Il Bilancio Partecipativo in Indonesia:
verso una democratizzazione a piccoli passi

di Giovanni Allegretti (1)

Maggio 2003

L'anomalia del conflitto di interessi apparenta l'Italia alla Thailandia? Esistono, però, anche aspetti che ci accomunano all'Indonesia. Ad esempio, una spinta al neocentralismo regionale mascherato da federalismo, contro cui esperimenti di democratizzazione locale e una crescita di movimenti civici va combattendo. Oggi, nel più grande paese asiatico a prevalenza musulmana, si tenta di ricostruire la democrazia a partire 'dal basso'. Leggendo dei percorsi che vengono da lontano dal punto di vista della lotta alla corruzione e del bisogno di trasparenza. Come il Bilancio Partecipativo, di cui in alcuni territori dell'arcipelago si tenta oggi un adattamento critico.

Viene sovente definito come un Paese 'arbitrario' (2) , perché costruito sulle politiche coloniali di assimilazione degli olandesi e poi sulla militarizzazione diffusa che ancora stenta a lasciar spazio alle istituzioni civili (il partito dei militari detiene 120 seggi in Parlamento e 38 deputati sono militari di nomina governativa).
Oggi l'Indonesia conta 14.000 isole con oltre 150 vulcani attivi e con i suoi 210 milioni di abitanti (87% musulmani) è il 4° Paese più popoloso al mondo. Vi abitano 300 gruppi etnici che parlano 200 lingue diverse, cosa che ha reso necessario 'costruire' il bahasa indonesiano, un idioma dalla grammatica essenziale che suona come un esperanto ante-litteram, indispensabile alla comunicazione all'interno dell'arcipelago.
Solo da pochi anni il Paese va vivendo una transizione verso la democrazia, sotto lo slogan 'Bhinneka Tunggal Ika' [Unità nella diversità]. E lo fa tra mille contraddizioni, che sono riesplose il 18 maggio con il fallimento del Vertice di Tokyo e la fine della tregua promossa dalla politica di dialogo del presidente Wahid con i ribelli del GAM, il movimento di liberazione dell'Aceh, regione settentrionale dell'isola di Sumatra che - come Papua e l'Irian Jaya - da tempo non nasconde le sue mire indipendentiste. Oggi, 45.000 soldati sono nella regione per fronteggiare poco più di 5000 miliziani ribelli.
È potenziando il decentramento che l'Indonesia cerca oggi la sua via verso il mantenimento di un'unità nazionale minacciata già mentre il 'padre della patria' Sukarno proclamava l'indipendenza del Paese, dopo la cacciata dei colonizzatori olandesi avvenuta all'indomani della seconda guerra mondiale, dopo alcuni anni di dominazione giapponese (1942-45).

Sul tema, comincia ad esistere una buona letteratura (3) che chiarisce come, in realtà, i primi provvedimenti in materia di decentramento risalgono al 1903, quando gli oppressori olandesi vi lessero la possibilità di migliorare l'efficacia e l'efficienza della macchina amministrativa. Variazioni al tenue processo attivato solo in alcune isole principali dell'arcipelago furono apportate nel 1921, e in ben tre occasioni negli anni '40: ma ci si limitò sempre a trasferire funzioni dal governo centrale alle province, senza occuparsi né di distretti né di municipalità. Nel 1959 fu lo stesso presidente Sukarno, con la scusa di alcune ribellioni locali, ad emettere il Decreto n° 6 che - congelando il processo di costruzione di un democrazia costituzionale iniziato nel 1950 - vanificò anche la normativa sul decentramento, approvata con Legge n° 1/1957 (4).
A questi numerosi aborti se ne aggiunse un altro durante il regime dittatoriale di Soeharto denominato Ordine Nuovo (1966-1998): la Legge-quadro n° 5/1974, che portò il numero delle province da 9 a 26 e costruì delle Agenzie Regionali che gestivano a livello locale alcune mansioni del governo nazionale e non alteravano il piglio autoritario del nuovo regime.

