Cosa ha detto la stampa sul CPT di Lamezia Terme


Liberazione - 30.11.2002
Il Quotidiano - 01.12.2002
Il Quotidiano - 01.12.2002
Liberazione - 24.06.2003
Il Quotidiano - 24.06.2003
Carta N° 24 - 3-07-2003
Il Quotidiano - 17.08.2003
Liberazione - 17.08.2003
Carta N° 41 - 13-09 - 2003
Il Quotidiano - 26.09.2003
Il Domani - 27.09.2003
Liberazione 28.09. 2003
Peacelink (http://italy.peacelink.org/finestrasud/articles/art_2913.html) 21
Nigrizia.it (http://www.nigrizia.it/doc.asp?ID=6193) 23


Liberazione - 30.11.2002
Voci dal Cpt di Lamezia Terme. Rinchiusi perché senza un pezzo di carta in mano
Una babele di disperazione


Entri e ti ritrovi circondato. Uomini che vogliono parlare, che urlano, voci e storie che si sovrappongono, si mischiano. Non sai a chi dare retta, ti arriva in faccia l'urgenza di raccontare a qualcuno, qualcuno venuto da fuori.
Lamezia Terme: si esce dalla città e ci si inerpica per una strada di campagna. Gli ulivi sono carichi, il verde intenso fa precipitare in uno strano sènso di inquietudine. Un gabbiotto con dei poliziotti armati. Ci aspettavano. La sbarra pesante lentamente si alza, l'edificio è di fronte, nascosto da alte cancellate. "Malgrado Tutto" uno dei tanti Cpt: 74 persone recluse. Il vice prefetto ci consegna una busta con i dati che illustrano il funzionamento del centro. Ci accompagna mentre si apre il cancello che da sul cortile. È una donna. Sembra imbarazzata per quello che sentiamo. Qualcuno gioca a pallone, qualcuno ciondola per il cortile interno con l'aria assente, ma la maggior parte è davanti a urlare la propria rabbia e il proprio sconforto, il disprezzo verso l'ingiustizia delle istituzioni e il terrore del presente e del futuro. Un collage di voci: lui è alto e parla un italiano fluente. È aggressivo, consapevole di aver ragione da vendere: "Sono stato in prigione. Ho pagato il conto con la giustizia. Ho sbagliato ma perché debbo pagare ancora? Siete voi che avete fatto questa legge".
Della delegazione che è entrata nel centro fanno parte anche due deputati che ascoltano e reagiscono. Un altro dei reclusi è preoccupato per la propria dignità: "Passeranno sessanta giorni senza fare nulla e poi verrò rispedito a casa, dove arriverò conciato come un barbone. Non voglio che mia madre mi veda così! Fate qualcosa!". "Parlate con lui! Parlate con lui". Insiste il ragazzo alto e incazzato.
Quel lui è un ragazzo timido del Bangladesh, ha un orecchio dolorante e gonfio: "Lavoravo nei campi. Sono arrivato in Italia che ero minorenne, tre anni fa.
Ha cominciato a farmi male l'orecchio e sono andato a un pronto soccorso per farmi curare. Mi avevano detto che non mi sarebbe successo niente. Invece mi hanno subito portato in questura e trasferito qui. Io non ho fatto niente. Avevo chiesto al mio padrone di mettermi in regola ma non ha voluto. Gli ho fatto causa. Sapevo che se lo facevo il mio permesso di soggiorno sarebbe stato rinnovato. Cosa posso fare ora?". "In galera stavo meglio - riprende un altro - qui i miei diritti non valgono nulla";
Ha un braccio gonfio che porta i segni evidenti di una ustione non curata, fatica a muoverlo.
"Ho chiesto di essere portato in ospedale. Mi hanno disinfettato ma mi tengono qui e il braccio mi fa male. Forse era meglio restare in Polonia".
Le urla aumentano quando si avvicina un altro finora rimasto in disparte. Dice di essersi fatto male con un cacciavite. Ha l'occhio destro gonfio e tumefatto, prende antidolorifici. Una bustina dal contenuto ignoto e una pomata. Un altro non può camminare per una ferita alla gamba piuttosto estesa. "Qui si litiga spesso. In queste condizioni basta un nulla per arrivare alla rissa. I poliziotti ci lasciano fare, non intervengono perché hanno paura, ma chi è più debole ci rimette". Più che rabbia ha uno sguardo che trasmette rassegnazione, vuoto, impotenza. Mai come un altro che cammina lungo il cortile a passi lenti e deboli. E' magrissimo e debole. Ci spiegano che non mangia, che è bulgaro, parla solo bulgaro e nessuno lo capisce. Sembra che neanche si accorga della nostra presenza. Arriva un tunisino. La sua storia è esemplare: "Sono in Italia da 15 anni. Ho dato l'anima e sono stato sfruttato da tanti padroni. Dopo tanti lavori e contributi versati mi è scaduto il permesso, nessuno mi ha assunto regolarmente e adesso sono qui dentro. Almeno mi rimandassero a casa". Il ragazzo del Bangladesh ha altro da dire. "Sono venuto in Italia perché voglio star meglio. Il mio paese è il più povero del mondo, il vostro uno dei più ricchi. Perché io non posso stare da voi? Quando sono arrivato in Italia ero allegro e contento, pensavo alla vita e al futuro, adesso sto andando indietro. Mi sento bloccato anche nella testa, mi sento anormale. In Bangladesh studiavo ma sono venuto per sostenere la mia famiglia e se torno a casa la mia famiglia muore di fame con me".
E le voci tornano a sovrapporsi: c'è chi chiede sigarette, chi si lamenta per le porte distrutte che privano anche della minima intimità, per le sole due docce funzionanti, per l'impossibilità a telefonare ai propri cari. Qualcuno alza la voce "finisce che bruciamo tutto". "Sono bosniaco, ho tre figli con un italiana ma questo non vale nulla. Vorrei rivedere i miei figli". È indagato perché gestiva un bar con un videopoker ma siccome il reato non è abbastanza grave da mandarlo in galera è rinchiuso nel centro mentre l'inchiesta prosegue. Alla faccia della presunzione di innocenza. Basta provare a metterle insieme queste voci e queste storie, senza confondere volti e corpi ma cercando una sintesi. Tunisia, Marocco, Bangladesh, Romania e Polonia, Senegal e Bosnia. Un caleidoscopio che invece di meravigliare, spara in faccia senza mediazioni, la realtà del mondo circostante. Vivono in un inferno di indeterminazione. Potrebbero forse essere trattati meglio ma questo non cancellerebbe affatto la loro condizione di primaria. Spaccano tutto? Chi di noi non farebbe altrettanto? Chi di noi accetterebbe passivamente di veder la propria vita rinchiusa solo perché non si è in possesso di un maledettissimo pezzo di carta? A scuola si rompono i banchi per molto meno, allo stadio ci si accoltella per un rigore negato, sulla strada per un sorpasso azzardato. Può darsi che qualcuno di loro non dica tutta la verità, che non sia un santo, ma perché debbono essere tutti dei dannati?
Stefano Galieni

Il Quotidiano - 01.12.2002
Il parlamentare di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, ha visitato il Cpt di Lamezia Terme
"Vi racconto cosa ho visto nelle prigioni mascherate"


