L'attacco invisibile alla libertà di stampa

Robert W. McChesney

Gli ultimi sviluppi dell'attività legislativa del governo statunitense non fanno ben sperare sul futuro dei media indipendenti e non legati ai grandi gruppi editoriali. McChesney esamina i processi in atto e alcuni punti della discussione sul tema.


Sebbene molta parte dell'attività affaristica e di governo si sia bloccata dopo gli attacchi terroristici dell'undici settembre, la Federal Communication Commission è andata avanti con i suoi piani tesi a rivedere, e possibilmente eliminare, le proprie norme sulle concentrazioni di proprietà dell'editoria.

Esse includono proibizioni riguardanti il possesso di giornali e tv, oppure tv e sistemi via cavo, in uno stesso mercato, o norme che riducono il numero di tv che una stessa azienda può possedere, in modo che essa non possa raggiungere più del 35 per cento della popolazione del paese, e che limitano della stessa entità la percentuale della popolazione del paese che una società di tv via cavo può raggiungere.

Michael Powell, il presidente repubblicano della FCC, è noto per essere a favore dell'eliminazione di tutte queste norme. I repubblicani sono ora in maggioranza nella commissione, composta da cinque persone, e sono anch'essi per una rivoluzione nel campo. A meno che non vi sia una significativa opposizione politica, partirà di certo un ampio programma di alleggerimento delle norme sulla proprietà. Il processo dovrebbe essere completato nei primi mesi del 2002.

"In ogni angolo del mercato", ha notato un analista, "il grande diverrà più grande e più ampio, cambiando i processi economici sottostanti."

Considerando che l'ultima ondata di deregulation della proprietà dei media, avvenuta con Bill Clinton, ha dato origine ad una fase di forte consolidamento dell'industria, è una considerazione sorprendente. Già oggi tutte le major cinematografiche, tutte le reti tv, buona parte dei sistemi di tv via cavo, la grande maggioranza dei canali tv via cavo, la maggior parte delle aziende musicali, buona parte dell'editoria libraria e dei magazine, e molto altro, sono controllate dai dieci conglomerati mediatici più grandi. Altre quindici o venti ditte posseggono buona parte di ciò che rimane.

Oggi, la maggior parte di questi dieci conglomerati giganti dei media si situa tra le 200 maggiori compagnie del mondo; diverse sono nei top 50. Quarant'anni fa solo un paio potevano aspirare a un posto tra le prime 500 ditte. Queste compagnie esistevano a stento, nella loro forma presente, sino al 1985; esse sono il prodotto della deregulation.

E queste aziende stanno per diventare più grandi, molto più grandi. Dopo la deregulation, aspettiamoci che le più grandi catene di giornali (sono oggi cinque o sei di esse a dominare il settore) si leghino con marchi più grandi, e stiamo a vedere come i giganti faranno un sol boccone delle ultime compagnie proprietarie di emittenti tv indipendenti.

I giganti dei media affermano che la deregulation darà l'abbrivio alla competizione, abbasserà i prezzi, e originerà un servizio migliore. Se ci fosse un briciolo di verità in questa affermazione, queste corporation e i loro lobbisti non spingerebbero tanto in quella direzione. La verità è che questa deregulation, semplicemente, consente a queste aziende di diventare talmente più grandi che avranno meno paura della competizione diretta e più capacità di portare all'estremo la commercialità dei loro contenuti, per estrarne un maggiore profitto.

Uno sguardo alle caratteristiche del mercato delle trasmissioni radio, che è stato segnato fortemente dalla deregulation con la Legge sulle Telecomunicazioni del 1996, mostra chiaramente questo processo. Nei pochi anni trascorsi le stazioni radio sono state fagocitate da un pugno di marchi colossali, come Clear Channel e Viacom, che possiedono centinaia di stazioni, e sino ad otto di esse in ognuna delle città dove operano. Questi Behemot delle radio usano la loro posizione di mercato per aumentare le tariffe standard, diminuire il numero delle programmazioni locali, più costose, ed espandere la quantità di messaggi pubblicitari, e in genere commerciali. Le piccole stazioni non possono competere, allora vendono, e gli ascoltatori di ogni dove pagano il prezzo.