Il provvedimento accettava la necessità di un decentramento di poteri sul territorio solo in quanto mezzo per una maggiore efficienza gestionale, ipotizzando di riconoscergli legittimità solo dopo averne constatato gli esiti concreti. La legge - troppo generica per sortire effetti positivi nella riorganizzazione della macchina pubblica - non portò risultati visibili: essa rimandava, infatti, a specifici regolamenti di dettaglio che non furono mai elaborati, contribuendo ad un rapido affievolirsi della volontà politica di mettere realmente in pratica misure di decentramento. Come se non bastasse, il boom petrolifero di quegli anni portò ad un ribaltamento degli originari obiettivi redistributivo della legge 5/74, cooptando le diverse regioni del Paese attraverso un proporzionamento delle risorse concesse ai loro differenti livelli di sviluppo.
Solo nel '92, sotto le pressioni delle grandi istituzioni finanziarie internazionali, il tema del decentramento fu ripreso in mano dall'attivissimo ministro dell'Interno Rudini che - con i Regolamenti 45/1992 e 8/1995 - trasferì le funzioni di 19 ambiti tematici ai distretti (reggenze) e ai comuni, e lanciò il 'Progetto Pilota Regioni Autonome'. La scarsa copertura finanziaria e la poca convinzione delle due misure provocò una forte asimmetria tra il decentramento delle responsabilità, delle risorse e delle capacità decisionali, che è stata colmata solo parzialmente con le Leggi 22 e 25 del 1999, all'inizio - cioè - della nuova avventura democratica cominciata con la transizione del presidente Jusuf Habibie, e continuata con le elezioni del 7 giugno '99.
Il periodo intercorso tra questi ultimi provvedimenti ha reso evidente la necessità di riformare la Legge 32/56 (che stabiliva le relazioni fiscali tra centro e periferia, sbilanciandole a favore del primo) e di rendere più graduale la sperimentazione del decentramento, riducendo ad 11 le aree di competenza degli enti locali, e garantendo loro risorse, personale e infrastrutture adeguate. Ma - soprattutto - la fine della dittatura di Soeharto ha evidenziato la necessità di ampliare gli obiettivi del decentramento, non limitandoli ai contributi offerti all'efficienza gestionale, all'accountability, alla trasparenza e alla stabilità macroeconomica, ma estendendoli alla democratizzazione istituzionale, alla partecipazione popolare, al raggiungimento di una maggior giustizia distributiva e alla valorizzazione delle diversità dei differenti territori del Paese.
Solo il Regolamento del Ministero dell'Interno 29/2002 ha cominciato a prevedere il coinvolgimento della società civile nelle decisioni pubbliche, ma non ne ha chiarito i modi e lo ha relegato soprattutto al livello locale. Nel frattempo, la regolamentazione delle responsabilità tra distretti (kabupaten) e città (kotamadya) ha assunto un interessante aspetto non gerarchico, facendo dei due livelli di decentramento dei protagonisti di azioni complementari e potenzialmente cooperative.

 