COSENZA - 2403 persone immesse, 776 accompagnate alle frontiere, 1419 non identificate e dimesse con l'intimazione di lasciare il Paese entro 15 giorni, 74 non identificate e dimesse con l'intimazione di lasciare il Paese entro 5 giorni, 106 allontanatisi arbitrariamente. Questi i numeri forniti da Questura e Prefettura sul Centro di Permanenza Temporanea di Lamezia Terme, calcolati dal dicembre '99 al 21 ottobre 2002. Attualmente si trovano nella struttura 74 persone, di cui 24 ex detenuti. La capienza massima è di 80 posti. Sono stati notificati 10 casi di autolesionismo. In vista del corteo nazionale di Torino per la chiusura dei Cpt, delegazioni di parlamentari italiani hanno visitato le "carceri etniche" presenti su tutto il territorio nazionale, il parlamentare di Rifondazione Comunista, Giovanni Russo Spena è stato a Lamezia Terme, sabato scorso. E' la prima volta che una delegazione parlamentare varca la soglia di quel "non luogo".
In che condizioni ha trovato il Cpt di Lamezia Terme?
"Il Cpt di Lamezia Terme si presenta con le tipiche inferriate, e dietro si vedono i volti di uomini e donne schiacciati contro le sbarre, quasi fossero animali in gabbia, o allo zoo. Dal punto di vista della struttura, abbiamo ravvisato un problema igienico-sanitario, nonché un principio di infezione: un paio di detenuti erano ammalati, in condizioni pietose, e aspettavano da tempo il ricovero in ospedale. Per il mantenimento, la convenzione di Lamezia Terme con la Croce Rossa, prevede 90 mila delle vecchie lire al giorno per ogni detenuto".
Qualcuno definisce "anomalo" il Cpt di Lamezia. Perché?
"Il Cpt di. Lamezia è un centro particolare, perché l'80% dei detenuti ha già alle spalle un periodo di carcerazione. Dunque queste persone non capiscono il perché di una ulteriore detenzione di 60 giorni, dopo che hanno espiato già la loro pena. Questa è la specificità, dal punto di vista giuridico, del Cpt di Lamezia. Per il resto Lamezia Terme ha una situazione identica ai Cpt che ho visitato a Roma, Trapani, Milano, e Torino. Hanno tutte le caratteristiche di un carcere, ma sono chiamati "Centri di permanenza Tem-poranea". Sono prigioni "mascherate", non controllate dalla magistratura di sorveglianza, prive di un regolamento penitenziario, e quindi dal punto di vista giuridico e costituzionale, peggiori delle carceri".
La struttura di Lamezia era nata come Centro di accoglienza. Che cosa è cambiato?
"Tutto. Un centro di accoglienza risponde ai bisogni delle persone che approdano sulle nostre coste, e che fuggono da guerre, miseria e persecuzioni politiche; svolgono una fase transitoria, che serve alla risocializzazione e all'affermazione dei diritti di cittadinanza. A Crotone c'è ancora un centro di accoglienza, il Cpt di Lamezia invece, è un carcere per persone che non hanno commesso alcun reato, sono solo ree di essere immigrati cosiddetti "clandestini"".
Dopo la "permanenza temporanea", che succede?
"Dopo 60 giorni, i detenuti vengono rispediti attraverso voli charter nei loro Paesi d'origine - dove spesso rischiano la pena di morte - oppure vengono rilasciati perché non identificati, e ritornano nella società con addosso uno status naturale di "clandestino", finendo inevitabilmente arruolati nelle mafie. Pertanto i Cpt sono "criminogeni", cioè sono portatori essi stessi di crimine, in quanto portatori di clandestinità".'
Qual è il compito delle delegazioni parlamentari nei Cpt?
"E' nato un "osservatorio democratico" nell'ambito del Tavolo Migranti del Social Forum Europeo, di cui fanno parte parlamentari, costituzionalisti, avvocati, psicologi. Ha tre funzioni principali: il monitoraggio continuo sulle condizioni nei Cpt; la costruzione di un aspetto normativo regolamentare, che attualmente esiste solo parzialmente; il controllo delle convenzioni, con la Croce Rossa o con il cosiddetto privato sociale, che sono a carico dello Stato e quindi vanno controllate.Il fine ultimo di questo percorso è dimostrare l'incostituzionalità dei Cpt attraverso una sentenza della Corte Costituzionale".
Daniela Ielasi

 

Il Quotidiano - 01.12.2002
Visita del parlamentare Giovanni Russo Spena ai profughi nel Cpt di Pian del Duca
"I centri d'accoglienza vanno chiusi"
Non si intenda l'immigrazione come problema di ordine pubblico


Visita di Giovanni Russo Spena, vicepresidente di Rifondazione Comunista alla Camera dei deputati, presso il centro temporaneo d'accoglienza profughi di Pian del Duca della cooperativa "Malgrado Tutto" di Lamezia Terme. Il parlamentare di Rifondazione comunista, che si è recato insieme ad altri parlamentari dello stesso partito nei Cpt (centri di permanenza temporanea), ha accettato l'intervista con "Il Quotidiano" spiegando molti aspetti che interessano i centri, da cosa è nata questa iniziativa, toccando anche temi relativi all'accoglienza profughi. "La nostra iniziativa - ha detto Russo Spena - è, in verità, costante; abbiamo contrastato l'esistenza dei CPT dal momento dell'introduzione di questi lager mascherati contenuti nella legge Turco/Napolitano, Ora essi sono stati peggiorati (con il raddoppio del nume-ro ed altrettanto dei tempi di carcerazione) dalla legge Bossi/Fini. Il ''movimento dei movimenti", ha fatto della lotta per la chiusura dei CPT una priorità. All'interno di questa priorità si è formato un "Osservatorio Par-lamentare" per il controllo costante e continuo della condizione delle persone detenute".
Ci può dire se al centro di accoglienza di Lamezia sono garantite le misure per la regolare convivenza, l'erogazione dei servizi per le esigenze fondamentali di cura, igiene, assistenza socio-sanitaria e se è sostenuta la socializzazione?
"Il centro di Lamezia Terme non è, di per sé, peggiore degli altri. Vi sono certamente problemi sanitari, di convivenza, d'erogazione dei servizi. La socializzazione è limitata. Ma il problema è la carcerazione per persone che non hanno commesso alcun reato. Qualche detenuto non sapeva nemmeno perché fosse lì. Il centro di Lamezia Tenne ha una caratteristica: l'80% delle persone ha già scontato la sua condanna precedentemente in altre carceri. La permanenza a Lamezia è, quindi, la prosecuzione di una condanna già scontata. La questione di fondo è questa".Qual è stata la sua prima impressione riguardo al centro lametino?
"L'impressione è sgradevole ed emotivamente forte. In mezzo ad una campagna splendida, dopo un sentiero tra gli ulivi, appaiono cancelli sbarrati e reti metalliche con dietro esseri umani. Le persone non devono essere tenute nelle gabbie, come animali allo zoo".
Discutendo con gli ospiti della struttura, che im-pressione ha avuto?
"Abbiamo parlato con molte delle persone lì detenute. Sono tristi, inquiete. Tutte chiedono il motivo dell'ulteriore carcerazione. Non riescono a sopportare il peso di una detenzione che sentono ingiusta e segregante"
Quale sarebbe per lei l'alternativa ai centri d'accoglienza?
"I centri vanno chiusi in quanto vergogna nazionale ed europea. Gli immigrati che commettono reati vadano in carcere, come i cittadini italiani; gli altri siano accolti, nell'orizzonte di una politica democratica che non guardi all'immigrazione come problema d'ordine pubblico, ma occasione di un percorso, difficile ma possibile, verso una "società meticcia". È bene, peraltro, essere realisti: altra strada non c'è".
Maria Murone

 

Il Quotidiano - 24.06.2003
Ennesima giornata turbolenta al centro d'accoglienza dei clandestini che hanno commesso reati in Italia. Tre dei fuggiaschi sono stati arrestati.
Fuga da Lamezia terme
Scappati in 10 dopo scontri con le forze dell'ordine


LAMEZIA TERME - Ennesima difficile giornata alla cooperativa "Malgrado Tutto" di Lamezia Terme dove vengono ospitati i clandestini che hanno commesso reati in territorio nazionale. Ancora una volta episodi da vera e propria guerriglia si sono verificati al centro di accoglienza temporanea della struttura lametina nella tarda serata di domenica.
Questa volta l'hanno pensata proprio grossa i circa 30 cittadini extracomunitari trattenuti al centro in regime detentivo, scontratisi con la polizia per il solito e drammatico rituale della "fuga" da tentare ad ogni costo. Alla fine il bilancio reso noto dalla Questura di Catanzaro parla di 10 extracomunitari che sono riusciti ad evadere dopo gli scontri e di 3 arresti per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.
Nel corso della rivolta un extracomunitario è finito anche all'ospedale per una sospetta frattura del bacino non risparmiandosi una denuncia. Scene viste e riviste al centro di "Pian del Duca" di Lamezia con le (poche) forze dell'ordine, in gran parte polizia e carabinieri e in qualche caso finanche di vigili urbani, che fanno quello che possono senza non pochi rischi e in più di un occasione finiti anche loro all'ospedale.
A differenza di altre occasioni, questa volta il numero di rivoltosi è stato di gran lunga superiore: circa 30 gli extracomunitari che - secondo la ricostru-zione dei fatti - tentavano di evadere scavalcando la recinzione interna di quello che per loro è considerato un "lager". Ammassandosi contro il cancello di ferro posto all'ingresso del centro, nonostante l'intervento dei poliziotti in servizio di vigilanza che in un primo momento invitavano i clandestini a rivedere i loro piani, i 30 extracomunitari per tutta risposta distruggevano il cancello con calci e violenze di ogni genere. A quel punto la polizia faceva uso dei lacrimogeni con i quali si riuscivano a bloccare almeno la metà dei rivoltosi, mentre gli altri, colpendo e ferendo un agente, riuscivano in qualche modo a scappare. La guerriglia veniva segnalata al questore di Catanzaro, Matteo Cinque, e al dirigente del commissariato di Lamezia, Salvatore La Rosa, i quali provvedevano a far giungere sul posto personale e mezzi dando inizio, con l'ausilio dei carabinieri e successivamente della guardia dì finanza, alle ricerche degli evasi tra l'altro favoriti dall'oscurità e dalle vaste zone di campagne che circondano il posto dove sono trattenuti. Ricerche che qualche esito lo davano dopo che durante la notte e alle prime luci dell'alba di ieri, venivano rintracciati e tratti in arresto Hichelm Mejri, 35 anni, tunisino; Ramadam Salah Ahmed, 20 anni, iracheno e Ali Asham, 27 anni, tunisino, mentre per B.B. yemenita di 35 anni, scattava la denuncia e il trasporto all'ospedale dove gli esami radiografici potrebbero accertare una frattura del bacino riportata durante la fuga. Allo stato attuale - secon-do la fonte ufficiale della Questura di Catanzaro - risultano dieci i cittadini extracomunitari allontanatisi dal centro temporaneo di prima accoglienza e attivamente ricercati.
Si tratta di algerini, marocchini, tunisini, iracheni e yemeniti. Le ricerche, cui si sono aggiunti ieri mattina anche i militari della Guardia di Finanza, continuano senza sosta nelle campagne circostanti la struttura d'accoglienza lametina e la Polizia non esclude - come già accaduto in altre occasioni - la cattura e l'arresto imminente nelle prossime ore dei fuggitivi. Peraltro, sono in corso servizi di controllo straordinari anche alla stazione ferroviaria centrale di Lamezia poiché ritenuta possibile via di fuga dal territorio.
Pasqualino Rottura

