DIRITTI
DEL LAVORO E DIRITTI DI LIBERTA'
Da Bologna un appello per una iniziativa
Un problema grande e persino drammatico si pone oggi in Italia: il governo in
carica mette in discussione lo stesso assetto dei diritti costituzionali. Per
molti aspetti la maggioranza politica al governo si muove come se essa fosse legibus
soluta, vale a dire indifferente al vincolo dei principi di fondo su cui si regge
il patto costituzionale.
Ciò riguarda i temi della giustizia, della scuola, dell'informazione.
Ma riguarda anche le politiche del lavoro.
Il disegno di legge delega sul mercato del lavoro e il "libro bianco"
che l'ha preceduto delineano una strategia di destrutturazione delle relazioni
sindacali e del diritto del lavoro che non ha precedenti nella storia dell'Italia
repubblicana.
In quei testi è scritto che la concertazione è finita, e ad essa
si sostituisce la ricerca dell'accordo "con chi ci sta", che l'armonizzazione
con l'Unione europea va realizzata al ribasso, che la disciplina unitaria del
rapporto di lavoro va dissolta in una molteplicità di figure precarie e
prive di tutela (dal lavoro a termine al lavoro "a chiamata"alla liberalizzazione
degli appalti di manodopera). Quei testi costituiscono il manifesto di una politica
iperliberista che non ha uguali in Europa e che persegue la riduzione conclusiva
del lavoro a merce, a puro indice di costo aziendale, in totale travisamento dei
principi su cui si fondano il modello sociale europeo e la costituzione dell'Italia
repubblicana.
In questo quadro si spiega la pervicacia con cui il governo insiste nel proporre
la sostanziale abrogazione dell'art.18 dello Statuto dei lavoratori, reintroducendo
la monetizzazione del licenziamento ingiustificato. Se tutto si riduce a merce
e a un problema di costi si può fare così: dare quattro o otto soldi
al lavoratore indesiderato, e via.
Non siamo quindi di fronte a una semplice, per quanto rilevante, questione sindacale,
ma a qualcosa che attiene a problemi più profondi, al nucleo stesso dei
diritti di libertà e di cittadinanza su cui si fonda l'esistenza di una
società libera e democratica, come i costituenti la disegnarono nel 1948.
La libertà non è una condizione astratta. Si è liberi, in
concreto, quando si è messi in condizione di esercitare in pieno i propri
diritti di cittadinanza. Come può quindi essere "libero" quel
giovane che si trova soggetto a tempo indefinito a lavori precari, e che vive
nella costante incertezza del proprio futuro, o quel lavoratore a cui si dice:
"d'ora in poi con un risarcimento potrai essere licenziato anche senza la
prova di alcuna giusta causa".
Nei diritti del lavoro è dunque iscritta la radice più profonda
dei diritti di libertà.
Nella condizione concreta di lavoro si misura la libertà effettiva delle
persone e dei cittadini. Perciò la difesa dei diritti del lavoro costituisce,
oggi, una grande battaglia di libertà.
La monetizzazione del potere di licenziamento è una misura odiosa. L'impatto
di tale misura, nelle condizioni date, sarebbe devastante anzitutto sul piano
culturale e della formazione delle coscienze: non esistono più veri diritti
di libertà e dignità, tutto si riduce a scambio di merci e di denaro.
Solo a partire da una efficace difesa dei diritti del lavoro si possono rendere
più efficaci gli strumenti di mobilità nel mercato e i meccanismi
di avviamento al lavoro, introdurre sostegni e garanzie a favore dei lavoratori
atipici e dei giovani per cui i nuovi lavori spesso significano solo precarietà,
spingere le imprese a investire nella formazione, nella ricerca e nella innovazione
tecnologica. Soltanto dalla difesa delle conquiste maturate in un secolo di lotte
sociali è possibile partire per realizzare nuove garanzie e nuovi diritti
adeguati alle trasformazioni che hanno investito il paradigma fordista. Riducendo
i diritti del lavoro si riduce invece la libertà per tutti, e si scopre
il fianco alla affermazione di un sistema di rapporti sociali ancora più
ingiusto e selvaggio.
Hanno promosso
l'iniziativa: Luigi Mariucci, Gian Guido Balandi, Rita Tinti, Giorgio Ghezzi,
Stefania Scarponi (docenti di diritto del lavoro); Susanna Mancini (docente
di diritto costituzionale); Renzo Costi (docente di diritto commerciale); Maria
Vita De Giorgi (docente di diritto privato); Federico Stame (notaio); Libero
Mancuso, Claudio Nunziata (magistrati); Francesco Berti Arnoaldi Veli, Alessandro
Gamberini, Alberto Piccinini (avvocati); Federico Enriques (editore); Stefano
Benni (scrittore); Eugenio Riccomini (docente di storia dell'arte); Federico
Martelloni e Gianmarco De Pieri (disobbedienti); Gian Mario Anselmi, direttore
Istituto Gramsci Emilia Romagna.