L'assillo dell'Unità Nazionale

Come ha scritto lo studioso australiano Grayson Lloyd, finora "le basi dell'unità nazionale indonesiana hanno affondato i piedi più nella prossimità geografica, in un'accidentalità storica e nell'omogeneità culturale e etnica imposta dall'alto che non in un sentimento di appartenenza nazionale". E se nel '99 la liberazione di Timor Est "ha mostrato che lo Stato-Nazione dell'Indonesia è capace di restringersi senza collassare e non è meno Indonesia di come era prima, anche se avrebbe potuto esserlo" (5), la paura di una mancanza di coesione che lo faccia esplodere resta sempre dietro l'angolo. Specie dopo la crisi delle Tigri asiatiche del 1997, che hanno costellato il Paese di scheletri di costruzioni mai terminate, frutto dell'incipiente (e abortito) boom economico.
Trent'anni di autoritarismo (terminati con la rivolta del 21 maggio '98 e l'arresto del Presidente) hanno alterato la reale percezione di quale unità sia possibile, ed hanno creato una casta militare (TNI) che oggi vive la graduale emarginazione dalla vita politica con crescente frustrazione e rabbia. Per questo - approfittando della fragilità politica - ci sono settori dell'amministrazione ex-militare (ora 'civilizzati' in molte delle loro mansioni (6)) che tornano ad agitare i fantasmi dell'indipendentismo e del terrorismo che già furono sovrastimati da Soeharto con l'esplicito intento di giustificare la militarizzazione dell'arcipelogo e la repressione dei suoi oppositori politici, inclusi quelli moderati.
Del resto, il Nazionalismo indonesiano si è evoluto rapidamente dopo il soffocamento del rigurgito colonizzatore olandese del 1946-48, la nascita del movimento giovanile (Permuda) e l'approvazione della costituzione repubblicana, che faceva solo piccole concessioni alle richieste di 7 province in cui venivano raggruppate le isole dell'arcipelago. Il modello di stato federalista proposto dagli olandesi (centrato sull'autonomia di Borneo, Java, Sumatra e Isole Indonesiane orientali) fu visto come una strategia per 'comandare, dividendo' il movimento nazionalista e alimentando la reciproca competizione tra le diverse parti dell'arcipelago. Non è un caso che - in meno di un anno - il modello di Repubblica Federalista proclamato nel '49 (detto RIS o Republic Indonesia Serikat) fu soppiantato da un ritorno allo Stato Unitario che si trasformò facilmente in dittatura nel 1965. Poche sono state (come nel caso delle Molucche del Sud) le resistenze di movimenti pro-federalisti: essi rischiavano, infatti, di confondersi con moti pro-colonialisti. Più frequenti, invece, le 'spinte centrifughe dovute al sistema economico' dimostrate dalle attente analisi di Mackie (7). Ad esse lo Stato rispose cercando di omologare alcune vocazioni produttive dell'arcipelago, prima tra tutte quelle turistica che vide la creazione di convenienti pacchetti che abbinavano località ipervalorizzate (come Bali) ad itinerari minori ancora da scoprire. Così fu favorito lo sfruttamento e (talora) lo snaturamento di molti territori ancora incontaminati, asserviti ad insostenibili modelli di utilizzo delle risorse naturali, a pro del turismo straniero.
Il riprestarsi dei movimenti separatisti sulla scena politica è quindi un fenomeno recente del ritorno alla democrazia. Un fenomeno più complesso della mera avversione al 'dominio del centro', che si collega a lotte tra esegesi moderate e radicali dell'Islam, ma - soprattutto - agli specifici legami (vivi e percepibili nella cultura religiosa indonesiana) da queste mantenute con una lunga tradizione storica e socioculturale che proprio nell'Aceh, a Papua e a Timor Est aveva visto emergere le maggiori peculiarità locali (8).
In questo quadro, il decentramento - finora visto più come un meccanismo di promozione della stabilità politica che non come strumento di garanzia della democratizzazione e dell'efficienza istituzionale - va arricchendosi di nuove accezioni interpretative.

 

Un decentramento 'zoppo'

La strada verso la valorizzazione della capacità di governo locale sembra oggi in salita, nonostante basi più solide che in passato. Il tentativo del governo di incentivare economicamente il ritorno volontario dei funzionari ministeriali ai territori di origine (trasformandoli in tecnici e amministratori delle 26 province, delle 240 reggenze autonome o dei municipi) non ha avuto - per ora - successo. Uno dei disincentivi naturali a questa politica è venuto dalla possibilità di raddoppiare gli stipendi attraverso l'articolato sistema della corruzione, più difficile da sradicare nella capitale, con i suoi contrasti sociali e il caos che comporta gestire quasi 11 milioni di abitanti.
Inoltre, le prime sperimentazioni del decentramento delle funzioni 'centrali' si è scontrato con l'impreparazione a governare di molti territori, con il trionfo degli egoismi e delle furbizie locali e con il diffondersi di modelli di sviluppo insostenibili, i cui danni sono stati moltiplicati dalla mancanza di investimenti sulla 'formazione di capacità' e sui controlli delle scelte demandate al locale, a cui oggi si tenta di porre rimedio anche con campagne formative finanziate da organismi internazionali.
La frettolosità del processo recente di decentramento ha determinato, per esempio, la crescita esponenziale dei disboscamenti selvaggi in molte isole (con l'eccezione di Sumatra occidentale), al punto che il governo indonesiano ha dovuto riavocare a sé il settore delle Foreste - e poi molti altri - su cui aveva devoluto potere alle province o ai distretti solo pochi mesi prima.