 

Liberazione - 24.06.2003
Ieri altri due sbarchi. In dodici fuggono dal centro di Lamezia Terme
Sicilia, i controlli non fermano le carrette


Ancora cronaca e ancora storie di sbarchi in Sicilia. Ieri altre due carrette del mare sono state intercettate dalia Guardia di finanza, una nella mattinata a Portopalo, in provincia di Siracusa, l'altra nuovamente a Lampedusa. Persone diverse ma storie e sofferenze simili. Il primo barcone con 101 persone a bordo, tra le quali 11 donne e 4 bambini (il più piccolo dei quali di soli 5 mesi), era stato avvistato la sera precedente dalla Guardia di Finanza. Dopo alcune ore di ricerche, la precaria imbarcazione, probabilmente proveniente dalla Turchia dopo un breve scalo in Libia, è stata intercettata a cinque miglia a sud da Capo Passero. Una volta recuperato, il barcone di circa 12 metri era stato scortato fino al porto della località siracusana. Tre persone, sospettate di essere gli scafisti, sono state fermate. L'ufficio immigrazione della prefettura di Siracusa parla di 2 uomini di nazionalità palestinese e uno proveniente dal Senegal. Due finanzieri avevano preso poi il comando del natante. Appena .giunti al porto di Pozallo i migranti, provenienti dal Corno d'Africa, sono stati visitati e rifocillati. Secondo quanto confermato dalla Guardia di finanza, erano tutti in buone condizioni, quattro donne però sono state ricoverate per accertamenti negli ospedali di Noto e Modica. Una volta identificati, i profughi sono stati trattenuti nel centro di Pachino, e successivamente, secondo le indicazioni della prefettura di Catania (competente per la zona sud est della Sicilia) trasferiti nel centro di "detenzione" di Bari, Palese. .
Nel pomeriggio invece, intorno alle sei, nonostante il potenziamento dei controlli marittimi, una piccola barca con a bordo 42 persone è riuscita egualmente a giungere a poche centinaia di metri dalle coste di Lampedusa prima di essere avvistata. Il natante è stato individuato a circa 200 metri da Cala Croce da una pattuglia di carabinieri a terra. La segnalazione è stata trasmessa alla Capitaneria di porto, che ha inviato una motovedetta per far scortare in porto l'imbarcazione. I 42 migranti, tutti uomini provenienti da diversi Paesi dell'Africa, sono sfati condotti nel centro dell'isola siciliana, non ancora del tutto svuotatosi dopo il massiccio flusso dei giorni scorsi. Secondo quanto confermato dalla sala operativa del centro, il trasferimento dei migranti avverrà solo questa mattina.
Probabilmente, nelle strutture di Puglia e Calabria in base alte etnia di appartenenza: gli uomini e le donne del centro Africa sono destinati ai centri della Puglia e della Calabria, mentre quelli provenienti dal Maghreb rimangono in Sicilia.
Rinchiusi in un vero e proprio carcere senza aver commesso alcun reato; strutture sovraffollate; difficoltà sanitarie. Mentre dal mare arrivano nuovi disperati, i "vecchi", quelli già rinchiusi nei centri cercano di scappare.
L'ennesima fuga è avvenuta ieri notte a Lamezia Terme. Un gruppo di immigrati è riuscito ad allontanarsi non senza scontrarsi fisicamente con i vigilantes della struttura. Inizialmente il gruppo era formato da una trentina di persone ma l'intervento delle forze dell'ordine ha portato all'arresto di quattro persone mentre altre dieci sono state riportate indietro. Ora ne mancano all'appello dodici.
Giuliano Rosciarelli

 

Carta n° 24, 3-07-2003
"Malgrado tutto"
di Giuliano Santoro


Un gruppo di detenuti organizza una fuga da un campo di prigionia. L'impresa ha successo, ma solo alcuni di loro riescono a mettersi in salvo. Non è il remake de "La grande fuga". È una vicenda che accade davvero, periodicamente, nel Centro di permanenza temporanea [Cpt] di Lamezia Terme, e gli "evasi" sono uomini e donne da ogni parte del mondo. I giornali non ne parlano, e quando ne parlano usano il linguaggio dei verbali della polizia.
Per di più, quel Centro ha una storia strana, e la cooperativa sociale che lo gestisce ha un nome beffardo: "Malgrado tutto". Nata per creare una comunità di recupero per tossicodipendenti e diventata guardiana di un centro di permanenza temporanea, la storia della cooperativa di Lamezia Terme, città in provincia di Catanzaro la cui amministrazione comunale è stata mandata a casa qualche mese fa per infiltrazioni mafiose, è uno spaccato della storia delle "emergenze" nel nostro paese.
Tutto inizia nel dicembre del 1997. Sulle coste ioniche calabresi sbarcano centinaia di kurdi in fuga dall'esercito turco, e la risposta della società civile e delle istituzioni locali è semplice è straordinaria. Ai kurdi vengono aperte le porte delle case lasciate vuote dagli emigranti. Il centro storico del paese di Badolato, abbandonato da decenni, si riempie di nuovo. Ma in quei giorni accade anche altro. Raffaello Conte, presidente del centro di recupero per tossicodipendenti "Malgrado tutto", intuisce le nuove
possibilità, avvia un rapporto con la Protezione civile e trasforma la "comunità di recupero" in "centro di prima accoglienza". Il passo verso il vero e proprio Centro di permanenza temporanea è breve. La convenzione arriva nel 1999. È bastato allungare le sbarre fino a sei metri di altezza e far presidiare il posto dalle forze dell'ordine ventiquattro ore su ventiquattro. Si raddoppia il giro d'affari: con un centro di accoglienza si incassano meno di 20 euro al giorno a persona "ospitata", per la gestione del Cpt, una retta giornaliera pro capite di 46 euro. L'importo medio annuo che lo stato versa attualmente nelle casse di "Malgrado tutto" è di oltre un milione e 250 mila euro.
Poi, sempre nel 1999, un'altra "emergenza umanitaria", che prenderà il nome di "Missione Arcobaleno", riempie i giornali. Raffaello e i suoi si mobilitano di nuovo per organizzare l'accoglienza dei profughi kosovari nell'ex base Nato di Comiso, in Sicilia. Dopo poco più di un anno, il benefattore fu arrestato per "distrazioni di materiale di vario genere" proprio nei giorni dell'accoglimento dei profughi kosovari, insieme al responsabile dei magazzini e al titolare di una ditta di autotrasporti comisano. Fra i reati ipotizzati: falso, sottrazione di documenti, truffa e ricettazione.

