aiuto agli agricoltori, ma, contemporaneamente, anche un finanziamento per l'acquisto a basso prezzo di materie prime e prodotti alle multinazionali agroalimentari ed ai supermercati. Il prezzo pagato al produttore è sempre basso, ma solo perché gran parte dei costi effettivi sono a carico della collettività, che finanzia i sussidi attraverso il fisco.

E' evidente che la drastica abolizione dei sussidi determinerebbe un impatto sociale anche sui contadini europei. Ma anche l'arrivo dei migranti ha un impatto sociale. Tuttavia, le ragioni a sostegno della libertà di attraversare le frontiere oltrepassano qualsiasi considerazione rispetto ai costi che, nell'immediato, una società deve sostenere per far fronte all'accoglienza dei migranti.
La vicenda di Cancun fa riflettere su quanto sia vero che, in Occidente, un po' tutti sono coinvolti nei meccanismi che producono la miseria della maggioranza della popolazione mondiale. Il caso dei sussidi (ricordo, 300 miliardi di dollari annui per Usa ed Europa insieme) può essere interpretato come un patto che garantisce allo stesso tempo le aziende agricole che vi hanno accesso, le multinazionali e i consumatori occidentali. I sussidi finanziano contemporaneamente i prezzi al produttore, i profitti del supermercato, e la borsa della spesa.
Le conseguenze micidiali del tutto sono scaricate all'esterno, sull'economia del Sud del mondo. Allo stesso tempo, questa vicenda fa riflettere su quali siano i limiti di una opposizione al sistema fondata esclusivamente sul "no-logo", ossia sui boicottaggi e i consumi alternativi. Infatti, il meccanismo dei sussidi non può essere smascherato facendo leva sulla responsabilità dei singoli marchi multinazionali. Né può essere messo in crisi dalle scelte dei consumatori. Si può incominciare a combatterlo solo assumendo delle posizioni nette sul proprio modello di sviluppo, e sulle conseguenze che provoca.
Dicendo, ad esempio, che l'Europa dovrebbe rinunciare definitivamente ad esportare cibo, e dovrebbe riconvertire la propria agricoltura di conseguenza.