Oggi la tentazione 'centralista' non sembra per nulla scomparsa; e poco spazio viene lasciato alla pianificazione 'dal basso', invocata formalmente già dal 1982 come luogo per la conoscenza dei bisogni e delle risorse dei tanti e differenti territori che compongono l'Indonesia, e come chiave dei processi di sviluppo programmato del Paese (i cosiddetti P5D).
Eppure qualcosa - proprio 'dal basso' - sembra muoversi, riflettendo su come una vera democrazia sia impossibile da conquistare se su di essa non si fanno investimenti e non si ha la pazienza di stimolare un cambiamento della cultura politica, al centro come in periferia impantanata nella corruzione dei governanti come dei funzionari pubblici di ogni ordine e grado. È così che da 2 anni ha preso avvio una forte campagna per la moralizzazione dell'amministrazione pubblica, condotta insieme da movimenti popolari e studenteschi, associazioni della società civile e ONG; queste ultime finanziate soprattutto da agenzie internazionali come l'UNDP, la Banca Asiatica per lo Sviluppo, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario, dalla Partnership for Governance Reform in Indonesia, dalla cooperazione decentrato o ministeriale di Paesi Europei e da università degli Stati Uniti (9) e della vicina Australia, preoccupatissima che l'instabilità politica possa portare ad un'esplosione dell'unità del Paese (10).
Si moltiplicano eventi di riflessione collettiva e di formazione, dove talora gli estremi si toccano: seppur, infatti, i richiami al buon governo locale dei movimenti sociali e della Banca Mondiale hanno matrici interpretative e obiettivi non consonanti, le battaglie che conducono trovano a volte dei punti di incontro. Di uno di questi momenti sono stato testimone diretto, su invito dell'ONG "TI-Indonesia", membro locale della rete Transparency International, che (con il patrocinio UNDP) sta guidando una campagna di messa a rete di esperienze di democratizzazione del governo locale, e sta promuovendo tentativi di adattamento creativo del Bilancio Partecipativo latinoamericano alla realtà indonesiana. A partire da un fuoco di lettura che salda insieme i richiami alla trasparenza, alla responsabilizzazione contabile e al coinvolgimento dei cittadini nelle scelte e nel controllo delle politiche locali; per cercare di ribaltare il triste primato dell'Indonesia, che detiene il 3° posto al mondo negli sprechi di risorse pubbliche dovuti alla corruzione, secondo il ranking della classifica internazionale di Transparency International.
Chiamato ad incontri con ONG, università e autorità locali in un Paese che vive un momento di stimolante trasformazione, più che a trasmettere, mi sono trovato ad ascoltare e visitare contesti per me nuovi e gesti coraggiosi, che hanno come palcoscenico piccole isole, comunità urbane o regioni montane di questo Stato-arcipelago. In ognuna di queste esperienze si ritrova la volontà di riscatto di realtà locali che cercano di andare controcorrente rispetto ad alcune consuetudini apparentemente immodificabili.

 