Sei poliziotti e sei carabinieri

Nonostante questo, il Cpt resta aperto fino a oggi. La struttura si trova, isolata, su una collina, circondata dagli ulivi. Un complesso a due piani con un cortile interno per le attività ricreative. Al pianterreno si trovano i servizi, al primo piano le stanze e una piccola moschea. L¹intera area è
recintata, l'accesso è controllato da un passo carrabile con sbarra e un gabbiotto di controllo. Più giù, una palazzina ospita gli agenti addetti alla sorveglianza. Sei poliziotti e sei carabinieri si alternano in turni di
sei ore. La presenza media di "ospiti", migranti senza status giuridico, nemmeno quello di detenuti, è di circa 75 persone.
Formalmente, la sorveglianza è solamente esterna, ma la cosa è controversa: le forze dell'ordine non potrebbero entrare all'interno delle gabbie e dentro le stanze degli "ospiti". Tutto lascia pensare che nei momenti di particolare tensione, per altro numerosi, questo invece avvenga. Basti pensare che nella gran parte delle stanze la porta è sostituita da una coperta, perché le porte vengono periodicamente divelte.
Siamo a poca distanza da Lamezia Terme, cittadina che, complice qualche chilometro di campagna bruciata dal sole, finge di non vedere. Infatti è difficile trovare un lametino che sia al corrente di ciò che accade nel Cpt.
Fa eccezione chi ci ha avuto a che fare, per diversi motivi, e ha voglia di togliersi qualche peso dallo stomaco. "Io sono stato tra i fondatori della cooperativa - racconta uno di loro, che preferisce rimanere anonimo - Parlo dell'inizio degli anni ottanta. Pensa che allora noi eravamo il collettivo 'Malgrado tutto', e lavoravamo nei quartieri popolari con i portatori di handicap. Poi è venuta la cooperativa, la scelta di stipulare delle convenzioni, il lavoro con i tossicodipendenti. Ciò che indusse molti dei volontari ad abbandonare. Non credo che si tratti solo di denaro, ma il passaggio dall'estrema sinistra alla gestione dei
centri di detenzione della legge Bossi-Fini si spiega anche così. Ora hanno aperto questo centro, e la città, su questa vicenda come su tante altre, è distratta. Vuoi un esempio? Qualche mese fa è passata da qui la "Carovana antimafia" organizzata da Libera, l'associazione di don Ciotti. In un comune
sciolto per mafia questi temi dovrebbero essere per lo meno interessanti, e invece abbiamo partecipato solo in quindici".
"Per noi, il Cpt è un luogo impenetrabile, tutto ciò che sappiamo arriva dalle viste dei parlamentari - racconta Luciano Rimini, del circolo di Rifondazione - Abbiamo rotto ogni rapporto con chi gestisce quel posto più di cinque anni fa, ai tempi degli sbarchi dei kurdi". Altre tracce della cooperativa "Malgrado tutto" risalgono a quando Raffello Conte, nei primi anni novanta, se ne andava per le strade dei quartieri di
Nicastro e Sambiase, come un Muccioli in miniatura, a raccogliere giovani tossicodipendenti per chiuderli nella comunità di recupero. "Non seguiva un metodo di recupero preciso. L'unica attività che veniva proposta ai ragazzi era lavorare nei campi. Poi, ogni tanto, Conte assumeva degli atteggiamenti da 'bullo di paese' e ingaggiava una rissa con chi non seguiva le regole", racconta uno che è stato per qualche giorno rinchiuso nella "comunità" e ha avuto il buonsenso di abbandonarlo con una fuga spericolata lungo il
tracciato della ferrovia.
Nonostante il "cambio di destinazione d'uso", la situazione non è cambiata di molto, perché una parte consistente dei migranti reclusi è tossicodipendente. "Non esiste assistenza sanitaria per queste persone
racconta Stefano Galieni, di Rifondazione, che ha visitato il centro nel novembre scorso insieme ai deputati Graziella Mascia e Giovanni Russo Spena Vengono semplicemente imbottiti di psicofarmaci".

"Clandestini" e droghe

Lo riconosce anche la prefettura di Catanzaro, che in una nota informativa sul Cpt scrive: "Il maggior consumo di farmaci ansiolitici e spasmolitici è legato al fatto che parecchi trattenuti risultano essere tossicodipendenti".
Nella relazione dei deputati si legge che "al 'Malgrado tutto' giungono, per ammissione degli stessi gestori, da tutta Italia, le persone in condizioni di maggiore disagio, che vengono immesse in un circuito di per sé
criminogeno. Chi riesce ad uscire dal centro senza essere identificato o rimpatriato, si ritrova ben presto a essere ripreso in un percorso senza fine, una condanna perenne, sovente non motivata da alcun reato".
"Il fatto che molti dei reclusi siano già stati detenuti e siano tossicodipendenti è un fenomeno di tutti i Centri di permanenza temporanea -continua Galieni - Molte persone vengono rispedite al loro paese. Ma il loro paese non li riconosce. Quindi vengono spediti alla frontiera con il foglio di via. Ovviamente rimangono in Italia, rientrano nel vortice della clandestinità e nel circuito dei Cpt". E questo meccanismo è stato
ovviamente aggravato dal raddoppio del tempo di reclusione [da 30 a 60 giorni] della Bossi-Fini.
I dati della prefettura confermano: tra il dicembre del 1999 e l'ottobre del 2001 il Centro di Lamezia ha "trattenuto" [né "detenuto" né "ospite": è questa la definizione usata dalla macchina burocratica ] 2.403 persone, nella grande maggioranza uomini [le donne sono pochissime, nel primo semestre del 2000 sono state cinque]. Di queste persone, 766 sono state "accompagnate alla frontiera" ed espulse, quasi il doppio [1.503] sono coloro che, "non identificati", sono stati "dimessi con intimazione a lasciare il territorio nazionale". La legislazione precedente dava quindici giorni di tempo per espatriare, la Bossi-Fini [in vigore dal settembre dello scorso anno] cinque. Ma nello stesso arco di tempo, sono stati 106, invece, i migranti evasi dal centro. E dieci i casi di autolesionismo. Proprio le evasioni sono una costante nella storia del "Malgrado tutto". Ultimo episodio, domenica 22 giugno, quando una trentina di migranti ha tentato la fuga. Dodici di loro migranti sono riusciti ad allontanarsi, mentre altri quattro loro compagni di avventura sono stati ricatturati alla luce dell'alba e denunciati per "resistenza a pubblico ufficiale". Uno di essi, un cittadino yemenita di trentacinque anni, oltre alla denuncia ha rimediato la frattura del bacino. Non c¹è traccia di rivolta o di evasione, nelle motivazioni dei fermi, un particolare che la dice lunga sul vuoto
giuridico di luoghi come questo: il reato di "clandestinità", per il momento, non è sancito da alcun codice penale, tanto meno giustifica un'istituzione coercitiva in appalto a privati. Ma per fortuna, da che mondo
è mondo, dove c'è un carcere ci sono le evasioni.

 

Il Quotidiano - 17.08.2003

Lamezia Terme. Tumulti nel centro di prima accoglienza "Malgrado Tutto"
Tentata la fuga nella notte
Rivolta di quaranta clandestini in attesa di rimpatrio


LAMEZIA TERME - Un'altra notte di "ordinaria" follia al centro temporaneo di prima accoglienza della cooperativa "Malgrado Tutto" di Lamezia Tenne che dal 1998 offre vitto e alloggio ai clandestini trattenuti in questo centro per aver commesso reati nel territorio nazionale. La notte di ferragosto sono stati circa 40 gli extracomunitari, in attesa di rimpatrio, che hanno tentato l'ennesima fuga ingaggiando il "solito scontro con le forze dell'ordine. Secondo la ricostruzione di quella che ormai sta diventando una drammatica routine, i 40 fuggitivi hanno dapprima scavalcato la prima rete di recinzione bloccandosi successivamente al cancello d'ingresso. Carabinieri, Polizia di Stato e Guardia di Finanza, hanno cercato di convincere gli extracomunitari a desistere dai loro intenti ma senza fortuna come sempre accade in questi, casi. Anzi, per tutta risposta gli extracomunitari avrebbero iniziato a lanciare bottiglie e pietre. Tutto per guadagnare la tanto desiderata via di fuga da ottenere a tutti i costi. Dopo circa due ore di tumulti, la situazione è tornato alla normalità, ( anche grazie all'utilizzo di lacrimogeni), e da quanto si è appreso questa volta nessun clandestino sarebbe riuscito a fuggire e nessun agente sarebbe rimasto ferito.ennesima rivolta, dunque, di una lunga serie anche se questa volta con danni limitati. Certamente meno grave di quanto è successo in altre occasioni.
Fra le tante, si ricorda la rivolta del 16 ottobre del 2002 quando circa 80 cittadini extracomunitari non erano più riusciti a resistere tanto da tentare una fuga di forza a tutti i costi, anche di affrontare con coltelli e altri oggetti contundenti Polizia e Carabinieri in servizio di vigilanza al centro di accoglienza.
Quel giorno scaturì un autentica sommossa notturna. Alla fine il bilancio si rivelò pesante: 5 agenti feriti finiti all'ospedale e uno dei clandestini ribelli ferito che per la Polizia si " autoprocurò lesioni". Anche il 23 giugno scorso è stato un giorno difficile quando circa 30 extracomuntari, trattenuti in regime detentivo, la pensarono veramente grossa per fuggire. Alla fine il bilancio parlava di 10 extracomunitari che riuscirono ad evadere dopo gli scontri e di 3 arresti per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Nel corso della rivolta un extracomunitario finì anche all'ospedale per una sospetta frattura del bacino non risparmiandosi una denuncia. Scene viste e riviste, insomma, al centro di " Pian del Duca" di Lamezia. Una situazione sempre più esplosiva e dai risvolti sociali drammatici.

