Uranio impoverito: un'inchiesta smentisce le menzogne dell'esercito
Sette bambini con malformazioni genetiche sarebbero nati da militari italiani impegnati in Somalia e nei Balcani. Tutti i militari, secondo quanto è emerso da un'inchiesta di Rai-News 24 in onda il 28 aprile, hanno partecipato a operazioni di bonifica delle armi all'uranio impoverito o hanno stazionato in zone bombardate con i proiettili contenenti il materiale radioattivo.
Secondo testimonianze raccolte da Rai-News 24 fra i militari che hanno voluto mantenere l'anonimato, i bambini nati da questi soldati soffrono di malformazioni simili a quelle dei bambini iracheni e dei figli dei militari in missione nel Golfo: palato molle, malformazioni scheletriche ed in particolare agli arti.
I militari avevano stazionato nei luoghi per alcuni mesi. Da testimonianze e documenti raccolti nella trasmissione si dimostra che l'Italia era in possesso di munizioni di uranio impoverito già dal 1985, che questi proiettili erano in dotazione alle nostre forze armate in Somalia e che sarebbero stati utilizzati fino al 2001 anche in alcuni poligoni sul territorio nazionale. In un filmato che sarà trasmesso all'interno dell'inchiesta si vedono i soldati dei contingenti italiani che operavano assieme ai colleghi francesi e spagnoli, lavorare alla bonifica senza alcuna protezione.
Uranio impoverito il caso italianoSette bambini, figli di militari che hanno operato in Bosnia e in Somalia, nati con gravi malformazioni. Proprio come accadde a molti soldati americani reduci dalla guerra del Golfo. E' il cuore del servizio mandato in onda il 28 aprile da Rai News 24. Un'inchiesta di pochi minuti che ha il pregio di aver riportato all'attenzione dei media la questione uranio impoverito. L'inchiesta parte dalla Sardegna, da un paese dove negli ultimi dieci anni i casi di bambini malformati si sono moltiplicati. Solo nel 1988 ne nascevano uno su quattro: bimbi con la bocca al posto dell'orecchio, bimbi privi dell'ano, e così via. "La situazione era tanto grave che le donne avevano paura di restare incinte" ricorda Priamo Farci, consigliere comunale di Rifondazione comunista, promotore di mozioni sulle nascite "anomale" sistematicamente respinte dal sindaco di centro destra di Escalaplano.
Il poligono sardo
Il servizio, al quale l'autore Sigfrido Ranucci ha lavorato un anno e mezzo, entra subito nel clima dell'affaire uranio impoverito e delle sue vittime civili e militari. Il giornalista entra a Escalaplano, il paese in provincia di Nuoro, tristemente noto per l'alto numero di bambini nati con malformazioni genetiche. Ma anche per l'alto numero di morti per leucemia e linfoma di hodgkin. Ma anche per i tanti animali nati con due teste, orecchie al posto degli occhi, piedi malformati. Escalaplano è a solo quattro chilometri dal poligono militare di Perdasdefogu. Questo il problema. Il primo intervistato è il medico del paese. Cosa ne pensa di tutti questi casi di linfomi e leucemie? Dopo qualche titubanza, afferma: "Non posso parlare". Perché? "Per me la vita umana è sacra". C'é qualcosa che nasconde? Un attimo di pausa e il medico risponde: "Tocca a voi", e se ne va.
Poi l'incontro con Rosa, che vive a pochi metri dalla rete che delimita il poligono: suo padre è morto, sua madre si è ammalata un anno fa di leucemia. Ma non sapevate niente? Non vi dicevano nulla di quello che accadeva nel poligono?
"Ci allontanavano da casa ogni volta che lanciavano un missile". Nient'altro. Poi è la volta di Luca, trentanni, anche lui a pochi metri dal filo spinato del poligono, anche lui si è ammalato di leucemia. Il padre ricorda che nel periodo in cui suoi figlio si è ammalato, nell'aria "c'era una puzza esagerata". E ancora due pastori che non vogliono farsi inquadrare, tutti e due malati, linfoma e leucemia.Poi le fonti ufficiali, la conferenza stampa al poligono, dove tutto risulta "lindo e pulito", nessuna traccia di proiettili all'uranio, tanto meno di polveri pericolose. Fuori, però, oltre la rete, non è così pulito. Il giornalista viene caricato su un fuoristrada da un pastore e la gita nella campagna a ridosso del poligono rivela proiettili nei cespugli e addirittura i resti di un missile a poca distanza di metri dalla casa dei due pastori intervistati poco prima. Anche per loro leucemia e linfoma. Il missile è lì dai primi anni '90. Poi l'inchiesta torna a parlare di morte e malattia tra i militari.