Una storia esemplare

"Il decentramento è un bimbo da nutrire per gradi; non gli puoi dare ostriche prima di averlo svezzato con il latte e gli omogeneizzati. In Indonesia, invece, la fretta di rispondere alle condizioni poste dal meccanismo degli aggiustamenti strutturali ha dato un'innaturale accelerazione al decentramento su cui poi si è dovuto far marcia indietro. Responsabilità, capacità decisionali e risorse sono state decentrate - seppur in maniera asimmetrica - senza arare il terreno della macchina amministrativa e della cultura diffusa. Non investire sulla loro trasformazione ha rischiato di determinare un collasso". È una considerazione che viene dall'esperienza di Masriadi Martunus, reggente del Tamah Datar, una regione montana che si sviluppa intorno alla città di Batusangkar (75.000 ab.), nella parte occidentale dell'isola di Sumatra, dove l'analfabetismo è al 5% (15% tra gli anziani) e il livello di abbandono scolastico al 2%.
Masriadi è stato scelto come 'testimone di un cambiamento possibile' per rappresentare le nuove pratiche territoriali indonesiane al seminario internazionale di Transparency International in Corea del Sud, dove si cercano strategie per far germogliare 'dal basso' un'unione virtuosa del decentramento e della partecipazione. Masriadi è un atipico commerciante che ha fatto fortuna a Giakarta, dove è emigrato come è costume (più per tradizione che per necessità) di oltre il 52% degli abitanti di quest'area, che oggi va arricchendosi anche grazie alle rimesse dei suoi emigrati. Unisce una predisposizione personale al dialogo con i cittadini alla dirittura morale, senza sottacere la "libertà che la mia ricchezza mi dà dal vincolante sistema delle tangenti che regola l'ambito politico-amministrativo in cui sono stato catapultato. Persino il mio credo nel libero mercato è uscito sconfitto da un sistema in cui in realtà ogni forma di legittima concorrenza viene annullata. Solo la cooperazione dal basso e la messa in trasparenza di tutte le fasi delle decisioni pubbliche può ribaltare questo sistema culturale'.
Nominato reggente nel gennaio 2002 (dopo una breve esperienza come coordinatore distrettuale), Masriadi ha puntato subito sullo snellimento della macchina amministrativa dove la mancanza di trasparenza gestionale e la corruzione diffusa tendevano a duplicare i costi di ogni opera e servizio pubblico, riducendone il livello di qualità. Per prima cosa ha innalzato il livello formativo dei dipendenti e ha ridotto da 22 a 7 i dipartimenti, andando controcorrente rispetto a una 'ridondanza consociativa' tipica della politica Indonesiana, che ha talora raggiunto apici di amara comicità, come i 100 ministri che il governo Soeharto contava nel '65 (oggi sono meno di 50). Masriadi ha unito questa strategia 'rompighiaccio' ala volontà di ascoltare i suoi concittadini, creando un peculiare processo di Bilancio Partecipativo che ha come riferimento un territorio agricolo-pastorale di 350.000 abitanti (distribuiti su 75 villaggi) e ha gestito nel 2002 un bilancio di circa 30 milioni di Euro (25 per il 2003), di cui il 13-15% destinati a investimenti in opere e servizi.
"Non è semplice convincere le persone a partecipare alle assemblee, perché non hanno fiducia nel sistema che le chiama a raccolta. Si immaginano che siano occasioni di costruzione del consenso e che nulla cambierà. Sono però convinto che solo i cattivi politici possano giustificare un'assenza di partecipazione alle scelte, dicendo che gli abitanti sono stati chiamati ma non sono venuti a discutere…Un buon politico ha molti modi per dare successo alle pratiche partecipative, ma deve fare su di esse un forte investimento. Intanto, se dai rapida esecuzione alle opere richieste, sono gli stessi risultati a richiamare i cittadini, come è successo da noi con il rinnovamento del sistema stradale. Poi perché può aprire il controllo popolare su ogni fase della realizzazione". È per questo che il reggente ha proposto la costruzione di un 'Corruption Watch', un osservatorio popolare in cui convergono associazioni e ONG dell'intera area, che si propone di osservare ed immaginare misure per dare trasparenza alle scelte pubbliche e farne precondizione del coinvolgimento dei cittadini nelle scelte.