Pasqualino Rottura

 

Liberazione - 17.08.2003
Dieci reclusi (40 per la polizia) tentano di scappare dal centro.
Cariche e lacrimogeni nella notte. Il direttore:" Notizia montata".
Cpt di Lamezia, tentata fuga dalla disperazione
di Giuliano Rosciarelli


Era già successo. E succederà ancora. Al centro di permanenza territoriale (Cpt) "Malgrado tutto", a Pian del Luca (Lamezia Terme), hanno tentato ancora una volta la fuga. Quaranta persone, secondo la questura di Nicastro, 10 per i responsabili del centro. Venerdì notte, approfittando del buio, hanno provato ad uscire dalla struttura a forma di ferro di cavallo che rinchiude attualmente 75 persone quasi tutte di nazionalità marocchina e algerina. Ma la loro corsa è durata solo quindici metri. Scavalcata la prima recinzione (delle due che circondano le mura del centro), i profughi sono stati subito intercettati dalle forze dell'ordine. Lacrimogeni e manganellate hanno preceduto le pratiche di reinserimento e identificazione. Otto, le persone denunciate. "Nessun ferito nessuna colluttazione" ha detto a Liberazione il presidente della cooperativa "Malgrado tutto", (che gestisce il centro), Raffaello Conti. Dichiarazioni che smentiscono quelle della polizia che parlano invece di lancio di sassi e bottiglie contro le forze dell'ordine, per uno scontro durato più di due ore: "Delle volte qualcuno ci tiene a montare le notizie, fare clamore per far vedere che lavorano anche a Ferragosto" sbotta Conti. E magari anche per giustificare l'eccessiva violenza usata nell'intervento, aggiungiamo noi.
Del resto anche il signor Conti non può permettersi di veder macchiata la sua immagine e quella di una attività che equivale a un giro di affari di circa 1.262.250 euro annui. Il centro nasce una decina di anni fa per accogliere i profughi kossovari. Fiutato l'affare (90 euro la tariffa che lo stato paga per ogni detenuto), la cooperativa decide di convertire la struttura da centro di accoglienza a centro di permanenza per stranieri in attesa di reimpatrio. Ex detenuti, pregiudicati, malati, tossicodipendenti, tutti migranti, sono ora le persone che vengono rinchiuse in quella che ormai è divenuta una vera e propria galera etnica, senza che il pur minimo diritto venga loro garantito. Disperati che hanno già pagato il conto alla società con la pena scontata nelle italiche galere, e che ora vengono nuovamente rinchiusi (altri sessanta giorni) in attesa di essere rimpatriati. Profughi all'estremo delle forze fisiche e psichiche (nove detenuti vengono sedati con psicofarmaci perché ritenuti pericolosi) che sono usciti e subito rientrati da una condizione di illegalità che non dà tregua né speranza.

 

Carta N° 41 - 13-09 - 2003
I detenuti di Lamezia raccontano
di Giuliano Santoro


Voci da dentro. Carta ha già raccontato [numero 24] la storia emblematica del centro "Malgrado tutto" di Lamezia Terme, trasformato, a caccia di finanziamenti, da comunità di recupero a centro d'accoglienza, a centro di detenzione per migranti. I gestori del centro non possono impedire ai detenuti di comunicare con i telefoni cellulari, grazie ai quali esiste un canale di comunicazione con l'esterno: una delle molle della mobilitazione del prossimo 15 novembre, quando un corteo arriverà di fronte al Cpt "Non posso darti il mio nome vero perché ho paura che mi riconoscano", dice il giovane maghrebino detenuto a Lamezia. Poi, con amara ironia, aggiunge "chiamami Adamo". "Stiamo molto male, perché sembra di essere dentro un carcere racconta - Il mangiare fa schifo, non possiamo vedere un medico. Ora che fa freddo non abbiamo neanche il riscaldamento. Le condizioni igieniche sono pessime, hanno potuto verificarlo anche i parlamentari, qualche settimana fa". Il 30 settembre scorso, una delegazione organizzata dal Tavolo migranti e da Rifondazione comunista è entrata nel Cpt insieme a Giovanni Russo Spena. Vi hanno trovato una settantina di migranti, le stanze non avevano porte, non c'erano vetri alle finestre, nessuna forma di riscaldamento, materassi buttati per terra, pochi servizi igienici, una condizione igienica e sanitaria assolutamente precaria: "Invece che rubinetti c¹erano pompe di gomma da cui arriva solo acqua
fredda, nessun ricambio di biancheria, letti persino nel cortile esterno. Nella struttura non c¹erano sedie, tavoli, niente che potesse far pensare ad un servizio di mensa, perché, come ci hanno raccontato le persone trattenute, mangiano sui letti", ha raccontato una volta uscita Erminia
Rizzi del Forum dei diritti di Bari. "Per colazione ci danno una bottiglia ' d'acqua, del latte, caffè, una scatola di biscotti e un succo di frutta. Poi, a pranzo, sempre roba confezionata.
Pasta al sugo e ogni tanto un po' di carne. E una bottiglia d'acqua ogni sei persone", racconta Adamo.
Il diritto ad avere un avvocato si riduce ad una semplice formalità: un avvocato d'ufficio in combutta coi gestori del Centro svolge le pratiche per conto dei detenuti: alcuni avrebbero diritto all'asilo politico ma non ricevono alcuna assistenza legale. "C'è un traduttore spiega Adamo - Ma sta lavorando per Oloro¹. Lavora con la mafia di questo centro. Con il padrone del centro di detenzione e con la polizia e la Guardia di finanza".
Tra i detenuti figura anche Mohamed Dali, del sindacato tunisino degli studenti. Mohamed, già arrestato, torturato ed incarcerato per le sue opinioni, rischia l¹espulsione verso la Tunisia, dove lo aspetta una nuova condanna a venti anni di carcere.
I tentativi di fuga sono quotidiani: "Ci proviamo sempre, se stessimo bene non succederebbeS Se ti prendono da solo ti spaccano il culo. Chi? La polizia, la Guardia di finanza, i carabinieri. Ma anche le guardie giurate che sorvegliano il centro. Una volta hanno sparato delle bombe lacrimogene.
Ma puoi subire violenze anche se dici che non ti senti bene". Adamo deve restare recluso ancora per sessanta giorni: "Poi, se hai un passaporto e dimostri di che nazionalità sei ti rimandano al tuo paese". Altrimenti, si viene rispediti fuori con un foglio di via e si hanno cinque giorni per
lasciare l'Italia.
Adil, quando gli parliamo al cellulare, è già uscito dal Cpt ed è su un treno per Napoli: "Sono stato lì cinquanta giorni e non ho nessuna intenzione di tornare in Marocco", dice. Mustafà ha poco più di trent'anni e risponde al cellulare mentre stava giocando a calcio nel cortile del centro.
Quest'anno sta osservando il Ramadan da detenuto, neanche lui ha intenzione di tornare al suo paese: "Dieci giorni fa mi hanno preso, a Reggio Calabria, dove facevo lavoretti saltuari: il manovale, il pizzaiolo e il venditore ambulante di compact disc. Mi mancano cinquanta giorni qua dentro, poi riprenderò la vita di prima".
Sasha ha 23 anni e viene dal Kossovo. Da un paio di mesi si era stabilito a Cosenza, dove vendeva rose per strada. Quando ci racconta la sua storia è ancora sotto le coperte: "Fa freddo spiega Questo posto è peggio di un carcere, sembra un manicomio. Di recente hanno fatto persino la stanza per chi ha problemi mentali: li chiudono tutti lì dentro". Continua Sasha: "Hanno ripulito un po' le stanze e ridipinto i corridoi per le visite dei parlamentari, ma le condizioni igieniche sono pessime. Proprio stamattina hanno portato in infermeria un mio amico, ma ci sono pochissime medicine. Giustificano i feriti con i tentativi di fuga, ma non è sempre così. La scorsa settimana un ragazzo tunisino è salito sul tetto per chiedere delle medicine, minacciando di buttarsi giù. Alcuni vigilanti lo hano sfidato a buttarsi e lui lo ha fatto. Adesso non sappiamo niente, lo hanno portato via i medici".