I giganti dei media affermano altresì che l'emergere di Internet cambia il discorso sulla concentrazione mediatica. Dopo tutto, cosa importa se poche aziende posseggono enormi imperi quando ci sono milioni di siti web che competono per la nostra attenzione, e quando il costo del lancio di un sito è simbolico?

Il problema di questo argomento è che l'Internet, pur guidata dal mercato, non ha fatto nascere una nuova generazione di provider di contenuti informativi commercialmente autonomi. Il capitalismo sceglie le briscole della tecnologia. Oggi è chiaro che se vogliamo che Internet fornisca un'alternativa all'attività dei media corporativi, essa richiederà politiche che incoraggino in modo esplicito uno sviluppo in tal senso.

Ci sono alcuni, persino tra coloro che sono critici nei confronti del sistema statunitense dei media, che ritengono eccessive le preoccupazioni riguardo alle concentrazioni editoriali. Dopo tutto, dicono, le comunicazioni non erano migliori una generazione o due fa, quando la competizione era maggiore. O, per dirne un'altra, il tipo di servizio fornito dai romantici piccoli media commerciali è spesso peggiore di quello dei grandi giganti.

Questi commenti sviano dalla questione. È vero che la concentrazione del mercato non è il solo fattore che determina il funzionamento dell'informazione. Persino mercati più competitivi hanno dei difetti quando sono indirizzati in modo commerciale. E in qualche occasione la concentrazione di proprietà non è un fattore troppo importante nel determinare la performance dei media. Tuttavia, quasi in ogni caso in cui la concentrazione di proprietà ha un effetto evidente - come avviene nelle trasmissioni radio - il risultato è quasi sempre negativo. Quando si hanno dei dubbi, sarebbe meglio conservare una tendenza forte a creare molteplicità nei media, piuttosto che concentrazione. Si tratta di un valore fondante liberal e democratico.

E neppure è dato che la concentrazione mediatica si rifletta meramente sul contenuto informativo. Essa implica anche che le società più grandi diventano ugualmente più potenti a Washington D.C., e altrettanto più capaci di trovare degli appoggi tra i nostri rappresentanti eletti. In quanto il nostro sistema dei media è molto più il risultato di politiche del governo che di qualche non ben identificato libero mercato, la concentrazione mediatica porta ad un agire politico eccezionalmente corrotto. Le leggi e le regole sono fatte in nome pubblico, ma senza il consenso informato della popolazione.

I partigiani della deregulation della proprietà dei media, in effetti, portano due punti validi a loro favore: primo, il boom delle tecnologie digitali, che minano le distinzioni tra i vari media, sta rendendo obsolete le norme tradizionali. Secondo, non è giusto che alcuni marchi ed industrie mediatiche non possano competere con uguali possibilità con ditte che hanno la fortuna di trovarsi in settori dei media meno normati.

La soluzione a questo problema non è abbandonare le normative sulla proprietà dei media, ma rivederle per prendere in considerazione le nuove tecnologie, e in seguito creare norme che si possano applicare a tutti i media e che rispondano ai requisiti richiesti. Tali norme sulla proprietà non hanno possibilità di vedere la luce nei forum oggi organizzati dalla FCC, dove lobbisti di lungo corso presentano le loro istanze ai membri della commissione, praticamente in assenza di controllo pubblico o di dibattito.

È questo il dilemma che ci troviamo di fronte oggi. La possibilità di un'opposizione vibrante è altamente improbabile, dato che, fra l'altro, i media tendono a dare eco alla questione negli spazi dedicati al business, in quanto materia di interesse di investitori ed executive. Ma coloro che sono interessati alla nascita di media democratici hanno bisogno di iniziare un processo di opposizione ora, e pianificare una lotta a lungo termine per riuscire a vedere lo sviluppo di norme sulle proprietà editoriali - è più in generale sulle strutture di comunicazione - che abbiano senso nell'era digitale.

Ottobre 2001