"Ci vuole molta volontà politica e bisogna essere pazienti, perseveranti e cocciuti. Non basta essere onesti e volenterosi. Bisogna lavorare ad accorciare le distanze tra la politica e i cittadini che nella cultura locale sono enormi. Anche da un punto di vista della percezione soggettiva, il politico è visto come un semidio lontanissimo dalla vita normale. La difficoltà maggiore è che a volte la gente sembra non saper che fare col denaro pubblico. Ma è solo perché non è abituata a scegliere; va formata, assistita…Poi risulta chiaro che partecipazione chiama partecipazione, così come l'appetito vien mangiando. E poi si pone il problema di uno scarto non semplice: produrre sviluppo locale per avere nuove risorse con cui dare coerenza alle scelte fatte con i cittadini, che rischiano di essere una sommatoria di domande puntuali non collegate da un progetto culturale".
Masriadi sa bene che la sua volontà politica di cambiamento sta mettendo a rischio la sua carriera politica, creando molti malumori tra i tradizionali potentati locali. Ma non sembra interessargli di 'interrompere la professione': lo preoccupa solo che quest'esperimento innovativo non abbia seguito e tutto torni come prima. "Molto dipende anche dalla visibilità che riuscirò a dargli, e dalla convinzione del reale cambiamento che maturerà nei cittadini. Il rischio è che accettino di tornare ad essere delle "couch potatoes", distesi a mangiare Keripik Balado, le famose patatine della mia regione, davanti ad una Tv che rimbecillisce".
Un ostacolo a questo sta nella sua natura e nelle sue convinzioni religiose visto che - osserva - "L'Islam impone di non vantarsi delle proprie opere e tenere un basso profilo". Varie ONG della regione si stanno interessando dell'esperienza e sperano di riuscire a portarla come esempio in ambito internazionale, proprio per ovviare all'attuale confinamento in ambito micro-locale. Ma altri aggressivi ostacoli vengono da fuori e sembrano innestarsi proprio sul riconoscimento dell'esperienza. Ad esempio, la Vicepresidente della Repubblica Megawati Sukarnoputri ha premiato il governo del Tamah Datar per queste pratiche che hanno aumentato la partecipazione popolare nei processi di finanziamento e distribuzione delle risorse pubbliche. Ma lo Stato ha poi tagliato i fondi destinati all'area, vista la capacità di crescita autonoma dimostrata nel passare da un bilancio di 1,6 miliardi di rupie nel 2000, ad uno di 5,4 nel 2001 fino agli 11,3 del 2002.
Del resto, oggi il panorama politico indonesiano è segnato da una forte corrente politica (capeggiata dal partito PAN di Amien Rais) che sostiene l'idea della 'devolution', ovvero di un federalismo di ritorno con venature egoistiche. Specie nelle regioni ricche di petrolio come Riau, Maluku o East Kalimantan, dove la mancata proporzionalità tra quanto prodotto e quanto ridistribuito a livello locale dal Governo centrale, va provocando crescenti malumori e disordini di piazza.
La legge 25/99 sulle responsabilità fiscali ha già fatto un passo in direzione della 'devolution', lasciando l'80% delle risorse provenienti da miniere, pesca e foreste agli ambiti regionali, il 15% dei proventi del petrolio e il 30% di quelli dei gas naturali. Il 25% del bilancio nazionale è, invece, reinvestito nei territori a seconda delle necessità locali, come 'misura redistributiva'. Ma ciò non pare sufficiente a soddisfare i bisogni delle regioni più povere di risorse. Si rinforzano così i malumori locali, proprio mentre - dopo 32 anni di veto governativo sui ogni discussione riguardante i tabù nazionali dell'epoca Soeharto noti come S.A.R.A. (11) (temi religiosi, interrazziali ed etnici) - la riscoperta di altri nodi irrisolti dello Stato Indonesiano rischia di mettere in crisi la visione nazionale la cui costruzione era stato il principale obiettivo del Presidente Sukarno negli anni '50.