 

Il Quotidiano - 26.09.2003
Per protestare contro la legge sull'immigrazione
Sit-in di Rifondazione alla "Malgrado Tutto"

Una delegazione del Partito della Rifondazione comunista guidata dal parlamentare Giovanni Russo Spena, questa mattina si recherà presso il Cpt (Centro di permanenza temporanea) di Lamezia Terme della Malgrado Tutto. Della delegazione farà parte Erminia Rizzo del tavolo nazionale dei migranti e Marisa Culumbriello, giornalista di Liberazione, Francesco Cìrillo e Pino Commodari, segretario regionale del partito. Nel corso della visita al centro d'accoglienza per immigrati clandestini, si svolgerà all'esterno del campo un sit-in di protesta contro la legge Fini/Bossi che per Rifondazione "fa, dell'immigrazione un problema d'ordine pubblico e per ribadire la nostra richiesta di chiusura di queste strutture che non solo sono anticostituzionali ma rappresentano una vera e propria "aberrazione". Il centro d'accoglienza per clandestini di Lamezia, dunque, scelto quale esempio di tante strutture simili che hanno costituito un vero problema di carattere nazionale soprattutto legato alle numerose rivolte che gli "ospiti" hanno attuato, nel centro temporaneo di prima accoglienza della cooperativa "Malgrado Tatto" di Lamezia Terme, dal 1998 offre vitto e alloggio ai clandestini e dove attualmente vengono ospitati circa 60 extracomunitari in attesa di rimpatrio e con la fedina penale macchiata e quindi trattenuti in questo centro per aver commesso reati nel territorio nazionale. Clandestini che si sono resi "protagonisti" di vere e proprie notti di "ordinaria follia" e che sempre più spesso hanno tentato la via di fuga. L'ultima rivolta in ordine di tempo si verificò la notte di ferragosto scorso quando circa quaranta extracomunitari tentarono l'ennesima fuga. Un episodio meno grave di quanto è successo soprattutto il 16 ottobre del 2002 quando circa 80 extracomunitari affrontarono con coltelli e altri oggetti contundenti Polizia e Carabinieri. Quel giorno scaturì un' autentica sommossa.

Pasqualino Rottura


Il Domani - 27.09.2003
Una delegazione di Rifondazione comunista visita il centro di permanenza temporanea della "Malgrado Tutto"
"Quella vergogna chiamata Cpt"


Il parlamentare Russo Spena: un vero e proprio carcere, una galera etnica. Lesi i diritti umani
Tra i 14 Centri di permanenza temporanea, i cosiddetti Cpt diffusi sul territorio nazionale, quello di Lamezia Terme ubicato presso l'ex centro di prima accoglienza "Malgrado Tutto" sarebbe il peggiore. I centri accolgono immigrati in attesa di rimpatrio e com'è noto la legge Bossi-Fini ha regolamentato la permanenza degli extra comunitari senza permesso di soggiorno in maniera molto più rigido della precedente legge Napolitano. Centri di detenzione amministrativa, il cui controllo e monitoraggio per Rifondazione, che ritiene queste strutture incostituzionali (c'è anche una sentenza della Corte Costituzionale di due anni fa) è particolarmente importante anche perché detengono persone che arrivano in Italia in cerca di condizioni di vita migliore rispetto ai loro Paesi di provenienza e che, invece, in mancanza di permesso di soggiorno si ritrovano chiusi nei Cpt.
Ma, a Lamezia, la situazione sia dal punto di vista igienico - sanitario sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani sarebbe al limite. Parola di Giovanni Russo Spena, parlamentare di Rifondazione comunista che ieri ha guidato una delegazione del partito, composta tra gli altri dal segretario regionale Pino Commodari e l'ex consigliera regionale lametina Rosa Tavella, in visita appunto al Cpt di Lamezia. "Peggio dell'Ucciardone e di Poggioreale eppure non si tratta di ex detenuti che hanno già scontato la loro pena", ha commentato all'uscita della visita di Russo Spena per conto dell'osservatorio parlamentare sulla gestione dei Cpt, affidata a Lamezia al responsabile dell'ex cooperativa sociale che era inizialmente la "Malgrado Tutto", Raffaello Conte. Spena, contestando intanto il fatto di aver trovato cartelli all'entrata con la scritta "Centro di prima accoglienza e "cooperativa sociale" che ha definito "un imbroglio anche per chi passa da qua e legge...". Ha usato parole durissime contro la gestione del Cpt di Lamezia che accoglie circa 70 persone, definendolo "carcere etnico" "senza alcuna tutela, senza riconoscimento di diritti. Il minimo richiesto in uno Stato democratico. Molti di questi "'detenuti" in questa che secondo me è una galera mascherata, sono in uno stato di salute precario. Sono rinchiusi in queste condizioni, senza neanche la mensa, chiusa non si capisce per quale motivo, dopo aver scontato già la loro pena. Perché a Lamezia sono ospitati i detenuti che hanno già scontato la loro pena e che senza una ragione precisa sono costretti, senza l'erogazione giuridica di alcuna pena aggiuntiva. Insomma - ha proseguito Spena durante la conferenza stampa convocata d'urgenza per illustrare alla stampa le pessime condizioni di vita all'interno del Cpt - questo centro di accoglienza è un imbroglio ed alla fine anche lo stesso gestore ha dovuto ammettere che la situazione è davvero inaccettabile. Abbiamo visto cose incredibili perfino persone stese sul pavimento in evidente stato di depressione acuta. Non ci sono porte e finestre ed anche la situazione igienica è al limite. Altra cosa molto strana la mancanza di indicatori di nomi di avvocati ai quali eventualmente i "detenuti" si potrebbero rivolgere, quindi mancata assistenza legale. Casi per esempio di bulgari, algerini, latino-americani che non hanno potuto quindi fare ricorso per una serie di diritti lesi".
La situazione descritta è davvero impressionante. Del testo la sensazione del "lager" era stata già avvertita la mattina a Pian del Duca dove la stampa era stata convocata in un primo tempo per seguire la visita della delegazione di Rifondazione. A parte la recinzione con il filo spinato ed un esercito di agenti schierato davanti ai cancelli, la sensazione della profonda blindatura del centro è stata confermata poi dall'impedimento ai giornalisti di entrare. Assolutamente vietato l'ingresso, occorre avere l'autorizzazione del prefetto altrimenti niente da fare. Fatto gravissimo, impedimento del diritto di cronaca, cosa che non succede normalmente nelle carceri, dove per accedere basta il permesso del direttore. Ed in effetti lo stesso Russo Spena per far entrare Rosa Tavella ha telefonato direttamente al Prefetto di Catanzaro, Catenacci che in questo momento si trova in vacanza in Sardegna. Rifondazione comunista, a questo punto non starà ad aspettare oltre. Russo Spena ha annunciato una vertenza a livello nazionale e locale a partire dall'idea di un disegno di legge per la chiusura dei Cpt in tutto il Paese. "Sono disposto - ha aggiunto l'esponente comunista - ad accompagnare i giornalisti in una prossima delegazione. Vi garantisco che come me vi vergognerete del fatto che Lamezia ha anche questo triste primato, quello di avere il peggior Cpt d'Italia e considerate che di per sé si tratta di strutture che noi come Rifondazione contestiamo nel merito". Ed il gestore? Come si è giustificato? "Ci ha detto - ha riferito Russo Spena - che è un problema economico. Con i soldi che riceve dalla convenzione è tutto quello che può offrire. A questo punto io mi chiedo: ma se in base alla convenzione il gestore viene pagato circa 46 euro per ospite, come mai non riesce a gestire meglio la vita di queste persone, che, ripeto, hanno già scontato la loro pena? Questa è una aggiunta di pena illegittima!". Cosa si può fare allora? "Noi faremo la nostra battaglia sul piano politico. Ma in Puglia per esempio c'è in corso un'indagine amministrativa da parte della magistratura...". Commodari, dal canto suo, ha confermato insieme al resto della delegazione quanto illustrato da Russo Spena. "Non si possono calpestare i diritti degli ex detenuti, non ho mai visto una situazione di questo tipo, soprattutto le condizioni igieniche, qualcuno li dentro aveva la scabbia. Ritengo che al più presto qualche misura vada presa. Probabilmente chiederemo un incontro alla prefettura al più presto per chiedere conto della situazione ".
Sonia Rocca



Liberazione 28.09. 2003
Tavolo dei migranti e Rifondazione oltre le sbarre del cosiddetto centro di accoglienza
Terra di nessuno nel Cpt di Lamezia Terme


