ALCA: "COME IL LUPO CON L'AGNELLO"
L'area di libero commercio vista dall'America Latina
La libertà di mercato secondo George "Dabliu" Bush: sovvenzionare a suon di miliardi l'agricoltura Usa per inondare i mercati dell'America Latina di prodotti agricoli a basso costo (mandando così in rovina i contadini dei Paesi poveri) nello stesso momento in cui i Paesi latinoamericani vengono obbligati ad eliminare ogni barriera protezionistica. Sono queste le basi su cui sta prendendo forma l'Alca, l'Area di libero commercio delle Americhe che dovrebbe entrare in vigore nel 2005, secondo quanto nuovamente emerso dall'ultimo round di negoziati, che si è chiuso il 27 aprile scorso in Venezuela con l'impegno dei Paesi che entreranno a far parte dell'Alca di consegnare entro il gennaio del 2003 le proprie proposte di liberalizzazione dei mercati. "Liberalizzazione tra virgolette - scrive l'economista brasiliano Marcos Arruda -, ad indicare l'orientamento politico dell'accordo. Infatti, mentre gli Stati Uniti proteggono, i presunti soci sono obbligati a liberalizzare. Agli Stati Uniti, la maggiore potenza commerciale dell'America, interessa la "libertà" e l'"uguaglianza di diritti", perché con esse gli Stati Uniti predominano e sottomettono i soci alle regole che li favoriscono.
È la legge del più forte, il darwinismo commerciale, coerente con il darwinismo sociale che si rafforza nelle relazioni di produzione capitalistica. Ma per gli altri Paesi del continente, in particolare quelli dell'America Latina e dei Caraibi, questa libertà è un inganno e l'uguaglianza di diritti si basa sulla disuguaglianza di condizioni nel punto di partenza". Gli fa eco p. Alfredo J. Gonçalves, della pastorale sociale della Conferenza dei vescovi del Brasile: "la disparità tra i soci è tale che è un eufemismo parlare di negoziati. Come può il lupo accordarsi con l'agnello?". Che l'accordo risponda, in maniera neppure mascherata, esclusivamente agli interessi di governo e delle multinazionali Usa dovrebbe essere ormai fin troppo chiaro (e, almeno alla sinistra brasiliana, in effetti lo è): come sottolinea il sociologo brasiliano Francisco Campos, legato al Pt, il Partito dei lavoratori, i 15 principali prodotti brasiliani esportati negli Stati Uniti sono tassati in media del 45,6%, mentre i 15 principali prodotti statunitensi importati dal Brasile solo il 14,3%. Del resto, che gli Stati Uniti non abbiano nessuna intenzione di rinunciare a proteggere la propria economia nei settori in cui il Brasile è più competitivo (come quelli siderurgico e tessile), è risultato evidente anche al ministro dell'agricoltura brasiliano, Pratini de Moraes, il quale ha preso atto dell'andamento dei negoziati in questi precisi termini: "se essi non vogliono aprire il loro mercato, noi non apriremo il nostro". Di certo, il nodo brasiliano appare determinante ai fini della buona riuscita dell'accordo, considerando le enormi potenzialità economiche del Brasile, che da solo detiene più della metà del Pil dell'America Latina. Ma è proprio in Brasile che l'opposizione all'Area di libero commercio si sta facendo sempre più decisa. Sotto lo slogan "Sovranità sì, Alca no", le pastorali sociali della Cnbb e i movimenti popolari organizzeranno il prossimo settembre un plebiscito popolare (sul modello di quello promosso nel 2000 sul debito estero) in cui i brasiliani saranno chiamati ad esprimersi sull'adesione all'Alca del loro Paese. Ma per tutto il 2003 sono previste diverse attività di pressione sui parlamentari perché venga convocato sulla questione un plebiscito ufficiale.
10 giugno 2002
Vedi anche 'La sovranità non si negozia' di frei Betto
da Adista