Declinazioni locali

A questo stato di cose fanno da controcanto diversi esperimenti 'ribelli' in singoli territori locali, che cercano di far tesoro di un'unità nazionale ancora non garantita per costruire dal basso un diverso senso di coesione centrata sulla ricostruzione di un rapporto fiduciario tra politica locale e società civile. Accade nelle regioni di Tuban e Gowa (dove si vanno sperimentando forme contestualizzate di Bilancio Partecipativo) e nella città di Bulukumba, nella parte meridionale di Sulawesi. Qui, l'ONG "Assemblea Popolare" sta dando visibilità ed appoggio logistico a pratiche di boicottaggio delle imposte governative sulla proprietà immobiliare che alcuni comuni stanno incrementando da circa 3 anni, per destare l'attenzione sulla necessità di trasformarle in tasse utilizzabili a livello locale, di cui sia possibile seguire l'intero iter di utilizzo, invece che accettarne la 'scomparsa' nel mare magnum ministeriale di Giakarta.
Anche nella capitale, comunque, crescono i fermenti per elaborare ipotesi su come monitorare i percorsi di utilizzo dei prelievi fiscali al cittadino (magari attraverso fondi speciali vincolati). L'ONG FITRA, ad esempio, è oggi a capo del movimento Membangun PB per lo 'sviluppo del Bilancio Partecipativo' a diversi livelli di governo, attraverso azioni dimostrative che denunciano casi eclatanti di corruzione che vengono alla luce dall'analisi dei conti pubblici che l'organizzazione ha iniziato autonomamente a portare avanti in alcune località del Paese.
Declinato in rapporto alla lotta alla cultura della naturalità della corruzione (fondamento per qualsiasi efficace politica di decentramento), lo stesso percorso del Bilancio Partecipativo - che da anni osservo nelle sue centinaia di versioni locali contestualizzate - mi è apparso sotto una luce di versa. Ne ho potuto, infatti, cogliere un aspetto che finora mi era parso secondario: il forte ruolo di 'ridirezionamento politico' che possono svolgere - al suo interno - i ritrovati 'tecnici' (costruzione di indicatori di spesa e di performance, matrici che traducono in numeri i desiderata espressi in forma narrativa dagli abitanti durante le assemblee pubbliche, senza falsarne i contenuti). Co-elaborare con i cittadini gli strumenti tecnici per gestire in maniera trasparente la spesa pubblica e monitorare il grado di coerenza delle azioni con le promesse elettorali può essere - infatti - una rivoluzione enorme per rifondare una cultura. Perché disinnesca i poteri occulti delle tecno-burocrazie e toglie ai cittadini molti degli alibi con cui la loro pigrizia avvalla il perpetuarsi di un sistema fondato sulla connivenza tra corrotti e corruttori. Lo sanno bene anche in Senegal e Camerun dove i primi esperimenti di Bilancio Partecipativo tendono ad innestarsi proprio sugli Osservatori Popolari delle Promesse Elettorali.
Va dato, pertanto, onore al merito a quelle amministrazioni locali e a quelle reggenze e/o distretti che su questa trasformazione (politica e culturale seppur apparentemente solo 'tecnica') vanno centrando la loro battaglia di rinnovamento, più rivoluzionaria che riformatrice: attuata con le armi del dialogo, della formazione e della gradualità ma assolutamente dirompente per un contesto dove sovente mancano le pre-condizioni per un coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni pubbliche, a causa dell'incrollabile sfiducia che gli abitanti nutrono verso i meccanismi oscuri della politica e della gestione amministrativa.
La stessa stima va anche a quelle ONG che non si accontentano di 'chiedere' cambiamenti alla politica, ma iniziano a sperimentare su se stesse il senso di responsabilità e la trasparenza, divulgando con l'esempio (applicato ai propri finanziamenti e alle proprie strategie operative) il valore di nuovi strumenti e percorsi decisionali limpidi e onestamente partecipativi.

 

1) Docente di Gestione Urbana all'Università di Firenze, e membro della rete Internazionale Démocratiser Radicalement la Démocratie.
2) G. Lloyd (2000), Indonesia's future prospects: separatism, decentralisation and the survival of the Unitary State, Parliament of Australia - Dep. of the Parliament Library, 27/6/2000, p. 6
3) Devas N. (1997), Indonesia: what do we mean by decentralization?, in Public Administration and Development, vol. 17; T. Brising, A century of Decentralisation…Decentralise. Easy to say. Difficult to do, Griffith University, Australia, Emmerson, D. (2000), Will Indonesia Survive?, in Foreign Affairs, vol. 79, n° 3, maggio-giugno;
MacAndrews, C. (1986), Central Government and Local Development in Indonesia, Oxford University Press, Singapore.
4) Cfr. J. D. Legge (1961), Central Authority and Regional Autonomy in Indonesia: A Study in Local Administration 1950-60, Cornell University Press, Ithaca.
5) G. Lloyd (2000, op. cit.), p. 13 e p. 3.
6) Del resto già nel 1965, l'esercito produsse la dottrina del Dwi Fungsi (Doppia funzione) proclamandosi al contempo forza militare e sociopolitica.
7) J.A.C. Mackie (1980), Indonesia: The Making of a Nation, Canberra, Research Schhol of Pacific Studies, Australian National University.
8) International Crisis Group Report (2000), Indonesia's crisis: chronic but not acute, 31 maggio 2000
9) Ad esempio, la Scuola di Pianificazione e Sviluppo dell'Università della California del Sud finanzia l'ambizioso progetto CBDI per la costruzione di 'capacità ai fini del decentramento' (cbdi@usc.edu)
10) Vedi: Cribb, R. (1999), Not the Next Jugoslavia: Prospects for the disintegration of Indonesia, in Australian Journal of International Affairs, vol. 53, n° 2, e Neazley K. (2000), Australia and Indonesia: Neighbours in Geography, Neighbours in Democracy, Australia-Indonesia Business Council, Jakarta, 2 maggio 2000.
11) La sigla sta per Suku, Agama, Ras, Antar-golongan.