Venerdì scorso una delegazione organizzata dal Tavolo migranti e dal Prc, è entrata insieme a Russo Spena ed alle realtà locali, nel Cpt di Lamezia Terme, eufemisticamente denominato dai cartelli "centro di accoglienza". La delegazione si è trovata di fronte ad una situazione che va ben oltre l'immaginazione, che rende concreta quello che da tempo viene chiamato "stato di eccezione come forma legale di ciò che non può avere forma legale". In una struttura in evidente corso di "ammodernamento", con una grata di metallo alta diversi metri supportata da una seconda grata di metallo, abbiamo trovato rinchiusi una settantina di migranti in condizioni disumane che ci hanno ricordato le prime immagini diffuse dei manicomi: stanze senza porte, niente vetri alle finestre, né riscaldamenti, materassi per terra, pochi servizi igienici in condizioni assolutamente precarie, nessun ricambio di biancheria, letti persino nel cortile esterno. Nella struttura nessuna sedia o tavoli, niente che potesse far pensare ad un servizio di mensa perché, come ci hanno raccontato le persone trattenute, si mangia sui letti. Nessuna forma dì comunicazione con l'esterno: una sola cabinatelefonica e niente schede telefoniche. L'uso limitato e discrezionale, nonostante sia un diritto fondamentale, di poter esercitare il diritto di difesa è affidato alla presenza di un avvocato ovviamente in convenzione con la gestione del lager. E così abbiamo incontrato persone di diversa nazionalità: alcuni entrati in Italia per turismo che, dopo pochissimi giorni di permanenza in Italia, le forze dell'ordine durante un'incursione notturna avevano trasferito nel Cpt senza che gli fosse spiegato in una lingua a loro comprensibile cosa gli stesse accadendo; persone in procinto di rientrare nel proprio paese in possesso persino di un biglietto aereo, trattenute senza alcuna informazione; persino chi sposato con una donna italiana ed un figlio senza possibilità di comunicare con la propria famiglia; tantissime persone con in mano le pratiche di regolarizzazione; un richiedente asilo, vittima di tortura nel proprio paese, che ha ingoiato due lamette ed al quale è stato rifiutata la visita di un medico con le parole "muori come un cane". Abbiamo incontrato tantissimi migranti in "regime di doppia pena", considerato che hanno già scontato una pena in carcere; tossicodipendenti in cura a cui viene negata la somministrazione di farmaci e che pertanto ci chiedevano più dosi di valium; ragazzi in stato depressivo tale dà non riuscire da venti giorni ad alzarsi dal proprio letto e neanche a mangiare; persone in uno stato evidente di confusione psichica che qualunque medico ne accerterebbe immediatamente l'incompatibilità con lo stato di detenzione. La Bossi-Fini, come la prosecuzione estremizzata ma assolutamente coerente della Turco-Napolitano del 1998, chiude ulteriormente le frontiere ed apre a logiche di isterismo securitario, inasprendo le politiche repressive nei confronti dei migranti. Questi mostri dello stato penale globale non sono "emendabili", perché oltre ad ogni valutazione puramente giuridica, rendono "legge dello stato" la violazione dei diritti fondamentali della persona e di cittadinanza, in nome del controllo sociale e della militarizzazione degli spazi di espressione. Un laboratorio politico di sperimentazione dello stato di eccezione permanente e della sospensione del diritto, a partire da Schengen e Dublino.La denuncia ancora più grave che la delegazione entrata a Lamezia Terme sottopone agli occhi di tutti, è che la gestione di questo posto è affidata alla cooperativa sociale "Malgrado tutto": questo privato sociale, così come certa chiesa, invece di premere ai confini del diritto per abbatterli, per allargare e moltiplicare diritti e spazi di esistenza, ha assunto in pieno quel mandato infamante di "normalizzazione", divenendo puro business umanitario funzionale alle pratiche di controllo e di esclusione sociale. La retta giornaliera che la cooperativa percepisce per ogni migrante detenuto è di circa 45 euro. Ma nonostante tutte le denunce, nuovi luoghi di reclusione come questo si stanno costruendo in ogni regione, in Puglia come in Liguria, come in Campania.

ERMINIA RIZZI


Peacelink (http://italy.peacelink.org/finestrasud/articles/art_2913.html)

Un Viaggio tra una vergogna dell'Italia: i CPT
CPT di Lamezia Terme
L'autore dell'articolo con il suo collega hanno visitato il CPT di Lamezia Terme prendendo visione di questa nuova vergogna italiana e del fallimento della Bossi Fini.
P.Giorgio Poletti
Fonte: Missionari Comboniani Castel Volturno
30 gennaio 2004

Entriamo nella gabbia: tutt'attorno alla vecchia fattoria ristrutturata come comunità di accoglienza per i tossico dipendenti e ora adibita a centro di permanenza temporanea si erge un'altissima tripla rete di ferro. Le reti superano addirittura l'altezza della casa e per le autorità bisogna andare ancora più in alto… e mettere sbarre, aumentare le protezioni. Un cortile all'aperto di circa 20 metri per 15 serve per i momenti d'aria, non è coperto e quando piove bisogna rimanere dentro. Gli spazi sono angusti per i 92 prigionieri. Per bontà di qualcuno entriamo: Padre Franco e io, mentre le due signore che stanno con noi rimangono fuori. Siamo sacerdoti e quindi qualche volta qualcuno ci privilegia. Siamo subito attorniati dalla folla dei "reclusi" pieni di speranza che ci chiedono chi siamo, tutti hanno qualcosa da chiedere: avvisare l'avvocato perché intervenga, far arrivare qualche messaggio a qualche parente affinché si sappia che non sono morti. Noi due siamo la visita della speranza. Molti dei "reclusi" sono del Nordafrica, anche se è difficile determinare di quale nazione. C'è qualche asiatico, ma non riesco a capire di dove.
Non c'è nessuna aggressività nei nostri confronti solo speranza che possiamo aiutarli. Anche se la permanenza in questo posto non può durare più di 60 giorni ci si accorge subito che è tempo sufficiente per stabilire equilibri interni, capi tra i reclusi e in questo gioca il direttore che entrato con noi manifesta familiarità verso qualcuno di loro che deve sottostare al gioco, poi appena si allontana qualcuno incomincia a parlare liberamente. Arriva poi il mediatore culturale, persona di servizio di fiducia del direttore... che ci accompagna nella visita. Il direttore cerca di andare incontro alle aspettative dei reclusi soprattutto cercando di organizzare la cucina nel rispetto delle usanze cultuali religiose dei prigionieri, molti dei quali di religione musulmana. Attorno, impiegati nei vari servizi, ci sono gli ex tossico dipendenti che fanno parte dell'associazione Malgrado Tutto. Questa associazione gestisce il campo all'interno, mentre fuori dal recinto ristretto, dalla gabbia, la polizia pattuglia e controlla…
Facciamo il giro di questo "carcere", aperto da circa 4 anni. L'odore del disinfettante non nasconde la puzza, le scale e i luoghi non nascondono la sporcizia accumulata in questi 4 anni e che una pulizia superficiale non riesce a togliere. A tutte le finestre sbarre e reti. Io non riesco a capire: siamo all'interno di una gabbia… Facciamo il giro di questa vecchia costruzione rimessa in condizione con economia… C'è il luogo della preghiera, la Moschea, una stanza coperta da tappeti ed alcune persone stanno pregando, poi visitiamo le stanze dove sono allineati 4 letti per ogni stanza, lo spazio è angusto e non è secondo le norme stabilite dal Ministero. Molte belle le norme stabilite dal Ministero, peccato che spesso siano disattese oppure ci sia solo l'ufficialità e la parvenza.
Il Direttore, della cooperativa " Malgrado Tutto", che gestisce il centro, ci spiega che lui cerca di aiutare i reclusi. Si sente offeso perché lo hanno accusato di non distribuire le schede telefoniche secondo le norme ministeriali. C è un po' di confusione sulle lamette da barba, la paura che le usino per farsi del male esige controllo…
Alcuni dei reclusi hanno delle fasciature sui bracci e qualcuno le nasconde sotto le maniche della maglia. La cosa mi incuriosisce e allora faccio scoprire qualche braccio. Sotto le fasciature, alcune improvvisate, vedo tagli profondi, impressionanti. Diversi dei reclusi che mi stanno attorno hanno questi tagli. Io non riesco a capire: come si può arrivare a ferirsi in questa maniera, quale aggressività si nasconde dietro a questi gesti? Qualcuno mi spiega: i reclusi vivono nel terrore di essere rimpatriati nei loro paesi d'origine dove sanno che la loro vita è in pericolo. I poliziotti quando identificano qualcuno vengono durante la notte, lo prendono e lo portano via (così mi è stato detto).
Questi uomini vivono nel terrore folle di essere deportati e alcuni hanno il terrore della notte, quando arriva la polizia che normalmente presidia il campo fuori dalla "gabbia". Per evitare o ritardare il processo di rimpatrio allora questi disgraziati si feriscono anche gravemente…è la disperazione.
Mi rendo conto che in mezzo a loro ci sono di quelli che non ci stanno con la testa, poi ci sono tossici e ex tossici e non dovrebbero trovarsi in questo posto, bensì in un altro dove dovrebbero essere assistiti psicologicamente. Tutti insieme a coloro che sono stati portati quindi perché il permesso di soggiorno è scaduto.
E' vero c'è la psicologa che fa udienza al pomeriggio, ma è la psicologa al servizio dell'istituzione…, come l'avvocato che dovrebbe assistere le persone legalmente che certamente non sarà zelante nell'aiutare legalmente i suoi assistiti d'ufficio. All'interno della gabbia c'è di tutto, in un livellamento di problematiche impressionante. C'è anche la perdita della dignità umana, sono considerati dei criminali da neutralizzare.
La "fossa dei serpenti" dove vivono questi disgraziati è il fallimento di una politica governativa che conosce solo la punizione. Sono centri di detenzione dove gli immigrati sono rinchiusi senza aver commesso crimini, spesso l'unica colpa è quella di essere disoccupato e qualche volta denunciato da un datore di lavoro. Ancora una volta è la legge Bossi-Fini che non rispetta la dignità e l'umanità delle persone. Bisogna come uomini e come cristiani fare obiezione a questa legge.
In questi giorni le massime autorità dello Stato hanno riempito di parole i massmedia su quella tragedia epocale che è stato l'Olocausto, il massacro degli Ebrei. Ricordare questa tragedia immane del passato deve aiutarci ad essere attenti al presente, ad una sensibilità ed una umanità a difesa delle persone. Certo i CPT non sono i Lager nazisti, sarebbe tradire la storia, ma anche in questi centri si scopre quella mancanza di pietà e di riconoscimento della umana dignità, la coercizione e la punizione, il non riconoscimento dei diritti umani. Alle nostre autorità che hanno fatto la passerella sull'Olocausto rivolgiamo l'invito ad esercitare la difesa dei diritti umani nei confronti di questi disgraziati del nostro tempo: i nuovi dannati ed emarginati.
Concludiamo la visita con le parole del Direttore: "andate, andate a Crotone e vedrete come questo campo di Lamezia è ancora decente", secondo lui… Andremo anche a Crotone, nel nostro viaggio sui CPT, una nuova vergogna italiana.
Padre Giorgio
Missionari Comboniani


