IN MERITO ALL'EXA BRESCIANA: IL DITO E LA LUNA
Gli organizzatori dell'Exa 2002 (13-16 aprile) - la fiera bresciana nella quale annualmente viene esposto un ricco campionario della produzione armiera locale e non - alla vigilia di ogni edizione aprono un fuoco di sbarramento a sostegno della legittimità di tale manifestazione: si tratterebbe, a parer loro, semplicemente di una "vetrina" in cui sono esposte armi sportive e da difesa. D'altro canto, anche una parte di coloro che manifestano una critica nei confronti della produzione di armi da guerra, non avrebbero nulla da eccepire se in occasione di tale appuntamento commerciale fossero esposte solo quelle "da difesa", oltre che quelle impiegate per l'attività venatoria e del tempo libero. Quindi, il punto del contendere è proprio questo: le armi da difesa e sportive vanno bene, le altre no.
Che significato può avere oggi la parola "difesa"? Nel senso comune essa evoca un sentimento positivo, rassicurante: difendendo, o difendendomi, preservo uno stato di integrità fisica o territoriale, individuale o collettiva. Allontano il "male", ciò che mi può ferire o privare di qualcosa che mi appartiene. Se poi coniughiamo tale parola ad un oggetto che viene rappresentato come lo strumento per eccellenza che permette di conservare tale stato di sicurezza (una pistola, un fucile), si finisce per "leggerlo" secondo i codici che ci vengono offerti dalla nostra cultura o dal senso comune che permea la società a cui apparteniamo. Nulla ci è più estraneo dell'idea che ciò che ammiriamo all'interno di una teca di cristallo visitando l'Exa, sia strumento che dà morte, anche perché siamo ancora abituati a pensare alla guerra come ad un evento apocalittico, smisuratamente violento, ed alle armi come a dei manufatti giganteschi: carri armati, aerei, sommergibili, missili. E siamo tanto più convinti della congruità di tale comune percezione proprio in quanto ogni giorno leggiamo articoli od ascoltiamo frasi che parlano di "difesa contro il terrorismo", "difesa delle vittime delle pulizie etniche", "diritto all'autodifesa", eccetera.Ciò che una volta era definito "guerra", oggi viene chiamato "difesa": l'occupazione di un territorio, la repressione e l'uso del terrorismo di stato pianificato (Israele contro i palestinesi) diventa un'azione di "difesa"; i bombardamenti su un altro paese (Serbia) sono stati un'operazione di "difesa avanzata"; il "diritto all'autodifesa" viene esercitato da una potenza militare (Usa o Russia) colpendo un altro popolo (afgani o ceceni); "l'eccesso di difesa" che causa i "danni collaterali" (vittime civili, obiettivi non militari) si ha quando esiste uno squilibrio tra la potenza di fuoco utilizzata ed il grado di pericolosità presunta o di offesa che il "nemico" di turno può esercitare contro l'attaccante (Kosovo). Tutto è "difesa". La "guerra" è scomparsa dal vocabolario dei paesi che si ritengono democratici. Non è mai dichiarata, quindi non esiste come tale. Essa appartiene a quegli stati che volta per volta entrano nella lista nera ("paesi canaglia"), così come la violenza armata è propria delle persone o dei popoli in-civili. La "difesa" invece viene esercitata da quelli ricchi e perciò civili. Per questa ragione l'idea di "difesa" evoca un senso di opportunità oltre che di legittimità. Non turba le coscienze, anzi. Comunica sicurezza oltre che forza. Si tratta di una forza lecita, controllata, limitata nei suoi effetti distruttivi, giustificata dal fine buono: la libertà, la pace, il benessere.
Questo è quanto noi vediamo o riusciamo ad immaginare. Ma se, invece, facessimo lo sforzo di pensarci dall'altra parte, dalla parte delle vittime, se ci immedesimassimo in chi subisce ogni giorno la nostra "difesa"? Tutto cambierebbe. O dovrebbe. Pensiamo per un solo istante quell'arma che fa bella mostra di sé in uno degli stand dell'Exa, impugnata da un poliziotto brasiliano mentre abbatte in una strada di San Paulo un menino de rua ("difesa" della quiete pubblica) o colpisce a morte un bracciante sem terra che sta occupando un latifondo incolto ("difesa" della proprietà privata). Osserviamo il graduato che punta la sua pistola sul clandestino che sta attraversando la terra di nessuno che separa il Messico dagli States ("difesa" delle leggi sull'immigrazione) o il militare che scarica il suo revolver contro una folla di manifestanti di Buenos Aires ("difesa" dell'ordine pubblico). Immaginiamoci un ragazzino della Sierra Leone che spara per "difendere" la miniera di quei diamanti che verranno venduti a qualche multinazionale e che finiranno in una luccicante vetrina di una gioielleria della nostra città; o a quella mitraglietta, pistola o fucile imbracciato da un militare cileno, brasiliano, argentino, paraguaiano, venezuelano, guatemalteco o honduregno ai tempi delle dittature militari ("difesa" della patria contro la sovversione). Concentriamo il nostro occhio interiore sull'immagine di un militare algerino, libico, del Camerun o della Costa d'Avorio, egiziano o marocchino, nigeriano, zairese, del Sudafrica, del Togo e del Niger, ma anche giordano, iraniano o iracheno, yemenita, cinese o indonesiano. Ma probabilmente anche dell'Uganda, del Perù, del Libano, della Tailandia, della Turchia, delle Filippine, della Colombia e del Burkina Faso.
Anche questi, quasi sempre "difensori" di qualcuno e di qualcosa: di regimi non democratici, di corrotte satrapie statali, volta per volta "amiche o "nemiche", secondo le convenienze, dell'Occidente e non certo dei diritti umani. Anzi, armi spianate contro di essi, per soffocarli, reprimerli, letteralmente "ucciderli". Pistole, mitragliette, piccole armi: niente di più, niente di meno.Anche le mine antipersona erano, sono definite "armi da difesa". Certo, non sono state mai esposte all'Exa. Ma ciò non vuol dire che la Valsella, o la Misar o la Sei non facessero parte del made in Brescia e non contribuissero alla sua ricchezza economica e finanziaria. Come oggi la Beretta o, la "turca" Bernardelli. Eppure sono state causa di un vero e proprio "stermino di massa" ben maggiore di Hiroshima e Nagasaki. E continuano ad esserlo, anche se non si vuol vedere. Quelle stesse armi "da difesa" che causano ogni anno nel mondo la morte di 500 mila persone. Le più adatte a condurre una nuova ed inedita "guerra civile planetaria". Perché nel tempo della globalizzazione, non ci potrà essere che questo tipo di conflitto: sia esso nelle periferie del Sud tra forze paramilitari, piuttosto che nelle megalopoli post-moderne tra "onesti cittadini" che eseguono direttamente la sentenza di morte su un loro simile (35 mila ogni anno negli Usa, 42 mila in Brasile); tra forze di polizia e chi si ribella con disperata violenza alla violenza strutturale di un sistema che esclude ed uccide i corpi ma anche i sogni.
Ecco, la differenza è tutta qui. Come nel vecchio adagio, quando il saggio indica la luna, lo sciocco, l'ingenuo o il distratto guarda il suo dito. Egli può anche distorcere il suo sguardo miope dagli effetti delle sue "opere". Noi continueremo a guardare la luna.
29.4.2002 - (MISSIONE OGGI)