Peter Arnett (ex Cnn): "E' un fatto senza precedenti.
Niente stampa intorno è il sogno dei generali"
di Irmintraud Jost


Nonostante le più moderne tecniche di comunicazione, la guerra contro i Taliban entrerà nella storia del giornalismo come uno dei capitoli meno illuminati dalla luce dei riflettori. Questa la convinzione di Peter Arnett, il celebre giornalista americano che raccontò da Bagdad la Guerra del Golfo per la Cnn.
Da dove nasce il suo convincimento?
"Fin dall'inizio, Washington ha detto chiaro e tondo che su molte cose non saremo mai informati. E' una situazione senza precedenti. Non ci saranno giornalisti per riferire sugli attacchi aerei o sulle azioni delle forze speciali".
Cosa pensa del comportamento di Al Jazeera, l'unica tv con corrispondente a Kabul e l'unica che riceve i comunicati di Bin Laden? Qualcuno ha avvicinato la tv del Qatar ai suoi servizi dall'Iraq nel 1991.
"Ogni volta che intervenivo da Bagdad per la Cnn sullo schermo scorreva la scritta: "Censurato dalle autorità irachene". I giornalisti hanno l'obbligo di fare domande e trovare la verità, non di diffondere slogan propagandistici".
Lei è tra i pochi giornalisti occidentali che abbiano potuto intervistare Bin Laden. Era il marzo '97...
"Volle vedere prima tutte le domande e vietò qualsiasi aggiunta successiva. Dopo vari giorni di attesa a Jalalabad, una sera i suoi uomini prelevarono me e la mia troupe. Ci bendarono e perquisirono. Poi ci fecero salire su un'auto. Alla fine arrivammo in cima a una montagna, davanti a una casupola sorvegliata da alcuni giovani arabi armati. Aspettammo per un'ora circa. Poi apparve Bin Laden. Portava il turbante, una fluente veste afgana e un giubbotto mimetico. Aveva anche lui un kalashnikov. Mi venne subito in mente che se avessi fatto una domanda in più mi avrebbe sparato".
Cosa le disse?
"Già allora minacciò di attaccare i soldati americani e anche i civili. Non mi potevo illudere: non si poteva sottovalutare quel tipo".
E invece?
"Invece fino all'11 settembre Osama Bin Laden non è stato preso sul serio".

21 ottobre 2001
Fonte: La Repubblica