Nigrizia.it (http://www.nigrizia.it/doc.asp?ID=6193)

VISTI DA DENTRO
Michela Trevisan

Quattro mesi di monitoraggi all'interno dei Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta) italiani. Nel suo rapporto Medici senza frontiere Italia (Msf) traccia un quadro "abbastanza fallimentare", fatto di edifici inadeguati, scarsa assisistenza legale e psicologica, e lesioni dei diritti umani.


Per la prima volta un'organizzazione indipendente ha realizzato in Italia uno studio dettagliato sulla situazione nei Centri di permanenza temporanea. Nel 2003 la sezione italiana di Medici senza frontiere ha monitorato, da luglio ad ottobre, la situazione negli undici Cpt e nei cinque centri cosiddetti "ibridi" (destinati esclusivamente ai richiedenti asilo) sul territorio.

I Cpt sono strutture istituite dalla legge Turco-Napolitano, nel 1998, per il trattenimento e l'identificazione, ai fini dell'espulsione, dei cittadini stranieri colti sul territorio nazionale in condizione di irregolarità. Andrea Accardi è uno dei curatori del "Rapporto sui centri di permanenza temporanea e assistenza" di Msf.

Che quadro è emerso, in generale, dal vostro rapporto?

Il quadro è abbastanza fallimentare. Il nostro è stato un approccio "di sistema", quindi sull'intera rete di centri italiani; abbiamo trovato però non un sistema unito e interattivo, ma un arcipelago di isole, che dovrebbero lavorare in maniera omogenea, ma che in realtà funzionano come singoli isolotti, scarsamente collegati fra loro.

Abbiamo constatato anche, in alcuni casi, violazioni di procedure al momento dell'ingresso e il mancato rispetto dei diritti degli "ospiti" durante il periodo di permanenza. Al momento dell'uscita poi, esiste un sostanziale distacco da tutti quegli elementi presenti sul territorio, che in realtà dovrebbero avere un contatto con i Cpt (mi riferisco a Asl, Sert, al dipartimento di salute mentale…).

Tra le altre cose voi sottolineate l'inadeguato trattamento riservato in alcuni casi ai richiedenti asilo, una categoria che dovrebbe godere di particolari tutele…

C'è in effetti questa particolarità: i Cpt non dovrebbero essere centri in cui vengono ospitati i richiedenti asilo o persone in procinto di farne richiesta. In realtà però sono state trovate spesso persone che avevano intenzione di richiedere asilo durante la permanenza nei Cpt. È il caso di Torino, dove abbiamo riscontrato una sostanziale disinformazione in merito alle procedute da seguire nel caso in cui un ospite irregolare esprima la volontà di richiedere asilo. Nonostante questi centri non siano pensati per ospitare i richiedenti asilo, può capitare che esistano casi come questi. Ci è sembrato quindi doveroso sottolineare la scarsa professionalità in questo senso.

In quali centri avete trovato migliori condizioni per quanto riguarda la tutela delle norme interne, dei diritti umani e dal punto di vista igienico-sanitario, e quali sono invece i peggiori?

Nel rapporto si chiede la chiusura di tre centri di permanenza temporanea: quelli di Trapani, Lamezia Terme e Torino. Il centro Serraino Vulpitta di Trapani (dove è in corso il processo a carico dell'ex prefetto per il rogo del 28 dicembre 1999 n.d.r.) è stato chiuso il 22 novembre 2003 e dovrebbe riaprire a breve, ma non si sa quali tipi di interventi siano stati realizzati.

Lamezia Terme ha subito alcune piccole ristrutturazioni dopo una breve chiusura e Torino in realtà non ha mai chiuso ed è una struttura completamente inadatta ad ospitare esseri umani. Le persone sono costrette in containers, definiti "moduli abitativi" (con all'interno un solo bagno e i letti per otto persone) appoggiati su un piazzale di cemento. Durante l'inverno il freddo è pungente, mentre d'estate vi si soffre un caldo soffocante.

Per quanto riguarda le strutture migliori sicuramente da segnalare quelle di Bologna, Modena e Milano.
Ciò che ci preme sottolineare però è che alcune dinamiche all'interno dei centri strutturalmente peggiori, si riscontrano anche in centri in cui la struttura è in realtà più accettabile.

L'esempio è quello di Modena e Trapani. Casi di autolesionismo incontrati nelle visite a Trapani (tagli sul torace o sulle braccia prodotti con lamette o con qualche corpo affilato) si ritrovano anche a Modena, dove i trattenuti affilano le carte telefoniche sul muro per prodursi tagli. Questa pratica è in realtà dovuta ad un senso di insofferenza e di impossibilità di trovare una soluzione alla propria situazione esistenziale.

Esiste un adeguato supporto informativo dal punto di vista legale?

Una delle cose evidenziate è appunto la necessità di aprire questi centri a visite di enti esterni di tutela. Invece, in realtà, abbiamo riscontrato l'esistenza di un sistema, quello dei Cpt, nel complesso assolutamente impermeabile a qualunque penetrazione. Non esistono quindi enti di tutela esterni che hanno accesso all'interno delle strutture e la tutela legale è esclusivamente di competenza dell'ente gestore.

Chi si occupa di immigrazione in Italia da tempo definisce i Cpt come veri e propri centri detentivi. Quali sono le caratteristiche che ne fanno qualcosa di simile al carcere, anche dal punto di vista strutturale?

È un argomento che si può affrontare da due punti di vista. Il primo è quello della popolazione trattenuta all'interno dei centri: abbiamo rilevato che la media delle persone ex-detenute presenti nel Cpt si aggira intorno al 60% con punte molto alte (del 90%) a Modena. Questo oltre ad essere in aperta violazione dell'articolo 15, comma 6 della Bossi-Fini (che dice che lo stato di detenzione all'interno di una struttura carceraria deve permanere fino al momento del rimpatrio), in realtà dà veramente l'idea dei Cpt come di un'estensione del sistema carcerario per cittadini stranieri, proprio perché la percentuale di detenuti è così alta.

Né la Turco-Napolitano né la Bossi-Fini prevedono che un detenuto o un ex detenuto venga tradotto in un Cpt; la stessa Bossi-Fini specifica molto chiaramente che i documenti utili ai fini del rimpatrio debbano essere acquisiti in carcere. È una pratica dei singoli centri che fa rendere i Cpt un estensione del sistema carcerario.

Dal punto di vista delle strutture ovviamente i Cpt essendo atti al trattenimento hanno una struttura che deve mantenere questo tipo di obiettivo, e sono quindi dotati di sbarre e barriere antifuga.

Quali sono le proposte di Msf?

Ci sono proposte di breve e lungo periodo. Per quanto riguarda le prime chiediamo una più ampia apertura dei centri. Ringraziamo il ministero dell'Interno per averci permesso l'acceso ai Cpt e crediamo che questa pratica debba essere estesa anche ad altre realtà di tutela esterne, che possano entrare nei Cpt e fornire quel sostegno che non viene garantito da istituzioni e strutture presenti.

In generale poi, nel lungo periodo, il sistema, in cinque anni di applicazione, dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, ha dimostrato di non funzionare. È quindi necessario un ripensamento generale dell'intera disciplina e una riflessione su quanto i Cpt possano veramente fare per un più corretto approccio alla gestione dell'immigrazione irregolare.

Quello dei "migranti" è uno dei grandi temi di Nigrizia.