Giuseppe Pintus sparava con proiettili all'uranio impoverito al poligono di Teulada. Lorenzo Michelini era stato invece in servizio a Perdasdefogu. Due storie che si consumano a distanza di venticinque anni, due storie che dimostrano come in quei poligoni ci si può ammalare e morire ieri come oggi. Nel reportage di Ranucci compare anche Domenico Leggiero, il maresciallo responsabile dell'Osservatorio militare, che all'inizio del "caso uranio impoverito" sollevato da Rifondazione comunista in tutte le sedi, dava la colpa ai vaccini ai quali vengono sottoposti i militari. Ora Leggiero "sconfessa" la già "sconfessata" Commissione di indagine governativa diretta dall'ematologo Franco Mandelli, quella istituita nel dicembre del 2000 e che con mesi di ricerche, esami, controlli avrebbe dovuto porre il sigillo a sospetti e paure. Invece è tutto da rifare. Furono quasi 40mila i militari controllati, e si sottolineò come i casi di leucemie o tumori fossero "nella norma". Ma Leggiero osserva come la statistica ministeriale abbia in sé un vizio d'origine. "Secondo le nostre informazioni, i casi esaminati sarebbero circa 20mila. All'altra cifra si arriva col conteggio delle presenze, ma uno stesso militare può esser stato in missione più volte, dunque, conteggiato più volte". La qual cosa non sarebbe un dettaglio, perché la percentuale subirebbe mutamenti radicali. Il caso dei bambini? "Esistono segnalazioni, in questo senso, ma la situazione dev'essere studiata in profondità perché i rischi sono seri. A ogni buon conto, l'amministrazione è informata se un ufficiale o un sottufficiale ha un figlio affetto da malformazioni", fa sapere Leggiero.L'operazione Vulcano
La cassetta è stata mandata a Rai News da un "anonimo in divisa". Del suo contenuto ne sono stati proiettati soltanto due minuti. E' un filmato amatoriale vecchio di 5 anni, attorno al quale ruota tutta l'inchiesta. Bosnia, 18 agosto 1996, dice la scritta impressa sulle immagini, operazione Vulcano. Il luogo è Vukonovici, a 100 chilometri da Sarajevo. Si vedono soldati italiani accatastare in un'enorme buca cassette di munizioni ed esplosivi di ogni genere, poi la catena di vampate del materiale che salta in aria. E subito una gigantesca nube nera, alta almeno due chilometri, che resta a lungo sospesa per aria, a poche centinaia di metri dalle tende dell'accampamento dei militari. Calata la polvere, i soldati ritornano nell'enorme cratere scavato dall'esplosione, e a mani nude portano via i frammenti rimasti ancora intatti. "Eravamo in 15 - racconta ora, protetto dall'anonimato, uno degli uomini che avevano partecipato all'operazione di bonifica - ma con noi lavoravano anche militari spagnoli e francesi. Ripetevamo le stesse operazioni anche 18 volte al giorno, senza nessuna protezione. Alla fine, otto di noi hanno avuto problemi di salute, due si sono ammalati gravemente. Io sono uno di loro. E ad altri due sono nati dei bambini malformati". Non vi hanno avvertito dei rischi? "No, forse costava troppo...". I soldati che si muovono nel filmato, italiani, spagnoli e francesi, sono in divisa da lavoro: mimetiche, qualche maglione, camicie con le maniche rimboccate. Protezioni per fronteggiare il rischio radiazioni: zero. Lavorano a mani nude. Senza nessuna protezione.L'esercito sapeva
Dopo le testimonianze, i documenti. Uno in particolare, che porta la data del 12 gennaio 2001. Una comunicazione interna all'esercito, dalla quale si evince che l'Italia aveva acquistato proiettili all'uranio impoverito già nel 1985. Proiettili che erano stati inviati in Somalia durante la missione Ibis, e che una volta tornati in Italia erano stati fatti esplodere in diversi poligoni italiani.
Circostanza, questa, che i vertici delle Forze armate hanno peraltro sempre negato con decisione. E fra questi poligoni, rientrano quelli di Salto di Quirra e di Capo Teulada in Sardegna, dove fra i pastori e gli abitanti delle case attorno al poligono si sono registrati parecchi casi di leucemia. Il video si conclude con un fax che parte indirizzato al ministro della Difesa, Antonio Martino. E' la richiesta per un'intervista rimasta "inevasa". Ma ora il ministro, che non si è potuto sottrarre alle polemiche riaperte dall'inchiesta di Rai News, ha fatto sapere che le notizie sulle malformazioni accusate dai bambini figli di militari impegnati nelle operazioni di bonifica della armi all'uranio impoverito sono da analizzare con "la massima" attenzione.
In visita alla nave scuola della Marina militare Amerigo Vespucci, ormeggiata a Livorno, Martino non è entrato nel merito della denuncia frutto dell'inchiesta giornalistica, ma ha annunciato che "nei prossimi giorni" sarà pronta una nuova relazione della solita commissione Mandelli. Il ministro si è anche preoccupato di ricordare che la commissione governativa non ha trovato alcun nesso di causalità tra uranio impoverito e patologie riportate da alcuni militari, ma che gli accertamenti hanno evidenziato un tasso superiore alla media di linfomi di Hodgkin: "Superiore - ha detto Martino - anche rispetto ai soldati degli altri Paesi presenti nei Balcani".Nei fatti, i bambini nati con malformazioni genetiche da militari italiani che erano stati in missione all'estero sono dodici. E a questi se ne aggiungono altri undici, figli di civili che vivono vicino ai poligoni militari italiani dove sono stati sperimentati i proiettili all'uranio impoverito. Ne è sicuro Falco Accame, presidente dell'Anavafaf, l'Associazione assistenza vittime arruolate nelle forze armate, che chiede un'inchiesta anche sui civili. "Solo ad Escaplano sono undici i nati con malformazioni e abbiamo notizie di altri casi che stiamo verificando. Undici su 150 abitanti sono molti", commenta Mariella Cao del comitato sardo "Gettiamo le basi". "Non dimentichiamoci che gli interessi in ballo intorno ai poligoni sardi sono tanti. A Quirra fin dal 1956 si sperimentano nuove armi e il poligono è usato anche dalle ditte private, dai fabbricanti di armi che hanno nomi come Fiat, Alenia, Dalmine, Melara e tutte le altre. Tanto che la Asl si preoccupa non di fare analisi adatte al riscontro di malformazioni e leucemie causate dall'uranio impoverito, ma di dimostrare che è tutta colpa dell'arsenico, eredità delle miniere. A questo punto non ci resta che rivolgerci a dei laboratori fidati e per questo lanciamo una colletta popolare, i costi delle analisi sono elevati", conclude Cao.